Algeri
di
Jolanda Guardi

Per gentile concessione dell'autrice Jolanda Guardi, docente di lingua araba presso l'Università degli studi di MILANO e PAVIA e per gentile concessione della rivista "AFRICHE E ORIENTI" che ha pubblicato l'articolo nel numero 2/2003.
Chi volesse avere notizie di questa rivista può visitare il sito della rivista. Consigliamo ai nostri lettori, interessati alle problematiche del mondo africano e medio orientale, di seguire questa intressante pubblicazione .
Algeri: sogno, realtà e incubo nel romanzo algerino contemporaneo
Algeri
Algeri-Nausea
Algeri-Aborto
Algeri-ipocrita
[…] ti ripudio
ti vomito
ti bestemmio
[…]Algeri-matrigna
La strada che dal mare porta sui colli di Algeri sale snodandosi come un lungo serpente addormentato al sole, il cui dorso centinaia di insetti – le auto – percorrono incessantemente in un senso e nell’altro. Il salmastro si mesce al tanfo di spazzatura ed edifici d’epoca e palazzi ristrutturati e ridipinti in bianco e azzurro2 si alternano a costruzioni fatiscenti. Eppure, questa città al di fuori di ogni norma, possiede un fascino incontestabile, alimentato dal carattere segreto che rivestono le sue origini, avvolte nella leggenda secondo la quale Ercole e i suoi compagni crearono un primo luogo abitativo in questa zona chiamandolo Eikoi (Icosium, dal termine per “venti”, numero dei fondatori). Ad essa la letteratura algerina (ma non solo) ha sempre fatto riferimento e “al-‘asima” continua ad essere il soggetto e l’oggetto di romanzi di autori contemporanei.
Nella città di Algeri si consuma quella che può essere definita una “lucida follia”, un movimento circolare che ne fa sogno realtà e infine incubo.
Attraverso al penna di alcuni autori emerge la sofferenza di un paese tanto amato e detestato e scorre in, parallelo agli avvenimenti politici una storia altrettanto importante, quella di uomini e di donne che ogni giorno negoziano la propria vita fisica e morale.

Poeti e viaggiatori la chiamavano al-bahgia, la meravigliosa, al-bayda’, la bianca; i suoi difensori la gratificavano con l’appellativo di al-mahrùsa, la ben difesa, o al-mansùra, la vittoriosa em ancora, dàr al-gihàd, casa del gihàd e giazà’ir al-mughazi, Algeri della guerra santa.
Oggi, la celebre città ha perso il suo posto leggendario e sul luogo non restano che le pietre e il loro silenzio, ma le vestigia suscitano ancora una profonda emozione al ricordo dell’immortale epopea dell’artiglieria di Algeri. Per molto tempo è stata una città unica al mondo, baluardo contro l’occidente. Le sue origini risalgono al terzo secolo circa3 e, a partire dal 950 circa, la letteratura ci offre una descrizione della città dai toni di elogio, soprattutto per le sue costruzioni e per la presenza di acqua dolce. Così Leone l’Africano:

“[…] le sue mura sono bellissime e fortissime […] e sono in lei nelle case e ordinate piazze in ciascuna delle quali è la sua arte separata […]”4

È naturalmente con l’occupazione francese che le descrizioni della città si moltiplicano, in parallelo agli interventi urbanistici; se, da un lato, gli scrittori, pur deprecando alcune caratteristiche dell’architettura francese che non apprezzano, ne riconoscono comunque la maestosità, dall’altro, quando si addentrano anche casualmente all’interno della zona “araba” della città, non possono fare a meno di ricavarne un’impressione negativa:

“Le vecchie vie di Algeri non somigliano per niente a ciò che intendiamo in Europa con questa parola: le meno strette hanno appena cinque o sei piedi di larghezza, i piani si sovrastano in modo che spesso i tetti delle case si toccano; gli architetti moreschi non si preoccupano affatto della regolarità; e siccome prima della conquista non esisteva alcun sistema stradale, ci sono in ogni parte degli angoli senza alcun criterio, dei gomiti imprevisti, dei casi di cristallizzazione come quelli delle stalattiti nelle grotte”.5

