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I VIAGGI UMANITARI
Cambogia 1999 e Uganda 2001

di Leonardo Giardina - Cigv Italia

Cambogia

Anche in Cambogia ero già stato, nel 1997, per visitare e ammirare gli incredibili templi di Angkor. Allora il dittatore comunista Pol Pot, con i suoi sanguinari khmer rossi, occupava ancora tutto il territorio che da Angkor si estende fino al confine della Thailandia. Ciò rendeva insicuri gli spostamenti e pericolosa la visita dei templi più periferici, esposti a improvvisi assalti armati e infestati da miriadi di mine antiuomo (il bellissimo Banteay Srei, il tempio rosa, era addirittura irraggiungibile). Inoltre, sia a Pnom Penh che a Siem Reap, oltre il cambogiano si poteva parlare solo l'inglese. Ebbene, due anni dopo, morto Pol Pot (uno dei più crudeli e fa natici carnefici che la storia del mondo ricordi) e dispersi i suoi khmer rossi, tutti i cambogiani avevano ripreso a parlare francese e, emergendo come fantasmi dalle loro povere abitazioni, centinaia di feriti, di guerra o vittime delle mine antiuomo, si trascinavo all'ingresso delle aree templari invocando un'elemosina. Con Pol Pot vivo, infatti, sia il parlare francese che esporre ferite da governativi" avrebbero sicuramente provocato la mortale rappresaglia dei khmer. Ero con un mio vecchio amico rotariano di Milano, l'Ing. Dante Fangaresi, da anni socio dei C.I.G.V e mio validissimo compagno in numerosissime avventure di viaggio, ma che, ancora, non aveva visitato Angkor. Vi tornai, quindi, felice di poter di nuovo stupire, ammirando l'imponente e raffinatissima arte khmer, resa ancor più emozionante dalla giungla che, con le sue radici mostruose, avviluppa monumenti tra i più eccezionali dell'umanità. Finalmente liberato da mine e da guerriglieri, potei raggiungere lo struggente Banteay Srei, il tempio rosa, uno dei massimi capolavori dell'arte khmer. Ci dedicammo quindi alla nostra missione, umanitaria sì, ma in campo culturale. Come è ben noto, Pol Pot sognava di' tramutare la Cambogia in una immensa Comune agricola, popolata da individui tutti e~,eguali e "nuovi", nel senso di essere svincolati totalmente da qualsiasi condizionamento religioso, politico, filosofico o commerciale. Abolì la famiglia e svuotò dei loro abitanti città e villaggi. Abolì il denaro e rase al suolo pagode, chiese e moschee. Ordinò quindi di uccidere chiunque portasse gli occhiali, sapesse leggere e scrivere o parlasse una lingua straniera. Conseguenza di tutto ciò fu lo sterminio di più di tre milioni di suoi compatrioti, più di un terzo della popolazione cambogiana. Si iniziò, ovviamente con i religiosi e gli insegnanti, tutti puntualmente schedati e fotografati sia al momento dell'arresto che dopo la tortura e, infine, dopo l'esecuzione. Non furono risparmiati né donne né bambini. Diecimila loro teschi, suddivisi per sesso, età e nazionalità, sono visibili nello stupa votivo di Choeung Ock, a quindici chilometri dalla capitale, un campo di sterminio simile alle decine di altri disseminati in tutta la Cambogia, ribattezzata dai khmer Kampuchea. Unico e orribile, viceversa, è il carcere Tuol Sleng, a Phnom Penh, un ex-liceo tramutato in spaventoso luogo di tortura e di morte. Ebbene, sopravvissuti a tali terribili esperienze, gli amici cambogiani non ci chiesero medicine, ma attrezzature per i colleges che formavano nuovi insegnanti, dato