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Il silenzio, lontano da Khartoum
di Ovidio Guaita


Finalmente fuori il sole del tardo pomeriggio scotta ancora e, manco a dirlo, nessuno ci aspetta per portarci in albergo. Dopo un'inutile attesa optiamo per un taxi. Il vecchio Toyota giallo è dotato di un compunto autista che ci estorce una cifra spropositata per depositarci al vicino Hilton.
Dall'aereo la città sembrava tutta in "adobe", color terra, tutti edifici bassi, pochissime auto. In realtà c'è anche molto cemento ma l'asfalto pare un lusso e anche un po' datato. L'Hilton è un blocco in stile sovietico. Sigillato. Porte e finestre a tenuta stagna. Puzza di muffa e di stantío, come gli addetti alla reception, che tra salamelecchi e aria complice ci offrono una tariffa "speciale" da Fifth Avenue.
Non siamo granché entusiasti di essere a Khartoum e la città non pare offrire grandi attrattive. Impressione poi confermata nei giorni seguenti. Dunque, polvere e sabbia del deserto ovunque già s'è detto, strade sconnesse e poi un vento fastidioso che rende l'aria quasi irrespirabile e impedisce di tenere gli occhi aperti. Per fortuna che c'è il Nilo, anzi i due rami del grande fiume, il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco che qui confluiscono. Nel desolato panorama cittadino si salva solo la residenza del presidente della repubblica, bel villone a due piani con ampi porticati e un grande spiazzo verde davanti. Due guardie in alta uniforme e molto annoiate sul portone. Gran viavai di poliziotti in borghese nullafacenti in giro, nonché grande confusione di competenze per autorizzare le foto. Meno male che la gente è cordiale e anche un po' curiosa. Non certo come nel resto del paese ma comunque lontano dai cliché terroristici cui la stampa ci ha abituato. La società non pare integralista ancorché musulmana. Si vedono varie coppie in giro, mano nella mano. Le donne sono in genere velate ma mai con quel rigore fanatico di altri paesi islamici. Domani partiamo per il nord. Seguiremo il Nilo verso il confine egiziano alla scoperta dei villaggi nubiani. Se mi viene rilasciato in tempo il "photo permit". lnshallah.
Ma'assalàma. Arrivederci Khartoum. Una volta in jeep per giorni seguiamo il Nilo verso l'Egitto. Ci ferrniamo quasi in ogni villaggio a fotografare le caratteristiche case in "adobe" imbiancate a calce e poi ridipinte ogni anno dopo il Ramadan. I colori spaziano dall'azzurro al rosso, al giallo, al verde con punte di originalità come lilla, marrone, e nero, i colori che fanno tendenza quest'anno. Gli accostamenti sono vari e spesso piacevoli. I disegni semplici e a volte anche di buona mano.
I nubiani sono sempre molto ospitali. Un invito a prendere il tè è quasi scontato ma molti offrono anche cibo e ospitalità. Non chiedono molto in cambio. E' una delle pochissime situazioni dove l'offerta è spontanea e genuina.
Senza contropartite. I più divertenti sono i bambini e gli adolescenti. Ti si parano davanti l'obiettivo nella speranza di essere ripresi, ma non per chiedere la mancia, solo per il gusto di farlo. Tutti, grandi e piccini, salutano con allegria tanto che ti senti un papa benedicente a ogni villaggio.
E' una bella razza, alti, eleganti nel portamento, avvolti nelle jallabiya bianche o scure, e con in capo la classica fascia avvolta a turbante oppure la tipica scodella islamica. Qui le occasioni di vedere uno straniero sono poche e tutti se lo contendono. Sono divertiti e incuriositi. Amano socializzare, soprattutto quelli che vivono isolati nei campi, ancora più soli. Le loro case sono aperte. In genere un bel portale dipinto si apre sui muri bianchi e adduce al cortile dove si svolge gran parte della vita quotidiana. Qui si trova il pozzo, a volte qualche pianta, su un lato è un portico e poi varie stanze. Le decorazioni dell'interno vengono iterate con alcune variazioni. Appena lasciate le rive del Nilo, dove questi laboriosi contadini coltivano immense distese di fave, laddove l'acqua non arriva, l'orizzonte è una continua distesa di sabbia, ciottoli e pietre. Basta mezz'ora di fuoristrada e poi il nulla all'orizzonte. E la sera, sotto un manto di stelle da planetarium, quando i rumori della cena sono sopiti e le chiacchere chetate, un ronzio assordante ci assale all'improvviso. E' il silenzio. Con tutta la sua forza e il suo impeto.
Non ricordo di aver mai udito niente del genere. Non è un silenzio fatto di nulla, al contrario, il sangue pulsa nelle vene, si sente il suo scorrere, il rumore che produce il suo attrito sulle pareti dei condotti. Non ricordo nemmeno di aver mai udito il sangue pulsare. E' la musica del silenzio. Un vuoto virtuale pieno di mille sensazioni. Come l'universo stellato sopra di me. Apparentemente vuoto ma in realtà pieno di infinite stelle, lune, galassie e chissà quanti esseri.
Strano provare il silenzio qui. A pochi passi dai villaggi nubiani, popolati da miriadi di bimbi gioiosi, padri cordiali e ospitali e madri e sorelle tra le più aperte dell'universo islamico. Forse il silenzio unisce come il vuoto avvicina. Chiudo il taccuino, spengo la torcia e mi infilo nel sacco a pelo. Attraverso il sottile telo dell'igloo vedo la luna, quasi piena. Domani visiteró altre case, riceveró infiniti inviti a bere tè alla menta o a inangiare o anche solo a entrare per chiacchierare. Il silenzio unisce. Soprattutto dove lingua, razza e religione sono lontane.
E poi anche Khartoum è lontana, oltre 500 chilometri. Quasi un anno luce.

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