Da allora la città è stata oggetto di una vera e propria “esplosione urbana”.6 La crescita incontrollata della città sta diventando un flagello che evidenzia le carenze strutturali e fa delle moschee un luogo di assistenza l’esodo di massa ha favorito la crescita spaziale incontrollata che ha portato alla degradazione della qualità della vita e alla ruralizzazione della città che riproduce il conservatorismo delle campagne. La città, luogo del potere e del “sapere” diventa il luogo della modernità, una modernità che, tuttavia, snatura l’essere umano.
Il romanzo algerino riflette questa situazione, in cui la città da sogno si fa incubo. Le pubblicazioni dell’ultimo decennio sono marcate dall’avvenimento immediato. Il terrorismo, un tessuto sociale disarticolato, l’esilio. Gli esseri umani vivono nelle città e la città antica è cultura, un rapporto con il bled, il villaggio, rappresenta prima il sogno poi la disillusione e la sconfitta. Se il bled rappresenta la famiglia, un luogo protetto, la città viene vista come via di fuga, ma presto si trasforma in luogo di solitudine, corruzione, morte. È un recinto nel quale si sviluppa il pensiero progettante l’immagine del mondo.7 L’itinerario è circolare. Il paesaggio urbano è una scelta consapevole.
Secondo Bachelard la vita incomincia bene, incomincia racchiusa, protetta, tutta tiepida nel grembo della casa.9 E allora ogni spazio veramente abitato reca in sé l’essenza della nozione id “casa”. Se tale presupposto è vero, allora anche la città porta in sé questa nozione, e la disillusione è ancora più forte. La memoria non registra la durata concreta, gli spazi della solitudine sono incancellabili perché costitutivi.
Si scrive una città, si legge una città;8 il lettore, a contatto con questa scrittura, sospende la sua lettura e comincia a pensare a qualche sua città…

“Algeri è una città intensa. Camminarvi sotto il cielo color dell’azzurro, all’ombra di antiche costruzioni, una volta bianche, richiede a volte uno sforzo sovrumano. L’aria è tesa come la pelle di un tamburo e il cuore sposa il tremore proveniente dal profondo della cittadella, come un’idra dai mille zefiri, che scivola dal profondo dei secoli in una marea di case vive, dalla cima dei monti straziati verso il mare”.10

Il sogno della città si scontra con la crudità del cemento misto alla tradizione, in uno squarcio di luce proveniente da una finestra:

“Dalla mia finestra osservo le terrazze irte di antenne e i minareti i cui contorni un sole timido cerca di delineare sullo sfondo blu del cielo. Questa notte la pioggia è scesa intensa […] Dal cortile ancora umido giungono grida argentine di giocatori di pallone in erba frammiste alle imprecazioni intraducibili della vicina e a un vago profumo di zagare. L’autunno, quest’anno, sembra non avere fretta di entrare nella capitale…”11

In quest’aura affascinante che circonda Algeri, ancor più stridente si fa lo scarto tra la città e il villaggio, particolarmente sentito dalle giovani donne, che vedono nel trasferimento da una “casa” all’altra, la realizzazione dei loro sogni e la possibilità di sviluppare la loro personalità, troppo a lungo rinchiusa tra le mura domestiche del douar. La città incarna così la felicità

“Quando sono entrata in città per la prima volta, ho tolto le mie scarpe rozze, scarpe “Pirenei”, chiodate. Le strade della città per me erano più morbide delle mie scarpe! Ricordo anche che non ho dormito la prima notte fino all'adhan dell'alba. La luce elettrica mi aveva incantato! Qaddur dormiva profondamente! Credevo che le lampadine guardassero verso di me. Che mi corteggiassero! Mio Dio! Com'era vicina al mio cuore la felicità, dopo le ristrettezze e la disperazione! Com'era vicina al mio cuore. La vedevo nella decorazione delle pareti, nelle lampadine, nel vaso di fiori, nelle banane, nella caraffa di succo, nelle vetrine di un negozio... la vedevo negli occhi che indugiavano sul mio volto e sulla mia femminilità!”12

o la possibilità di un futuro in movimento:

“Sarò medico! Vivrò ad Algeri! Ho avuto un colpo di fulmine sin dal primo momento in cui l’ho scoperta. La mia vita è laggiù. Amo il rumore, anche se sembro calma. Forse perché in me ho perennemente il silenzio; forse è per questo che provo costantemente il desiderio di agitarmi, di essere circondata dal rumore. È finita con il villaggio!”13

La città simbolo di modernità e di possibilità di sviluppo personale ritorna in molti dei romanzi pubblicati fino agli anni ottanta. Si percepisce la differenza con la vita di campagna, della quale tuttavia chi decide di trasferirsi porta incise, come in un tatuaggio simbolico le stimmate; la città è caotica, le strade sono come tubi in cui gli esseri umani vengono traspirati; la città opera sull’individuo un Verfremdungseffekt che lo porta a ricercare le proprie origini nei luoghi legati alla tradizione: le moschee.
E d’improvviso, quasi senza che i protagonisti se ne accorgano, il sogno si è trasformato. La città segue il movimento del potere e il sogno diventa incubo. Non ci sono più cieli azzurri, né profumo di fiori d’arancio: il cielo si tinge di rosso e l’unica esalazione che percepiscono le nari è il fetore della morte.

“Dissanguato da un taglio cesareo, l’orizzonte partorisce un giorno che, alla fine, non avrà meritato la sua pena”.14


“Algeri era malata.
Sguazzava nella sua merda purulenta, vomitava, defecava senza sosta. Le sue folle dissenteriche dilagavano dai quartieri poveri in eruzioni tumultuose. Il canagliume emergeva dai tombini, effervescente e corrosivo, pullulava nelle vie prosciugate da un sole di piombo.
Algeri si aggrappava alle proprie colline, con il vestito alzato sulla vagina dilaniata, sbraitava le diatribe diffuse dai minareti, ruttava grugniva, tutta imbrattata, ansante, con gli occhi stravolti, la bocca piena di bava mentre il popolo tratteneva il fiato davanti al mostro incestuoso che lei stava mettendo al mondo.
Algeri partoriva. Nel dolore e nella nausea. Nell’orrore, naturalmente”. 15

L’immaginario permette allo scrittore di abitare un luogo in modo diverso dal reale, di farlo proprio. Gli spazi – come luoghi – vengono continuamente rivissuti e rivisitati dalla soggettività. Descrizioni, colori, odori, la luce o la contingenza storica degli avvenimenti diventano memoria.16 Lo scrittore si confronta alla pluralità e alla polifonia linguistica e culturale di Algeri ridescrivendo lo spazio:

“È una notte fredda come una camera mortuaria. Come tutte le notti che succedono alla noia a giornate senza fine e senza inizio. Uguali a tutte le altre. Fisse, come se non dovessero mai finire”.17

Il romanzo “urbano”18 la scrittura diviene fotografica, per riprendere le parole di William Faulkner. Waciny Larej, in Don Chisciotte ad Algeri,19 penetra totalmente lo spazio urbano, soprattutto i luoghi dimenticati: discariche e sotterranei, dove si cela la memoria della città, divenuta luogo del simbolo.
La città non è altro che una metafora, un luogo del pensiero e della vicenda umana, che lo scrittore visita con l’estetica dello scrivere. Le vicende che si snodano all’interno dei romanzi non sono altro, da questo punto di vista, che pretesti per raccontare la città, che diventa lo spazio necessario affinché i protagonisti esistano e si distinguano.
Il movimento circolare riprende il suo corso, alternando ai giorni, abbacinati dall’algida luce della violenza, le notti, interminabili e sempre calde. Algeri, ieri città del sogno diviene colei che trasforma la visione in incubo di se stessa: chi vi abita vede la propria vita – scheggia di un sogno infranto – catapultata nel buio (“Nero e ampio, un velo copre il volto del cielo, severo sugli occhi del sole, i contorni di Algeri sono scomparsi”20).
Nello spazio così delineato la voce rimbalza nel silenzio della solitudine:

“Non voglio parlare con me stesso, voglio parlare con gli altri, chiacchierare, dire qualsiasi cosa. Voglio rompere questo ghiaccio intorno a me, spezzare questo stato di desolazione. Sento che non sono solo in questa città che ha perso il cuore, sento che ci sono altri che provano ciò che provo io, che come me desiderano liberarsi della solitudine e della notte, ma come posso raggiungerli tramite questi numeri di cui è pieno l’elenco del telefono? Sento che ci sono persone dall’altra parte della linea che fissano come me la ghiera del telefono e aspettano che qualcun altro prenda l’iniziativa... perché non lo faccio io? Perché non sono così pazzo almeno una volta nella vita? La follia secondo quanto pensa la gente non è forse che l’essere umano rompa le convenzioni? Basta che sollevi la cornetta, chiuda gli occhi, poi componga sei cifre come capita, a caso; il caso non gioca forse a volte un ruolo meraviglioso nella nostra vita?”21

Ma il cuore legato alla “bianca” pur nell’orrore riesce a ricomporre il mosaico del sogno e a restituire alla capitale il suo fascino perenne:

“Una ragazza. La città è bella vista da quassù. Del resto, è sempre così, stonata, sbiadita, morte, rifiuto, andarsene, andarsene, poi un vicolo si apre sul porto, un fico si nutre di un riparo, la luce, più palpabile della nebbia, accarezza una guancia, un’onda, una lontananza, il sole si placa, la via profuma di zuppa speziata, il cumino, il dolce; e con il cuore stravolto si dimentica la giornata. Sul marciapiede, appena ripresasi, una ragazza chiude gli occhi per la rabbia e la fatica. Là, sull’edera rampicante, c’è una colomba; i rondoni strillano e si tuffano, quasi a sfiorare i passanti. Il mare esala i suoi colori, diventerà livido e calmo, la serata sarà dorata. La Ragazza è così bella. Algeri”.22

La città amata visceralmente non è più leggibile, ha perso il suo senso e vaga alla ricerca di una nuova identità ora che lo stato delle cose sembra essere il caos. Ma restano oasi confinate, interne, attimi e squarci di luce. Algeri rimane

“Algeri, magnifica città senza senso, uccello libero. Meretrice amata.
Peccato che uno scrittore, innamorato della mia città, abbia detto queste parole prima di me. Avrei voluto che fossero mie. […] Algeri, meretrice amata!”23



Jolanda Guardi è docente di lingua araba presso le Università degli Studi di Milano e Pavia

Note

1. Said Yacine, citato in G. Igonetti, “La città nella narrativa magrebina oggi” in Studi arabo islamici, Quaderni del corso “Al-imàm al-màzari”, Liceo Ginnasio “Gian Giacomo Adria” di Mazara del Vallo, 1989, pag. 84.
2. La wilaya di Algeri ha scelto questi due colori come obbligatori per le case ristrutturate.
3. Le prime informazioni scritte sulla storia urbana di Algeri risalgono al grammatico Solino. Si veda F. Cresti, “Note sullo sviluppo urbano di Algeri dalle origini al periodo turco” in Studi maghrebini, XII, 1980, pp. 103-125, p. 103.
4. Ivi, p. 115.
5. T. Gautier, Viaggio pittoresco in Algeria, Salerno Editrice, Roma 2001, p. 64.
6. K. Abdelaziz, “Géographie: la trame de l’organisation spatiale” in H. Remaoun, a cura di, L’Algérie: historie, société et culture, Casbah Editions, Alger 2000, pp. 73-98, p. 86.
7. G. Igonetti, op. cit., p. 78.
8. G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975.
9. Ha senso dire si legge la città ,perché essa rappresenta un diagramma psicologico che guida gli scrittori nell’analisi dell’intimità.
10. M. Bouchareb, Fièvre d’été, Entreprise Nationale du Livre, Alger 1990, p. 21.
11. H. Bouzaher “…et nourrir la mémoire…” in Et nourrir la mémoire, Entreprise National du Livre, Alger 1989, p. 55.
12. ‘Abd al-Hamid Ibn Haduga, Ghadan yawm giadid, Manshurat al-Andalus, Alger 1992, p. 24.
13. A. Lemsine, La chrysalide, des femmes, Paris 1995, p. 148.
14. Y. Khadra, Morituri, e/o, Roma 1998, p. 7.
15. Y. Khadra, Cosa sognano i lupi, Feltrinelli, Milano 2001, p. 85. Il corsivo è dell’autore.
16. Non a caso questo termine (dhakira) è presente in alcuni titoli di letteratura araba contemporanea, come ad esempio in A. Mostaghanem, Dhakirat al-giasad (La memoria del corpo, Jouvence, Roma 1999) o W. Larej, Dhakirat al-ma’ (La memoria dell’acqua), dar al-fada’ al-hurr, Al-giaza’ir 2001.
17. Fellah, C’est à Alger, JC Lattès, Paris 2002, p. 11
18. Espressione usata da Rachid Mokhtari per definire il panorama letterario algerino dell’ultimo decennio.
19. W. Larej, Don Chisciotte ad Algeri, Mesogea, Messina 2000.
20. A. Chouaki, L’étoile d’Alger, Algérie Littérature Action 1, Marsa Editions, Alger 1998, p. 8.
21. A. Mannur, Lahn ifriqi, ENAL, Al-giaza’ir 1988, p. 54.
22. H. Djabali, Glaise rouge, Algérie Littérature Action, 3, 1999, p. 9.
23. W; Larej, op. cit., p. 14.