che il desiderio più sentito in questa parte del sud-est asiatico era quello di rilanciare, il più diffusamente possibile, l'istruzione scolastica. Percorremmo per più di cento chilometri la quasi rettilinea via asfaltata, ma ricca di buche, che collega la capitale cambogiana a Ho Chi Min, l'ex Saigon e si interrompe al Mekong. Non essendovi ponti, il grande fiume può essere attraversato solo con un traghetto lento e affollatissimo di uomini e animali, come i mercati posti agli attracchi delle due rive. Si tratta di mercati e fast-food artigianali certamente eguali ad altre migliaia del terzo mondo ma, in questo caso,, per l'assoluta mancanza di turisti, essi risultavano la fedele vetrina dei gusti gastronomici delle popolazioni locali. Per una più precisa conoscenza dei piatti maggiormente richiesti, fummo agevolati dall'essere accompagnati da una piccola delegazione di insegnanti venuti appositamente ad accoglierci a Phnom Penh. All'altezza di un curioso (e poi sapemmo poco amato) monumento, inneggiante all'amicizia tra Vietnam e Cambogia, abbandonammo la strada diretta a Saigon e risalimmo verso nord, in mezzo a campagne coltivate quasi esclusivamente a risaia e superammo ponti sconnessi, costruiti con pericolanti assi di legno, fino a raggiungere Prey Veng. Si tratta d'un piccolo paese, capoluogo di regione, spesse invaso, nella stagione delle piogge, dalle acque dell'adiacente lago, la cui vista ci beò mentre, unici avventori, mangiavamo con i dirigenti locali enormi e ottimi gamberi di fiume, pasteggiando, secondo l'uso locale, con birra affogata nel ghiaccio ottenuto direttamente dall'acqua lacustre. A Prey Veng è il Centro Regionale d'Istruzione, intitolato a Hun Sen, un ex khmer rosso divenuto filo vietnamita e attuale primo ministro del regno di Cambogia. Il re, come nel 1940, è il principe Shianuk, tornato come monarca dopo essere stato presidente della repubblica, protettore dei khmer rossi, ospite di Pechino e, infine, amico dell'occidente. Visitammo il Centro, nel quale studiano, tra maschi e femmine, duecentoventi ragazzi, a ognuno dei quali avevamo fornito letto, zanzariera cuscino, armadietto, coperte, ecc. 1 giovani ci accolsero con curiosità e simpatia, forse senza rendersi ben conto di chi fossimo, mentre i dirigenti, in una lunga riunione di lavoro, ci chiesero insistentemente di non abbandonare il Centro di Prey Veng, fornendo ancora aiuti sufficienti per risolvere i tanti problemi urgenti che impedivano un normale funzionamento della scuola. Sotto un cielo plumbeo ripercorremmo il lungo tragitto che ci separava dalla Capitale, dove eravamo alloggiati al Juliana hotel, un albergo confortevolissimo con il miglior ristorante di Phnom Penh, non frequentato da gruppi turistici. E, infine, piacevole fu attardarsi all'ombra dello stupa-pagoda che orna la collina che dà nome alla città, bevendo il fresco lattice di cocchi appena tagliati e parlando con il mio vecchio amico Chen Saman che ricordava, con un sorriso appena abbozzato, come era riuscito a sopravvivere ai khmer rossi e a Pol Pot. Quando essi occuparono la Capitale, suo padre gli disse: "corri, figliuolo, e non voltarti mai, finché non sarai giunto in Thailandia". E, senza fermarsi, Chen Saman percorse, correndo, i quattrocento chilometri che separano Phnom Penh dai monti dei Draghi, oltre i quali sono le umide risaie dell'antico Siam.

