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Città morte del Mediterraneo
KERKUAN
di Mario Dalmazzo - CIGV Italia

Immaginiamo una città che una grande lama abbia tagliato in orizzontale ad un metro circa di altezza lasciando intatto tutto quanto si trovi sotto il grande taglio, tanto da lasciare apparire il tutto come l’ immagine topografica di una città con le sue strade, le sue piazze e le sue case, gli interni delle costruzioni, le disposizioni delle stanze e così via ed immaginiamo ancora di camminare in quelle strade, per quelle piazze ed entrare liberamente nelle case, in tutte le stanze e curiosare quà e là. Questa è l’ impressione di colui che per la prima volta visita quello che rimane dell’ antica città punica di Kerkuan. Essa si trova all’estremità di capo Bon, non molto lontano dalla punta stessa del capo. I lettori di una certa età ricorderanno i manifesti che poco prima della seconda guerra mondiale, tappezzavano i muri delle città italiane, nei quali il capo Bon era rappresentato come un enorme pistola puntata contro la vicinissima penisola italiana come una incombente minaccia. Capo Bon si trova nel centro del Mediterraneo in una posizione ideale per controllare chi navighi in quel mare ed i Fenici certamente non potevano ignorare questa posizione che pur non è molto favorevole per un approccio dal mare. I Punici vi istallarono una loro base anche se non sembra che mai ci sia stato un vero porto, poiché la città è posta su una costa scoscesa punto di incontro di due anticlinali e con una breve spiaggia ove al massimo si potevano tirare in secca le imbarcazioni, ma certamente non sufficiente a ripararle dalle insidie di un mare talvolta assai minaccioso. Certamente prima di loro il luogo era già abitato da gente libica e sembra che il suo nome originario fosse Tamezrat. Il nome stesso d Kerkuan le è stato attribuito dagli scopritori. Minime tracce rimangono a ricordare questo lontano passato in alcune necropoli vicine. La città punica si sviluppò sotto l’ala protettrice della vicina Cartagine e fu piuttosto un’ oasi di tranquilla vita agreste, luogo di proprietà rurali dei ricchi cartaginesi. Nonostante la doppia cinta difensiva delle sue mura, e la protezione della sua potente amica, non superò gli eventi più grandi di lei che agitarono quell’area del Mediterraneo. Fu distrutta una prima volta nel 310 a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa, ed una seconda volta nel 254 a.C. dai romani e questa volta definitivamente. Da allora, per oltre due millenni, le sue rovine giacquero ignorate fino al 1954 quando gli studiosi P.Cintas e Ch.Saumagne contribuirono a riportare alla luce quello che rimaneva di Kerkuan, forse il sito archeologico più originale della civiltà fenicio-punica del IV e III secolo a.C.
Il visitatore di oggi, superato il recinto che delimita gli scavi e la costruzione del piccolo museo ad essi annesso, può entrare nella città dopo aver superato la cinta delle doppie mura ed incamminarsi lungo una delle sue strade come la “rue de l’Apotropaion” ed arrivare alla prima piazza, proseguire verso la seconda passando dalla “rue des Deux Places” e lungo la “rue des Artisans” visitare tutto il centro della città. Si verrà subito colpiti dalla organicità della distribuzione urbana che fa pensare ad un progetto ben definito del tessuto cittadino che si compone di “isole”, blocchi di fabbricati disposti secondo un preciso criterio funzionale con previsti rapporti dimensionali fra le “isole”, la larghezza delle strade e delle piazze, evidentemente studiate per la vita della gente e per i loro bisogni sociali, luoghi di incontro, di riunione e di commerci.