Bibliografia

Romanzi citati

Bouchareb M., Fièvre d’été, Entreprise Nationale du Livre, Alger 1990.
Bouzaher H., “…et nourrir la mémoire…” in Et nourrir la mémoire, Entreprise National du Livre, Alger 1989.
Chouaki A., L’étoile d’Alger, Algérie Littérature Action 1, Marsa Editions, Alger 1998.
Djabali H., Glaise rouge, Algérie Littérature Action, 3, 1999.
Fellah, C’est à Alger, JC Lattès, Paris 2002.
Gautier T., Viaggio pittoresco in Algeria, Salerno Editrice, Roma 2001.
Ibn Haduga A., Ghadan yawm giadid, Manshurat al-Andalus, Alger 1992.
Igonetti G., “La città nella narrativa magrebina oggi” in Studi arabo islamici, Quaderni del corso “Al-imàm al-màzari”, Liceo Ginnasio “Gian Giacomo Adria” di Mazara del Vallo, 1989.
Y. Khadra, Morituri, e/o, Roma 1998.
Larej, W. Don Chisciotte ad Algeri, Mesogea, Messina 1999.
Lesmine A.a La Chrysalide, Des Femmes, Paris 1995


Riferimenti bibliografici sulla città in generale e su Algeri

Abdelaziz K., “Géographie: la trame de l’organisation spatiale” in H. Remaoun, a cura di, L’Algérie: historie, société et culture, Casbah Editions, Alger 2000, pp. 73-98.
Bachelard G., La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975.
Bivona R., “Città algerine e voci sororali. Un’analisi spazio-vocale di Oran, langue morte di Assia Djebar” in Studi Maghrebini, XXV, pp. 99-126.
Città e società nel mondo arabo contemporaneo, edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1997.
Cresti F., “Note sullo sviluppo urbano di Algeri dalle origini al periodo turo” in Studi maghrebini, XII, 1980.
–, “Algeri nel XVII secolo. Documenti iconografici e fonti letterarie” in Studi Maghrebini, XVI, pp. 55-90.
–, Contributions à l’histoire d’Alger, Ministero Affari Esteri-Direzione Generale Cooperazione allo sviluppo, Centro Analisi Sociale Progetti, Roma 1993.
Ghitti J.M., La parole et le lieu. Topique de l’inspiration, Editions de Minuit, Paris 1998.
Insaniyyat, n. 5, maggio-agosto 1998, numero dedicato alle città algerine.
Icheboudene L, Alger. Histoire et capitale de destin national, Casbah, Alger 1997.
Lynch K., L’immagine della città, Marsilio, Venezia 1985.

