ALTAMIRA
ove si annullano i millenniI

Ci sono nel corso della vita alcuni episodi che rimangono impressi nella memoria in modo indelebile non tanto e non solo per le loro implicazioni culturali e intellettuali quanto per le sensazioni fisiche ed epidermiche che rimangono vive e quasi inalterate nel tempo e che ritornano a farsi percepire più che sentire. Uno di questi episodi che mi piace qui ricordare e che mi si ripresenta nella memoria proprio con queste particolari sensazioni è la visita che tanti anni fa feci alle “cuevas de Altamira”, quando ancora si potevano liberamente visitare e l’ affluenza dei visitatori non era divenuta così imponente da essere un vero ed imminente pericolo per la sopravvivenza dei tesori protetti nell’ oscurità della caverna. Ho fatto questa premessa prima di dare qualche accenno sulle grotte stesse, per ricordare appunto quelle sensazioni particolari che la visita alle grotte mi aveva lasciato , anche perché ritengo che con la nuova riproduzione da qualche anno eseguita a fianco di Altamira per poter tenere le grotte originali al sicuro e il più protette possibile, per quanto sia stato fatta con la massima precisione, non riesce a far competamente dimenticare al visitatore di non essere davanti ad un originale ma ad una copia, per quanto perfetta.
Ero arrivato alla grotta da Santillana del Mar in una mattina con un sereno trionfante che faceva quasi diventare luccicante il verde delle colline entro le quali quasi inaspettatamente si nascondono gli oscuri camminamenti delle grotte stesse. Una semplice porta di ferro non disturbava l’ambiente ed il paesaggio attorno. All’interno l’illuminazione era appena visibile nel tortuoso tortuoso corridoio che conduceva al punto cruciale della grotta stessa, la sala dei bisonti. Nel ricordo ho ancora viva la sensazione della roccia sulla quale ero sdraiato ed il duro contatto di essa con la mia schiena ancor prima che la luce illuminasse fiocamente la volta della caverna. L’aria aveva un odore particolare di antiche muffe e di umidità immobili che entrava nelle narici e che tuttora mi sembra di percepire nel ricordo. Ci voleva qualche minuto di adattamento della vista prima di rendersi conto della visione inimmaginabile della volta della caverna.
Avevo già visitato la grotta di Santimamine vicino a Guernica (Bilbao), mi ero già arrampicato per i disegni paleolitici delle grotta nei pressi di Oviedo e così per altri siti del paleolitico, ma ciò che improvvisamente mi apparve ad Altamira andava oltre qualsiasi mia immaginazione. La grotta dei bisonti ha un altezza di volta sui due metri ma nella zona centrale il terreno di fondo si alza come un grande banco ed avvicina la volta stessa a poco più di un metro. Su questo rilievo la guida mi aveva fatto sdraiare prima di muovere e fare oscillare non so in che modo la fioca luce dell’illuminazione.
Conoscevo la storia della scoperta della grotta ed il grido della bambina Maria figlia dello scopritore della grotta, Marcelino Sanz de Sautuola: “Mira los toros!” ma quel grido lo sentii risonare dentro di me tornato per la meraviglia allo stupore infantile della piccola Maria. In quelle semplici parole c’e tutto lo stupore, la meraviglia, l’incredulità che la visione della volta procura al visitatore, per quanto preparato. Io credo che la definizione che comunemente si dà di Altamira come la Cappella Sistina dell’arte del quaternario ,abbia un suo fondamento che va al di là del luogo comune e che la sensazione che dà questa famosa cappella rinascimentale sia dell’ordine di quella dì Altamira. Ma torno a quel momento quando superata la sensazione del duro fondo roccioso sul quale ero sdraiato e ripresa la percezione visiva del momento attenuata dall’oscurità di tutto l’ambiente ,quasi di colpo ecco apparire una indescrivibile visione di uno spazio fantastico ed illusorio di una branco non saprei come definirlo, di animali enormi ,di bisonti dalla grande massa corporea, poiché la visione appare tridimensionale ,accucciati o in piedi dei quali si percepisce il respiro animale, l’agitare delle code, il ruotare delle grosse teste in una immagine globale dai colori vivissimi e naturali. Il lieve oscillare della luce fa muovere gli animali come esseri sovrannaturali, fantasmi rievocati da un altro mondo e da un’altra realtà.
