Africa. Terra di mercati
Gianni Vercellotti
La solitudine chiede incontri; il silenzio reclama voci; la monocromia vuole colori.
Per questo, forse, l’Africa è terra di mercati.
E se si cerca di cogliere la verità della vita africana occorre lasciarsene sopraffare e dedicarvi ore e giorni, senza programmi né obbiettivi, ore e giorni di vagabondaggio tra la musica delle voci e l’esibizione dei prodotti. Il loro odore e il loro colore.
Mercato: punto di incontro e di scambio, occasione di tutto e di nulla, causa e motivo di vita, luogo antico come il mondo e sempre nuovo e diverso.
Ci sono mercati sterminati: Addis Abeba, Djennè, Tananarive, chilometri di bancarelle di legno, di tendoni variopinti; migliaia di persone, un vociare come di tuono; infinite assordanti litanie di automobili in coda in preda al “raptus” del suono, con i tubi di scappamento emananti nero veleno e le carrozzerie rugginose e cadenti tenute insieme da ripetute verniciature di fantasia.
Ma ci sono anche quattro uova e cinque banane offerte all’ombra di una acacia persa nel nulla da una vecchia che non può più invecchiare, tanto la sua pelle è già mummificata dal sole e dal vento;senza parole, soltanto l’occhiata timida e velata dal tracoma lascia che sia tu a fare una proposta ed una offerta ben sapendo che, nell’arco della giornata, potrai essere il solo a passare di lì.
E ci sono cesti di manghi e catini colmi di verdura in attesa di un acquirente, abbandonati ai piedi di un albero nella foresta, senza nessun venditore, nessun proprietario in vista; e sacchi di carbone di legna oppure fagottini di rami secchi alle soglie del deserto, messi lì per ricordarci che, più avanti, non troverai più nulla per accenderti un fuoco e farvi bollire l’acqua per il thè, senza il quale non c’è sosta possibile per dissetarsi, celebrando insieme un rito antico e sacro, quello dell’ospitalità delle piste carovaniere.
Non è possibile elencare quanto è in vendita sui ,mercati africani: mille verdure e mille tipi di frutta, frittelle e mille polpette, iguane arrostite e polli allo spiedo,pelli di serpente e feti di dromedari essiccati, minerali colorati e polveri grigia, pietre dure e pietre preziose, valigie e bauli, pepe e caffè, tipi di the, karkade e burro di carità. Il mercato è occasione di conoscere e imparare, di soddisfare la curiosità più insaziabile; si possono trovare superstiti di tribù morenti, ridotte a pochi esemplari usciti dalla foresta ed incapaci di affrontare il ritorno nel silenzio e nel nulla; si vedono venditori ambulanti con mostruosi orologi dorati e berretti di pelle di leopardo, occhiali a specchio e collane di denti di facocero.
E donne, donne, donne a migliaia, ovunque;; e tutte con i piccoli al collo, sulle spalle, addormentati tra i cesti, affidati a sorelline appena in grado di camminare. Donne che hanno percorso chilometri sulle piste con carichi di frutta, di verdura, uova e pollame arrivate da villaggi oltre l’orizzonte cui ritorneranno a notte fonda, ancora in tempo per estrarre l’acqua dal pozzo e preparare l’ “ugali o il “posho” in cui intingere le dita con tutta la famiglia.
Bambini occupano il mercato, seri e pensierosi bambini dagli occhi più grandi del viso, sguardi intenti e curiosi, nasi che colano moccio; bambini che corrono trascinandosi dietro scheletri di giocattoli appena abbozzati con filo di ferro o che calciano una palla di pezza attraverso spazi polverosi e chiazzati di sacchetti di plastica preda del vento.
Uomini che giocano usando logore carte unte, tenute insieme dalle dita legnose oche affrontano complicati movimenti di birilli in vassoi cosparsi di buchi, intenti a incomprensibili e filosofici giochi africani che hanno radici nei primi divertimenti di australopitechi curiosi; uomini riuniti per ascoltare un “griot”, l’ultimo cantastorie, che propone ancora racconti leggendari e battaglie epiche combattute quando il “Sahel” era il centro dell’universo e forse prima ancora che gli arabi avessero coniato il motto secondo cui “Dio creò il paese e poi si mise a ridere”.
Il mercato non ha tempo perché è la giornata intiera: nasce con l’alba e muore con il tramonto; senza che ci siano ore per incontrarsi, ore per appuntamenti.
L’arabo dice: time is Allah’time….” E non si affanna dietro ai minuti: il sole sin alza, cammina discende e nel mercato si ammucchiano i rifiuti, le ceste vuote, le cartacce ed i cartoni offrendosi allo speranzoso di cani esausti e gatti randagi in lite con i corvi e i marabù.