Analisi del romanzo

Adorno T. W. Noten zur Literatur, Surkhamp Verlag, Frankfurt/M. 1974.
–, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972.
Booth W. The Rethoric of Fiction, University of Chicago Press, Chicago 1983.
Camera D’Afflitto I. Letteratura araba contemporanea, Corbaccio, Roma 1988.
Eco U. Lector in fabula, Bompiani, 1979.
Escarpit R. Sociologia della letteratura, Tascabilli Economici Newton, Roma 1994.
Fokkema D.-Ibsch E. Theories of Literature in the Twentieth Century, C. Hurst & Co., London 1986.
Fontaine J. Romans arabes modernes, Publications de l’Institut des Belles Lettres Arabes, Tunis 1992.
Guillén C. L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, Il Mulino, Bologna 1992.
Kilito ‘Abd elfattah L’autore e i suoi doppi, Nuovo Politecnico Einaudi, Torino 1988.
Madelain J., L’erranza e l’itinerario, Marietti, Genova 1990.
Ong W. J. Oralità e scrittura, Il Mulino, Bologna 1986.
Segre C. Avviamento all’analisi del testo letterario, Einaudi, Torino 1985.
Teoria della recezione, Einaudi, Torino 1989;
Tomiche N. La littérature arabe contemporaine, Maisonneuve et Larose, Paris 1993.


Amara Lakhous (intervista di J. Guardi)
Un algerino senza patria

Il giovane algerino Amara Lakhous considera suoi modelli diversi autori della letteratura europea e si considera “scrittore e basta”.

- Il bordel fa moltiplicare gli ammalati di Aids!
- Chi fornica non va in paradiso!
- L’unica via d’uscita è l’economia di mercato!
- Pentirti non ti servirà!
- Non t’avvicinare, appestato!

Questo l’incipit di Le cimici e il pirata, romanzo di Amara Lakhous (trad. di Francesco Leggio, Arlem Editore, Roma 1999, con testo arabo a fronte, pagg. 138+126, £. 25.000). Ambientato in un’Algeri dall’atmosfera densa dove, secondo l’autore, “la realtà ha superato qualsiasi immaginazione”, ci narra della presa di coscienza di Hassinu, giovane impiegato statale assillato dalla possibilità di perdere il posto di lavoro. Scritto in un linguaggio crudo ed estremamente efficace, il volume presenta un vivido affresco della società algerina ed è l’espressione di un sicuro talento letterario.
Lakhous, classe 1970, si è laureato in Filosofia presso l’Università di Algeri e attualmente sta conseguendo una laurea il Lettere presso La Sapienza di Roma. Ha lavorato per la radio algerina e da alcuni anni in Italia svolge la professione di traduttore. Come scrittore, fa riferimento alla cultura “mediterranea”: “I miei libri preferiti” – afferma – “sono Zorba di Kazanzakis, Il tunnel di Ernesto Sabato La stagione della migrazione a nord di Tayeb Salah e El-malik el-hazin (Il re triste) di Ibrahim Asslane”. Rifugge da qualsiasi catalogazione ed è convinto che si debba superare il concetto di patria legato a una geografia. “La mia patria, per me, è il mio libro, è la mia libertà, quello spazio in cui posso vivere, esprimere quello che penso. La geografia, dunque, esiste e non esiste. Mi interessa poco essere algerino, musulmano, immigrato, italiano: mi considero uno scrittore e basta. La cosa importante è poter continuare il mio lavoro, che sia in Italia, in Francia o in Israele, non importa”.
Abbiamo posto a Lakhous alcune domande sul contesto e la forma del suo romanzo, il primo ad essere tradotto in italiano.

Quanto c'è di autobiografico, se c'è, nel tuo libro?
Sarebbe molto facile rispondere: “Hassinu c’est moi”, pensando a Flaubert e alla sua Madame Bovary, il romanzo che ho letto tutto d’un fiato in una notte d’inverno ad Algeri. Ritengo che lo scrittore, per vocazione, sia un bugiardo creativo, qualcuno che falsifica il proprio vissuto e quello degli altri, per raccontare storie. Per uscire dalla prigione che chiamiamo realtà, fin da bambino usavo l’immaginazione, vivevo in un mondo parallelo. La letteratura che mi piace è quella che non da molta attenzione alla “realtà”, alla “verità”, bensì quella che cerca di creare, attraverso dei personaggi, situazioni nuove ed inventate. Durante una mostra, una signora, guardando un quadro di George Braque, notò che la mano sinistra della donna ritratta era più lunga di quella destra. A quest’osservazione, Braque rispose: “Quella non è una donna è un quadro!”.