L’uomo che concepì e dipinse queste immagini come forse anche l’autore della stessa Cappella Sistina, voleva proprio questo: guidare lo spettatore e condurlo ad una visione del mondo che vada al di là delle cose stesse, verso una concezione del magico e del sacro. Tale è il primo impatto che il visitatore riceve quando visita Altamira; più tardi potrà fare tutte le considerazioni che vuole: ipotizzare la tecnica usata e lo sfruttamento ai fini dell’immagine dei rilievi della superficie rocciosa della volta per dare l’impressione della tridimensionalità , la tecnica del colore e la composizione chimica dei colori stessi, l’abilità del disegnatore nella composizione delle figure che pure in posture di riposo danno l’impressione di volersi lanciare improvvisamente in una corsa sfrenata; tutto e ancora quello che si vuole e che il nostro sapere può suggerire, e sostituire così la prima impressione con una serie di nozioni precise ed utili alla conoscenza e alla memoria. Ecco che dovrò anch’io dare al lettore quelle informazioni che fissano e sviluppano il ricordo al di là delle sensazioni che ho voluto tentare di raccontare senza, e me ne rendo conto, riuscirvi.
Dunque chi era don Marcellino de Sautuola? Era un naturalista della vicina Santarder che pur abitando a Madrid passava molto del suo tempo nella regione di Santillana del Mar per le sue ricerche di fossili e minerali. Nel 1875 ebbe notizia dell’esistenza di una grotta nella zona di Santillana e subito cominciò ad esplorare la grotta con successo, ritrovando interessanti resti ossei di bisonti, cervi ed altri animali oltre a reperti litici del paleolitico.
Fu solo qualche anno più tardi nel 1879 che, accompagnato dalla piccola figlia Maria, scoprì le pitture della volta e delle pareti. Fu tale l’impressione che ne provò che non osò dichiarare subito la sua scoperta certo, dell’incredulità che avrebbe provocato nel mondo scientifico. Ed infatti il mondo accademico di allora non accettò e non riconobbe la scoperta delle pitture di Altamira dichiarandole opera di un falsario. La freschezza del colore e la conservazione perfetta dell’opera dovuta alla protezione naturale dell’atmosfera interna furono uno degli argomenti principali per dubitare anzi rifiutare l’autenticità delle pitture stesse. Un’altra ragione di rifiuto fu sicuramente la situazione del momento nel quale l’ipotesi evoluzionistica di Darwin, era il modello d’avanguardia della cultura del tempo e gli studiosi di scienze storiche e paleo-antropologiche e la stessa chiesa cristiana, non potevano accettare che popolazioni così primitive del paleolitico potessero aver raggiunto una così alta capacità di realizzare opere di tale bellezza e di così alto livello estetico. Don Sautuola né altri suoi sostenitori non ebbero nella loro vita la possibilità di veder riconosciuta e valorizzata la scoperta nella quale essi credevano fermamente così come i suoi reperti ossei di bisonti e cervi ed altri animali e manufatti e resti di colori trovati ai piedi delle pareti della volta delle pitture non furono attribuiti alla stessa epoca delle pitture.
Dimenticando per il momento il ricordo del quale ho accennato in principio di questa nota, riprendo quanto avevo già a suo tempo scritto in un mio precedente articolo .
Era il 1964 e raccontavo così la mia visita alla grotta: “Un grande piazzale e parcheggio, un piccolo chalet museo ed un vialetto nel verde con la scritta “ALTAMIRA”. Le guide in ordinate divise attendevano i visitatori e si affrettavano con aria saccente alle illustrazioni di rito. Ripensai alle descrizioni famose dell’abate Breuil, del Cartailhac, del Khun, quando la grotta di Altamira era ancora un riposto santuario per pochissimi eletti appassionati studiosi. In verità ero un po’ deluso per l’apparato turistico già predisposto che non avevo trovato nelle mie visite alle altre gotte da me sopracitate dove, fin dal primo avvicinarsi,si risvegliava una suggestione di scoperta generata dal cammino aspro di avvicinamento,dal rozzo amore delle guide improvvisate fra i contadini locali. Altamira al primo impatto mi deludeva con la sua un po’ artefatta messa in scena”.