In un angolo rotolano i dadi e nell’altro si sgozzano le capre o si immergono i polli nell’acqua bollente; e la colonna di mosche costella la carne esposta, asciugandone il sangue, restituendole una impropria copertura azzurrina e il ronzio costante del volo mentre le vespe preferiscono il dolce zuccherino di banane troppo mature o di ananas marciti.
Voci e parole danno il suono e la musica è sempre danza in Africa, perché su di lei si modella il passo e l’andatura; danzano i bambini al ritmo del cucchiaio sulla tazza di smalto, ondeggiano ragazzi davanti a colossali radio a transistor che saranno l’orgoglio del villaggio insieme alla loro confezione in cartone con scritte cinesi.
E vanno e vengono lingue e dialetti diversi faticosamente ricercanti la comprensione nell’uso di termini comuni il francese e ’inglese della scuola o del missionario, lo swahili e l’arabo del commercio il tutto tra battute e lazzi, risate e ammiccamenti, richiami e urla. Nel mercato c’è la vendetta sul silenzio delle lunghe ore e giornate di solitudine in spazi vuoti; c’è il rifiuto del vento e del sole nel ritrovato gusto di sentirsi insieme, occasione di colloquio e di dialogo, serbatoio di novità e notizie.
Nel mercato si parla si dice, si racconta e si fs provvista di cose e di idee, si riportano al villaggio merci e narrazioni; il ritorno è e sempre atteso da chi non è venuto; c’è sempre qualcuno che accorre da altre capanne, che viene accanto al fuoco per sapere, preconoscere, per riportare.
Il mercato è il giornale dell’Africa, dove la verità s fa leggere senza influenze di governi tiranni e di giornalisti venduti; si percepisce tutta le critica e la rabbia e il bisogno e la speranza della gente; si capisce tutto ciò che occorrerebbe, che manca, che si attende.
E non a caso vi si trovano sacchi e sacchi di rifornimenti di organizzazioni internazionali umanitarie, benefiche, mandati qui per essere distribuiti in regalo ed invece offerti in vendita: chi se ne è appropriato? chi ne trae altri profitti, altra ricchezza? Forse quei wa-benzi a cui la rassegnata ironia degli africani poveri ha attribuito il nome di una nuova tribù, quella dei possessori di “Mercedes Benz” che sono i nuovi ricchi, i nuovi padroni, la nuova “classe dirigente” che pensa ad arricchirsi ed a dimenticare l’Africa.
Richiami vanno e vengono fra odori di frutta e verdura e frusciare di abiti stoffe, tintinnare di collane e bracciali, tra corpi fatti esse stessi ornamenti, solcati da scarificazioni, tatuaggi, pitture, ultime orgogliose esibizioni di appartenenza tribale.
Ma già nelle città, nei paesi, si aprono vetrine di negozi; già scatolami e confezioni di plastica rubano lo spazio ai prodotti locali; già misteriose alchimie ingrassano bestiame e pollame, già cartelloni reclamistici promettono merci che arrivano da lontano, uguali per tutto il mondo.
Si contano banconote logore, a pezzi, impregnate di odori di fumo; i talleri di Maria Teresa trovano ancora prodotti da acquistare e con qualche milione di scellini zairesi si comprano sei uova su un banchetto i feticci sono pronti per diventare polvere medicinale insieme a tubetti di aspirina scaduta venti anni orsono.
In un bugigattolo un indiano presta denaro ad usura mentre due arabi cumulano i dollari in pacchetti ordinati; un ciarlatano offre lucertole essiccate ed un saltimbanco danza sul filo di corda.
Ma il richiamo di quei nuovi negozi è sempre più forte; i supermercati arrivano con i loro colori artificiale, con la loro merce artificiale, con le loro luci artificiali.
E l’Africa, senza i suoi mercati, perderà anche il fascino di ciò che li rende così attesi e necessari, cioè la solitudine, il silenzio, il vuoto. Con la solennità dei suoi spazi perderà anche La magia delle sue parole.
Gianni Vercellotti
Questo articolo
per gentile concessione del suo autore è tratto dal volume: “AFRICA, gli ultimi fuochi” edizione Gribaudo
Le fotografie
foto 1: Al mercato c' è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontare e che trova ascoltatori. Lagos. Foto Dalmazzo
foto 2: Mercato sul Niger (Onithsa). Foto Dalmazzo
foto 3: Lagos, Nigeria 1963 - Grande mercato. venditrice di amuleti medicine ed altrì rimedi per qualunque necessità. Foto Dalmazzo