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Terra Amata
di Mario Dalmazzo - CIGV Italia

Mediterraneo. Costa Azzurra. E’ certamente, questa una delle rive dove le abitazioni dell’uomo si sono più addensate soprattutto lungo la linea costiera e sui colli attorno, come uno sciame di vespe che lì abbia trovato il ramo al quale appendersi. Se immaginiamo di guardare la costa dall’alto e poi, con una rapida zoomata di scendere velocemente, ecco Nizza, una grande distesa di case che si arrampicano sulle pendici delle alture, e il Mont Boron che si affaccia sul mare ove si addensano case, case di tutti i tipi, ville, villette e condomini piccoli , grandi, enormi, belli e brutti, e avvicinandoci sempre di più, ecco Terra Amata dal nome accattivante, e scendendo ancora più vicino, un punto in mezzo a tutte le costruzioni e, proprio in quel punto, un grande edificio anonimo a tanti piani come un alveare, lungo il boulevard Carnot che porta verso Mentone. E’ su quella costruzione che fermiamo la nostra attenzione. Quando nel 1958 cominciarono i lavori di sbancamento del terreno per gettare le fondazioni, venne alla luce uno strato di sabbia fossilizzata che subito apparve essere un tratto di una spiaggia antica che attirò subito l’interesse dei geologi dei paleontologi che la misero sotto la loro temporanea protezione per poter studiare e salvare quel reperto eccezionale, un sito preistorico di grande interesse. Era il resto fossile di una spiaggia a circa 26 metri di quota rispetto al livello attuale del mare che dopo 400.000 anni tornava fortuitamente alla luce. A quell’epoca la maggior parte delle terre dell’attuale tratto di costa erano sommerse ed il mare penetrava profondamente là dove ora scende la valle del Paillon e, quello che ora appare come un piccolo promontorio, Le Chateau, era un isolotto, poco più di uno scoglio. Con grande impegno ed ogni mezzo possibile, i ricercatori si dedicarono a studiare ed a salvare, per quanto era in loro potere, quella rara testimonianza di un mondo così lontano nel tempo per conoscerlo da tutti i punti di vista, geologico, paleontologico, con la ricerca di resti fossili organici, ossa, denti, conchiglie, semi, pollini, ed avere da questi tutte le possibili informazioni sull’ambiente di quel tempo. Solo più tardi, nel 1965, la grande emozionante scoperta. In quel luogo, su quel tratto di spiaggia su quella sabbia, un gruppo di uomini era passato ed aveva lì abitato , anche se solo per poco tempo. Chi erano questi esseri umani che più di trecentomila anni or sono avevano lì sostato e, potremmo dire, piantato le loro tende lasciando segni inequivocabili del loro passaggio? Ci rispondono i paleontologi. Molto probabilmente erano un nucleo di cacciatori di elefanti ( “elephans antiquus”) che percorrevano le dolci e verdi vallate della regione seguendo lo spostamento dei branchi dei grossi animali che costituivano per loro una fonte importante di cibo per la sopravvivenza. Si spostavano in piccoli gruppi di poche unità, intorno alla decina, uomini donne e ragazzi, ed erano i primi nuclei, perduti in un territorio immenso dal clima mite di quel periodo interglaciale, pieno di insidie e minacce. Siamo nell’epoca che gli studiosi chiamano il paleolitico inferiore e la specie umana che da più di un milione di anni vagava sul pianeta, sarà chiamata dai paleontologi “homo erectus”, non ancora ”homo sapiens” come oggi forse un po’
presuntosamente ci definiamo, (anzi ”homo sapiens sapiens”) e la sua cultura, l’ “Acheulana”, dal luogo, Saint Acheul vicino ad Amiens dove le sue tracce ed i suoi primi manufatti in pietra furono individuati e studiati, una cultura che viene individuata dai sassi scheggiati, i “choppers” e le prime amigdale bifacciali, e che permane dai 400.000 ai 120.000 anni or sono. L’uomo acheulano, “Homo Erectus”, è assai vicino ormai all’uomo di Neanderthal e la sua capacità cranica già molto prossima a quella del “Sapiens Sapiens”. Le tracce che i cacciatori di elefanti avevano lasciato su quel tratto di spiaggia, rivelarono molte informazioni agli attenti studiosi e con esse anche molte inattese sorprese. Le tracce di una capanna fatta di rami robusti ed assai ampia per contenere tutto il gruppo col suo focolare centrale protetto da ciottoli messi attorno ove si cuocevano i cibi dei quali sono rimaste evidenti ed interessanti segni. Una delle più antiche testimonianze dell’uso del fuoco, l’elemento che avrebbe