Uganda

Giunto a compimento un nuovo acquisto nonché l'invio di attrezzature per il Comboni Hospital di Kyamuhunga, decisi di tornare in Uganda, come avevo sempre fatto in tutte le precedenti occasioni. Dovetti però rimandare la partenza dal marzo all'aprile 2001, per gravi disordini scoppiati in quella Nazione con l'approssimarsi delle elezioni presidenziali. Finalmente mi imbarcai, ancora una volta con Sabena, portando con me quindici chili di gel, altrettanti di caramelle, mille biro e due ecodoppler per il battito cardiaco fetale, tutti doni dei miei consoci rotariani, da aggiungere a quanto già acquistato a pro dell'Ospedale. Festoso fu l'incontro con Franco Bertò, venuto appositamente all'aeroporto di Entebbe per portarmi l'indomani, dopo la notte passata allo Speke Hotel, da Kampala alle mille colline. Durante una breve sosta a Mbarara per fare il pieno di benzina, notai una certa fame d'aria. Evidentemente, la stagione delle piogge, ormai incombente, aveva fatto salire notevolmente il tasso d'umidità, un fattore che, unito all'altitudine pur se non elevatissima (1400-1500 metri), poteva spiegare la mia sgradevole sensazione. Andammo direttamente a Bitooma, dove Padre Franco, molto a avvilito, mi confermò che pochi giorni prima i guerriglieri, per rubare medicinali, avevano brutalmente ammazzato il night-watchman, il guardiano notturno, armato di fucile, dell'isolato dispensario di Burungira. Presumibilmente la stessa banda aveva poi scatenato una folle sparatoria nelle vie della non lontana cittadina di Kasese, sita ai piedi del Ruwczori, con il risultato di una cinquantina di automobili incendiate, varie decine feriti e una quindicina di morti. Dolente per tanta gratuita ferocia, cercai magro conforto in qualche piccolo miglioramento apportato da Padre Bertò alla Missione. Aiutato da volontari, veneti ed emiliani, egli aveva finalmente realizzato nuove e spaziose toilet all'interno della cinta muraria, eliminando così non solo la sgradevolezza di luoghi estremamente angusti e maleodoranti, ma, soprattutto, i rischi notturni nell'avventurarvisi. I ricordati volontari avevano anche installato alcuni pannelli solari che permettevano di rischiarare l'interno della Missione con luce elettrica, in verità molto fioca, ma sufficiente a rendere meno misteriosa e minacciosa la lunga notte africana. Fui felice di insegnare al bravissimo Medical Assistent di Padre Franco l'uso dell'ecodoppler rendendo nel contempo felici le circa cento gravide che avevano riggiunto come al solito a piedi, il dispensario di Bitooma. Fui infine lieto di constatare rispetto al 1998 una minora incidenza della malaria in atto e nessun caso di malattie cutanee parassitarie o da infestazione (scabbia, leishmoniosi, ecc). Ma, purtroppo, sono ben consapevole che si tratto solo di un fatto occasionale. Dopo aver ben posto in luogo segreto, con Padre Bertò, i quindici chili di caramelle e le mille biro, passai al Comboni Hospital, dove ebbi la sorpresa di sapere che un unico comboniano laico, nelle vesti di amministratore, aveva sostituito tutti i Padri missionari, trasferiti in altre zone più o meno impervie dell'Uganda. Insieme a Mario Camporese (è questo il nome dei comboniano laico) verificammo i numerosi “set” per i vari tipi di chirurgia, destinati a sostituire immediatamente i ferri in uso, ormai logori. Particolarmente laborioso si rivelò il togliere l'imballaggio alla grande autoclave per sala operatoria, subito posizionata in un'apposita e predisposta parete sulla quale attaccai la targa a ricordo del nostro intervento rotariano, come avevo fatto in tutte le mie missioni precedenti. Insieme al bravo chirurgo locale James, operai una giovane assistente di Padre Bertò, la mite e gentile Caterina, affetta da un grosso fibroma peduncolato dell'utero. E, approfittando dell'addome aperto, decidemmo di toglierle anche l'appendice, dato che era leggermente infiammata. Per l'assenza del tecnico in grado di usare l'apparecchio per l'anestesia, la paziente fu addormentata con Ketalar, un farmaco impiegato in chirurgia d'urgenza e di emergenza, dato che esenta dalla somministrazione di gas e quindi