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Città morte del Mediterraneo
TIPASA
di Mario Dalmazzo - CIGV Italia

A qualche decina di chilometri da Algeri, l’antica “Icosium”, prima di arrivare a Cherchel, un tempo “Iol” e poi “Cesarea”, la costa mediterranea, si dipana fra falesie che strapiombano sul mare, colline, e brevi tratti di pianura, con un profilo assai movimentato da scogli e isolotti che quasi proteggono le piccole baie. La vegetazione è quella tipica delle coste mediterranee folta e lussureggiante, ulivi, pini, eucalipti, e fioriture di lentischi, asfodeli e ciclamini che profumano l’aria salmastra che viene dal mare. Su quella costa un piccolo villaggio dal nome di origine punica, Tipasa, che forse voleva significare “passaggio” come dice uno studioso, S. Lancel, che ne ha diretto gli scavi archeologici intorno agli anni sessanta; un villaggio che oggi a prima vista non offre nulla di particolare interesse al visitatore ma che dopo il primo incontro, rivela, imprevisto, fra il rigoglio di una natura che quasi lo nasconde gelosamente un mondo scomparso e ancora ne conserva i resti.
Arrivando da Algeri, poco prima di giungere all’odierno villaggio che ancora porta l’antico nome, potremmo iniziare la nostra visita lasciando la strada costiera e salendo verso destra, su di una collina con un vasto pianoro che si affaccia sul mare e forma un promontorio fronteggiato da due piccoli isolotti. Il promontorio si chiama ora Sidi Said ma una volta portava il nome di capo di Santa Salsa a ricordo di una storia che si fonde con una leggenda, appunto quella di Santa Salsa. Partire da qui per la visita, di Tipasa, è un po’ come seguire un itinerario a ritroso nel tempo e cominciare dagli ultimi eventi della sua storia dal quinto o sesto secolo dopo Cristo dopo i quali la città di Tipasa finisce la sua esistenza per divenire, un anonimo e insignificante villaggio. Salendo sulla cima di quella collina troviamo una vasta necropoli cristiana che, a detta ancora dell’archeologo Lancel, è una delle più belle necropoli cristiane del mondo occidentale e che lo scrittore Barrès, definisce come “ uno dei luoghi eletti per tutta l’eternità per essere la sede dell’emozione religiosa”. La necropoli è una distesa di sarcofagi di varie epoche dal secondo al quinto secolo dell’era cristiana che si addensano come un gregge di pecore attorno ai resti di una basilica dedicata appunto a Santa Salsa e che , per la maggior parte , sono semplici parallelepipedi in pietra con rari ornamenti e simboli religiosi cristiani e completamente liberati dalla terra attorno. L’antica chiesa, che probabilmente risale al V secolo e della quale rimangono ben visibili le mura dell’abside e la navata centrale con le due laterali, fu costruita per ampliare una cappella preesistente più piccola, l’originale, eretta in memoria della Santa e risalente alla prima metà del III secolo.
Ma chi era Santa Salsa? Una giovanetta di quattordici anni della quale un suo conterraneo, abitante di Tipasa, ci ha dato notizia in un suo manoscritto del V secolo, conservato a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Questa ragazzina di fede cristiana in un mondo ancora per lo più pagano, osò ribellarsi ai suoi concittadini gettando dall’alta costa nel mare sottostante la statua di un mitico dragone in bronzo da loro adorato. Essa fu lapidata e gettata dalla rupe nel mare ed il suo corpo fu ritrovato da un navigante , Saturninus, che lo riportò a terra sulla collina ove fu costruita una piccola cappella che sarebbe diventata poi la chiesa di Santa Salsa e per questa sua azione il marinaio fu miracolosamente salvato da una terribile tempesta. Col nome Salsa non certo comune, è stato trovato un sarcofago di origine pagana ed una iscrizione in un mosaico, ora ad Algeri, che menziona: “la martire Salsa, più dolce del nettare”. Leggiamo queste notizie sempre negli scritti dell’archeologo Lancel.
Scendendo da questa collina, scendiamo anche nel tempo e nei secoli della storia di Tipasa, e troviamo la cinta muraria che risale al 175 e circonda tutta l’area compresa fra i promontori di Sidi Said e di Ras Knissia. Passato il villaggio attuale che certamente copre una parte dell’antica Tipasa, si trova un area, detta “ Parco Archeologico”; nessuna definizione potrebbe essere più appropriata poiché un vero parco si apre agli occhi del visitatore con una grande ricchezza di vegetazione naturalmente ordinata, di ulivi, di pini marittimi e di eucalipti, fra macchie di lentischi e di artemisia che fanno da sfondo e da scenario ai monumenti e agli edifici di un insieme urbano assai complesso, nel quale si confondono epoche e culture diverse dal periodo romano, ellenistico e cristiano bizantino. E poiché abbiamo inziato il percorso a ritroso nel tempo, passiamo dall’altra parte della città verso occidente fino a ritrovare la cinta muraria romana contro la quale fu costruita nel IV secolo e potremmo dire in epoca cristiana, una grande chiesa che porta appunto il nome di “Grande Basilica”. Di essa non rimane molto: la pianta ben visibile con una navata centrale segnata dalle basi di colonne sormontate da capitelli corinzi, e tre navate per parte che racchiudono una superficie di circa 60x40 metri. Il piano del pavimento conserva ancora tracce di mosaici. Sul fianco sinistro hanno resistito al tempo alcune arcate in parte restaurate e nel fondo, ben visibile, una grande abside costruita quasi a picco sul mare e sostenuta da grossi contrafforti in mattoni. Probabilmente proprio nell’epoca della costruzione di questa opera, Tipasa raggiunse il suo massimo sviluppo quando il potere dell’impero romano nella provincia mauritana cominciava a sgretolarsi. Si pensa che la popolazione della città avesse raggiunto in quel tempo i ventimila abitanti, valore notevole per quell’epoca. Da quel momento inizierà la sua decadenza. I Vandali e i Bizantini contribuiranno alla sua fine. I suoi monumenti più importanti, come spesso avviene, saranno fonte di materiale da costruzione per le popolazioni vicine ed il loro smantellamento progressivo continuerà fino al sesto e settimo secolo e l’oblio ed il silenzio copriranno con le sabbie alluvionali dai monti circostanti ciò che molti secoli dopo sarà di nuovo riportato alla luce.