dato una incisiva spinta all’evoluzione culturale. Ossa calcinate di diversi animali, pietre che la fiamma ha diversamente colorato a seconda della sua intensità e pietre scheggiate usate come utensili insieme a frammenti di legna carbonizzata ci raccontano qualcosa sull’ambiente e sui modi della vita di questi uomini. La pianura della grande valle del Paillon e le foreste delle colline circostanti erano abitate da una fauna di animali di grande taglia come gli elefanti, “elephas antiquus”, i rinoceronti della prateria “dicerorhinus hemitoechus, i “bos primigenius”, enormi bovini dalle grandi corna, i grandi cervi, “cervus elaphus” e daini, cinghiali, fino ai piccoli mammiferi, ai rettili, tartarughe e molti tipi di uccelli, tutti quanti oggetti di interesse venatorio per i cacciatori di Terra Amata. I resti combusti del focolare, i pollini e le spore delle varie piante ci dicono della vegetazione del luogo che nel clima mite del tempo aveva le caratteristiche tipiche della odierna vegetazione mediterranea. Boschi di querce, di pini di Aleppo, macchie di piante da brughiera, acanto e cisto, vegetazione tipica di un clima umido e dolce. Tutti questi esami e studi sono stati condotti con il massimo impegno e nel minor tempo possibile dai ricercatori poiché il ritmo della vita moderna non concedeva loro molto. La costruzione dell’edificio doveva proseguire. La spiaggia di Terra Amata sarebbe di nuovo scomparsa sotto il grande condominio che stava crescendo. Per cercare di ovviare almeno in parte a questa perdita, gli studiosi, a tempo di record, fecero un grande calco del tratto di spiaggia più interessante, quello abitato ove le tracce della capanna sono ancora evidenti. Si tratta dei buchi nel terreno sabbioso dove erano stati infissi i rami di sostegno della struttura, i resti del focolare attorno al quale si trovano i frammenti di legno combusto, gli utensili di pietra scheggiata e l‘unico segno di un essere umano rimasto: l’impronta di un piede sulla sabbia umida, un piccolo piede della lunghezza di 24 centimetri, il quarto dito un po’ più lungo degli altri e la pianta larga di chi è abituato a camminare nudo. L’altezza di quell’essere umano è stata stimata di un metro e cinquantacinque. Un ragazzo, una donna, un adulto? Non lo sapremo mai. Il calco della spiaggia, dalla superficie di più di 50 metri quadri, è stato incorporato nello stesso edificio costruito sul luogo del ritrovamento, solo spostato di qualche metro più in basso ed intorno ad esso è sorto un piccolo ma prezioso museo, il Museo di Terra Amata. In esso sono esposti i reperti più significativi e riprodotto un modello di capanna simile a quella delle tracce lasciate sul terreno; molti pannelli esplicativi illustrano ed accompagnano il visitatore lungo un percorso didascalico assai efficace. Un sistema di illuminazione mobile con un commento audio, in varie lingue a scelta del visitatore lo accompagnano lungo il percorso espositivo. La nostra immaginaria zoomata iniziale ci ha portato su questo piccolo tratto di spiaggia preistorica e ci ha fatto fare un salto indietro nel tempo di quasi quattrocentomila anni, agli albori della nostra cultura che ha dovuto fare un lungo, lungo cammino per arrivare al punto in cui ora siamo. Un breve inciso: non lontano da Terra Amata, sempre sulle pendici del Mont Boron, altri gruppi di Acheulani sostarono lasciando tracce del loro passaggio e della loro esistenza, in una grotta, la grotta del Lazaret, che ora è a 20 metri sul livello attuale del mare e che allora era arretrata rispetto alla spiaggia di circa centoventi metri. La situazione era molto diversa da quella di Terra Amata. Erano passati duecentomila anni e il clima molto freddo, glaciale. Era l’epoca della Glaciazione che è stata chiamata del “Riss ou Saale” del Pleistocene Medio e la vita molto più dura. Forse noi , a quel tempo, avremmo pensato prossima la fine del mondo che invece sarebbe continuato per altri millenni e millenni e chi sa ancora per quanto.
Nel chiudere questa succinta nota su questo piccolo ma prezioso museo che conserva i resti di un nostro lontano passato, non posso non citare i nomi di quelli che hanno contribuito a scoprirne e mantenerne la memoria. Il professore Henry de Lumley con la squadra dei suoi ricercatori che l’allora sindaco di Nizza, Jacques Médecin incoraggiò ed appoggiò nel loro entusiasmo e nel loro impegno.

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