Possiamo dire che la scoperta di Kerkuan ha portato un contributo conoscitivo ben più importante di quanto non appaia, perché ci ha rivelato aspetti non individuati in altre località archeologiche puniche o fenicie. Elementi urbanistici e soluzioni costruttive particolari ci riportano ad origini orientali semite ed ad una migliore comprensione di questo nostro mondo mediterraneo. Camminando per le strade si vedono bene le abitazioni e grazie al grande taglio, i loro interni consentendo scoperte di grande interesse e curiosità. Il visitatore non può fare a meno di entrare in qualcuna di queste case e curiosare nelle varie stanze. Si entra in una a caso, quella che si trova sulla via dell’Apotropaion. Subito in fondo ad uno stretto corridoio, prima del cortile centrale si trova la stanza da bagno, un vero bagno nel senso moderno della parola con tanto di vasca a sedile per esigenze di spazio, ma anche per razionalità d’uso, con tutte le condutture di conduzione ed evacuazione delle acque sia per la vasca che per un bacile lì accanto. La vasca è in perfetto stato ed il colore del suo rivestimento è di un bel rosa carico, il pavimento è in “opus signinum” e lo stesso fondo della vasca è decorato con pezzetti di marmo bianco e nero. Ecco il cortile, centro della casa, ove si affacciano le varie stanze, le camere ed il salone di soggiorno ed in fondo l’indispensabile cucina. Così ci descrive questo appartamento in un condensato opuscolo su Kerkuan l’autore M’hamed Hassine Fantar. La visita continua nelle varie dimore più piccole o più grandi, più ricche o più povere ma tutte di grande dignità e senza sfarzo. La presenza costante delle vasche da bagno in ognuna delle dimore, il sistema di adduzione delle acque e gli impianti di scarico di esse, i pavimenti sobriamente decorati, in qualche caso, con l’immagine stilizzata della dea cartaginese, Tanit, protettrice della famiglia, ci danno un indice del livello di vita degli abitanti. Ogni visitatore potrebbe trovare il modello di abitazione a lui confacente in dimensione, posizione, quartiere. E’ proprio questo aspetto, la semplicità, la, vorrei dire, ordinarietà di strutture e cose fatte per gente comune e l’assenza di monumentalità, sia nelle strutture pubbliche che in quelle religiose, sono la caratteristica che colpisce il visitatore. Lungo quella che ora è chiamata la “rue des Artisans” c’e il tempio per le funzioni religiose con i sedili per i fedeli, l’angolo destinato ai sacrifici, e lì vicino un pozzo. Abituati come siamo a visitare resti di strutture monumentali ed impressionanti, Kerkuan è uno dei siti archeologici che ci fa ritrovare dimensioni più comuni di vita come pochi luoghi archeologici e nello stesso tempo porta nuova luce sulla conoscenza di un urbanesimo punico con tutte le sue antiche ascendenze mediorientali. I cittadini di Kerkuan non hanno probabilmente mai avuto ambizioni di potere e di espansione. Le stesse opere difensive sono limitate ad una robusta cerchia di mura della quale rimangono ancora evidenti tracce dalle quali si può arguire la loro evoluzione nel tempo che va dal VII secolo al III secolo a.C. anno della fine della città stessa. Lo studio di queste strutture o meglio di quanto rimane di esse, ci rivela soluzioni assai interessanti delle loro parti, come i camminamenti di ronda, gli accessi protetti dall’esterno all’interno della città per accogliere la gente che lavorava nei campi nel caso di improvviso attacco nemico. Il mare stesso costituiva un valido baluardo di difesa con la costa rocciosa che non consentiva un facile accesso. La mancanza di strutture portuali ci dice come la vita della città fosse impostata prevalentemente sulla attività agricola piuttosto che marina anche se la pesca doveva essere una fonte assai importante per gli abitanti, pur se il mare era aggressivo come tuttora si può vedere; si sono rese infatti necessarie notevoli opere di consolidamento per salvare dai marosi i resti archeologici della città . Sono passati ormai più di due millenni dalla fine di questo tranquillo insediamento, quando i romani misero fine alla sua esistenza distruggendolo completamente, rasandolo come abbiamo visto all’incirca ad un metro dal suolo. Da allora fu abbandonato e dimenticato. Le rovine furono coperte dalla vegetazione, poi dalla sabbia e per tutti questi secoli nessuno si occupò più di Kerkuan, nè gli storici latini la menzionarono nei loro scritti e lo stesso suo nome “Kerkuan” non è che un toponimo attribuito a quelle rovine dagli stessi scopritori e primi studiosi del luogo. Quello che rimaneva di questo abitato punico fu dimenticato e così salvato fortunosamente, fino a che ,intorno al 1950 non fu riscoperto da due ricercatori francesi che separatamente si occuparono di queste vestigia appena affioranti. Da allora iniziarono gli scavi e gli studi e Kerkuan diventò oggetto di attenzione da parte dell’archeologia, come esempio che possiamo dire unico, di un abitato punico rimasto inalterato nelle sue strutture per tanti secoli. Man mano che i lavori di scavo procedevano, a lato fu costruito un piccolo museo per raccogliere quanto di oggetti e resti mobili venivano trovati soprattutto nelle necropoli che si trovano fuori dalle mura e che sono di particolare interesse per la varietà di tipologia, per le pitture e gli epitaffi in caratteri punici. Nel piccolo museo sono raccolti i vasi, anfore di produzione locale ma anche reperti di origine attica ed italica, sculture in terracotta per il culto domestico, frammenti di decorazione architettonica, di statue, lucerne e monete. Il reperto che più colpisce l’attenzione del visitatore è certamente la cosidetta” Dama di Kerkuan”, un esemplare di arte punica unico nel suo genere. Si tratta del coperchio in legno di un sarcofago sul quale è scolpita in rilievo l’immagine di una donna supina a grandezza naturale, vestita con una leggera tunica che le ricopre il corpo con un delicato drappeggio che lascia intravedere le forme aderendo alle membra ed esaltandone la bellezza: una dea o una donna o tutte e due insieme, in un espressione di grande dolcezza. Il clima e la sabbia hanno salvato la scultura per tutti questi secoli lasciandola a noi quale simbolo di Kerkuan.

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