Torniamo sul nostro cammino a ritroso nel tempo fino al IV e III secolo nei quali oltre la chiesa di Santa Salsa fuori le mura e la Grande Basilica, furono costruite altre importanti opere cristiane quali la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, la chiesa del vescovo Alessandro e la Basilica “Giudiziaria” il cui curioso nome proviene da un uso precedente della stessa opera come tribunale, luogo di amministrazione della giustizia.
Nel corso del primo secolo l’imperatore Claudio, successore di Caligola, aveva concesso a Tipasa il diritto di usare uno statuto municipale romano e l’uso del diritto latino (jus latii). Un secolo dopo Tipasa divenne colonia romana e dal quel momento l’aspetto della città cambiò totalmente. Nel 147 fu costruita la grande cinta muraria che abbiamo già incontrata nella nostra visita, e la distribuzione urbanistica assunse un nuovo aspetto con un nuovo impianto della città e questo è quello che un giro per il Parco rende immediatamente visibile. Dalla grande porta monumentale aperta verso Cesarea, con le due torri rotonde a difesa, ancora ben individuabili, inzia il decumano in direzione del porto e subito a sinistra il grande teatro, a destra il Ninfeo e nel fondo ai due lati due costruzioni templari. La suggestione che colpisce alla vista del teatro appena varcata la porta Cesarea, è esaltata dall’ambiente , dai grandi ulivi che nella luce del sole diffondono una luce argentea che fa vibrare l’atmosfera attorno alle pietre corrose. Fanno da corona gli alti eucalipti ed gli ombrelli dei pini. Tre sole fila di gradoni si sono salvate dalla distruzione ed il terreno sul quale si appoggia la struttura è stato abilmente sfruttato dai costruttori, secondo una tecnica più greca che romana mentre la scena viene arricchita dal panorama che si gode dalle gradinate.
Dalla porta Cesarea inizia il Decumanus Maximus che scende fin quasi al porto verso i resti dei due templi e verso il grande anfiteatro ormai spogliato di tutte i suoi decori architettonici. Si vedono bene ancora l’alto muro in mattoni che definiva l’arena e gli ingressi per il pubblico. A sinistra scendendo verso il mare si incontrano i resti, forse i più interessanti di epoca romana, la “villa degli affreschi” cosiddetta appunto per gli affreschi dei quali però restano solo poche tracce, una grande casa privata con numerose stanze: un solarium, un triclinium, una grande sala da pranzo e molte camere e piccoli bagni. La grande casa si affaccia su di un piccolo golfo formato dai due promontori su uno dei quali c’è il foro, il centro della vita pubblica della città.
Come in tutte le città romane le terme sono le costruzioni più notevoli dal punto di vista dimensionale. Le grandi terme si presentano con grosse muraglie in mattoni che si elevano con archi e contrafforti anche di dieci metri in altezza dal loro suolo che le alluvioni avevan sollevato nel tempo di molti metri. L’attuale villaggio ha per ora impedito di liberare il complesso termale e presentarlo nella sua interezza.
Se volessimo ora continuare il cammino a ritroso nel tempo, dovremmo cercare ciò che resta del periodo preromano e ricercare le tracce di Tipasa centro importante del grande regno mauritano e ricordare Giugurta , Massinissa e la dinastia dei Bocco e Cleopatra Selene, figlia della ben più famosa Cleopatra dei Tolomei. Non troveremo molte tracce, distrutte e perdute nelle ricostruzioni romane, comunque sembra certo che la città ebbe un importante vita anche in quel periodo che seguì al periodo più antico, il punico, nel quale Tipasa era certamente un importante punto commerciale per i naviganti dall’oriente. Ricordi di quel periodo si ritrovano nelle necropoli ai margini della città stessa.
Nel concludere questa rapida visita ad una delle città morte delle coste mediterranee
vorremmo fare un auspicio per un prossimo futuro, che l’Algeria, una terra così ricca di storia, di cultura e di arte, superi i difficili momenti di questi ultimi decenni e torni ad aprirsi al mondo con i suoi tesori sia naturali che artistici e riprenda il posto che le spetta fra i paesi del Mediterraneo.

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