Hai avuto problemi con la traduzione in italiano?
La traduzione de Le cimici e il pirata in italiano è stata una seconda nascita, un laboratorio di ricerca. Il primo responsabile della traduzione è il palermitano Francesco Leggio, che mi ha fatto scoprire aspetti della mia lingua che non conoscevo. Però la traduzione definitiva del testo è il risultato di un lavoro collettivo, che si è avvalso anche della lettura critica, della parte italiana, di una giovane scrittrice, Lidia Riviello.

Nel tuo romanzo utilizzi molto il dialetto. Puoi parlarci di questa scelta?
L’utilizzo di ciò che io definisco “arabo-algerino” è una scelta volta a recuperare il linguaggio quotidiano, ricco di metafore e poetica. Non mi considero partecipe del conflitto fra arabo e francese, sono contro la negazione e la mitizzazione dell’una o dell’altra lingua. Il francese per me è un “bottino di guerra”, come ha sostenuto lo scrittore algerino Kateb Yacine. Il “mio” arabo, tuttavia, non è quello classico, una lingua mummificata e lontana dalla comunicazione quotidiana, elitaria. Ne Le cimici e il pirata il classico diventa non solo partecipe del contesto generale, ma addirittura funzionale all’interno di una rete linguistica di scambi e di commistioni tra varie lingue e linguaggi. Diventa lingua attiva, mobile, assorbe la cultura che la circonda, include ma non esclude.

Cosa pensi di esperienze come quelle di scrittori immigrati che si esprimono direttamente in italiano?
Ho molti dubbi sulla cosiddetta letteratura italiana nascente scritta da autori immigrati. L’esperienza dell’immigrazione in Italia è molto giovane. Gli scrittori immigrati appartengono alla prima generazione, sono nati in un altro paese, hanno una lingua madre che non è l’italiano. Intorno a questa letteratura d’immigrazione, scritta direttamente in italiano, inoltre, esiste una grande speculazione: si tenta di essere solidali con immigrati favorendo testi spesso mediocri e di puro contenuto sociologico, autobiografico, fatto di resoconti personali, di mera cronaca, di retorica, di un io narrante auto compassionevole…
Questa è la situazione generale, poi esistono fortunatamente studiosi italiani molto attenti a queste problematiche da un punto di vista critico e letterario.
Penso che la traduzione collettiva possa essere una ottima soluzione per evitare la perdita del linguaggio originario e per instaurare un vero scambio e confronto tra due o più lingue. Io non me la sento di scrivere in italiano direttamente, dopo soli sei anni di convivenza con la lingua e la cultura italiana.

Hassinu, il protagonista, vive in un mondo totalmente corrotto. Ma l’Algeria è proprio così?
Una delle parole che dobbiamo assolutamente cancellare quando parliamo dell’Algeria è proprio la parola “esagerazione”. Un paese come l’Algeria, un paradiso, dove c’è il mare e il deserto, dove s’incontrano Europa e Africa, è diventato in pochissimi anni un inferno con più di centomila morti, massacri e stupri, finiti sulle prime pagine della stampa internazionale. Ho scritto una volta che l’Algeria è come l’upupa: l’unico uccello che fa i suoi bisogni sul proprio nido.

Il finale del tuo romanzo è aperto. Ciò significa che esiste uno spazio per la speranza? Quali prospettive vedi per il tuo paese?
Dato che non ho risposte, ho solo domande, lascio tutte le porte aperte. Il romanzo mi dà la possibilità di lavorare su tante ipotesi, uno spazio-tempo dove posso giocare e divertirmi. Mi capita spesso di aprire il mio romanzo, leggere alcune pagine e farmi molte risate. Il finale del mio libro è il rifiuto assoluto di rassegnarsi; se la speranza è negare la rassegnazione, allora io ne ho molta, nonostante tutti i problemi dell’Algeria attuale. Una delle prospettive positive possibili è la ferma convinzione dell’inutilità della violenza. Mentre la violenza contro il colonizzatore ci ha portati all’indipedenza, la violenza fra algerini porterà solo all’autodistruzione. Dunque, bisogna gestire le differenze con la democrazia non con la guerra.