dall'intubare il paziente. Se al mattino ero occupato nelle attività che ho appena descritto, al pomeriggio ero privo di incarichi, per cui mi preoccupai di non rendere ingombrante la mia presenza. Nel 1998, nelle ore libere, avevo spesso passeggiato nell'unica via in terre battuta del villaggio di Kyamuhunga, dialogando all'infinito con un signore loquacissimo ma ammanettato. Si trattava di un vecchio insegnante improvvisamente impazzito e, quindi, sottoposto, come tutti i matti in Uganda, a tale misura restrittiva e preventiva. Non ho ancora ben compreso perché, se il folle è una donna, i ceppi vengano applicati alle caviglie. Questa volta non feci né conversazioni né passeggiate. Mi dedicai, invece, a osservare la sgargiante flora che attornia l'headquarter del Comboni Hospital, nonché la variopinta avifauna in volo continuo dalle verdi colline al lago Edoardo. Una sera, all'imbrunire, vidi improvvisamente sfrecciare nel cielo, diretti a un folto bananeto, alcuni esemplari di gru coronate, un meraviglioso pennuto, simbolo dell'Uganda, ancorché in via d'estinzione. Ebbene, il loro volo, compatto e rapidissimo, diffondeva nell'aria non suoni melodiosi, ma uno starnazzare quasi osceno, in tutto simile a un s,,straziato coro di vecchi comari ubriache. Per lunghe ore, sotto la pioggia, ammirai la nereggiante mole del Ruwenzori, librata su un mare di basse nuvole grigie. E, con grande sconforto, notai come le due cime maggiori, prima fra tutte quella di 5109 metri intitolata dal Duca degli Abruzzi a Margherita Regina d'Italia (poi ribattezzata cima Stanley), fossero ormai quasi prive di neve e ghiaccio, in conseguenza dell'effetto serra". Ruwenzori, un prezioso scrigno di flora a fauna rara e talvolta solo qui presente, negato agli umani per colpa di altri essere umani ottusi e feroci, intenti solo a distruggere la vita in tutte le sue forme. Tornato a Kampala, fui costretto ad alloggiare allo Sheraton, l'unico hotel in grado di garantire collegamenti abbastanza sicuri con l'aeroporto di Entebbe. Durante il mio soggiorno ugandese erano infatti avvenuti alcuni gravi episodi sanguinosi. Dieci studenti, il loro preside e il militare armato di scorta, in visita di studio al Murchinson Falls National Park, erano stati massacrati da membri del cosiddetto "Esercito di Dio" (ma non si sa di quale Dio si tratti). Inoltre, si erano verificato vari assalti di banditi che sparavano all'impazzata ai minibus che percorrono, collegandole, i quaranta chilometri che separano Kampala e Entebbe. Scelsi quindi il male minore, rappresentato appunto dallo Sheraton Hotel, ahimè totalmente immerso in una gelida, inopportuna e ingiustificata aria condizionata, che fortemente contrastava con il clima quasi temperato di questa Capitale di due milioni di abitanti, nella quale è pericoloso passeggiare e che è costruita, come Roma e Amman, su sette colline a 1200 metri sul livello del mare. Dopo un ultimo sguardo al volo continuo di centinaia di marabù che in ogni ora del giorno affollano il cielo di Kampala, salii sul rapido shuttle dello Sheraton e, correndo verso Entebbe, notai come il bianco aereo della "El Al", protagonista di un celebre dirottamento da parte dei palestinesi e di un altrettanto famoso blitz degli israeliani, era ancora presente sulla pista, anche se più spostato verso le azzurre acque del lago Vittoria, l'immenso invaso lacustre che, ancora una volta, rappresentò per me l'ultima immagine di questo struggente territorio dell'Africa centro-orientale.
Voglio concludere affermando la mia consapevolezza di non aver narrato né di eccezionali accadimenti né di imprese eroiche, né mie né di altri. Si è trattato infatti della semplice cronaca di normali giorni di un uomo normale che ha ritenuto suo dovere adoperarsi affinché iniziative che riteneva giuste fossero verificate o completate secondo quanto ci si era prefisso. Ripeto, quindi, niente di eroico o di straordinario, ma impegni onorati in nome dell'umana solidarietà verso chiunque soffra, e non per sensi di colpa verso il Terzo Mondo (che io onestamente non sento), tanto in voga, e, spesso, a sproposito, presso gli occidentali.