Il flusso dei visitatori era regolato dal personale di servizio. Io ebbi fortuna perché mi trovai quasi solo nella grande sala dei bisonti come ho detto all’inizio. Un cancelletto verde si apriva sui corridoi e le grotte e le sale erano discretamente illuminate e in alcuni punti le volte rinforzate con piccole strutture di cemento a sostegno. Passato il primo corridoio, voltando a sinistra si entra nella grande sala di forma quasi rettangolare, la sala dei bisonti. Il pavimento, come dicevo è quasi tutto scavato e ribassato rispetto alla quota originale. Nel centro un grosso strato rimane a testimonianza del livello quale era al momento della scoperta del Sautuola. E’ lì che ebbi la forte impressione che costituisce il vero mio ricordo di quella visita che assunse quasi un valore magico come ho cercato di dire all’inizio.la guida dispose un telo sul blocco centrale perché potessi sdraiarmi con meno disagio per ammirare la volta.
Solo pochi secondi e di colpo le mura medievali di Santillana del Mar, le auto del parcheggio là fuori, i muri di cemento, la petulanza delle guida, sparirono di colpo dimenticate quasi cancellate dalla memoria.
Di un balzo si annullano i millenni che ci separano dall’uomo dell’età glaciale, per trovare i vivi segni lasciati sulle rocce, una connessione spirituale con quei nostri lontani predecessori. Le pitture sono lì davanti agli occhi, vive nei loro colori nell’apparenza ancora freschi come se solo da poche ore l’artista avesse abbandonato il pennello per concedersi una sosta.
La meraviglia e lo stupore che invasero don Marcellino de Sautuola si rinnovano in chi vede per la prima volta la sala di Altamira, i bisonti, i cervi, i cinghiali che popolano le rocce e si rianimano alla luce dalla loro immobilità millenaria. Sono decine e decine di figure che l’artista preistorico, sfruttando abilmente i movimenti e le protuberanze mammellonari delle roccia, ha dipinto con colori vivaci raggiungendo effetti di una tale grandiosità che giustificano pienamente la definizione ormai celebre di “Cappella Sistina dell’arte preistorica” .
Altamira è realmente una tappa nel cammino dell’uomo sulla via dell’arte, anzi la prima grande tappa, una meta raggiunta nella quale si riassume l’esperienza di epoche lontane, di una faticosa marcia che allontanava sempre di più lo strano bipede dal portamento eretto dall’originario”Hominoide” dell’ordine dei primati Cosi scrivevo preso dall’entusiasmo dopo la mia visita alla grotta.
Gli uomini, gli artisti che decorarono quella volta, vissero nel periodo geologico del pleistocene, nell’ultima glaciazione del Wurm, ed appartennero alla cultura del paleolitico superiore che misurato nel tempo risale dai trentamila ai dodicimila anni prima della nostra era. Le ultime ricerche con il metodo del C14 condotte sui vari dipinti dicono che la parte più importante è stata eseguita nell’arco di duemila anni intorno ai quindicimila anni fa.
In questi luoghi l’uomo visse sulla soglia delle grandi caverne trovandovi rifugio dalle intemperie e facendo dei tenebrosi recessi interni il luogo dei suoi culti e riti magici ai quali indubbiamente sono legate le opere dell’arte rupestre..
Continuavo nel mio scritto di allora: “L’ambiente nel quale viveva l’uomo del paleolitico, il cacciatore dell’aurignaziano e del magdaleniano, era ben diverso dall’attuale; flora e fauna ormai scomparse costituivano un habitat nel quale la caccia era il fine ultimo di ogni attività, il mezzo necessario alla sopravvivenza. Qualcosa però di più forte dell’istinto naturale della conservazione, una esigenza insopprimibile e forse inconscia della ricerca di contatti diversi, da quelli evidenti, fisici e naturali , spingeva l’essere umano sulla via dell’attività artistica, religiosa, e l’arte nasceva lentamente prima attraverso semplici graffi ad imitazione delle zampata dell’orso delle caverne, poi con segni più precisi, punti e linee, fino al contorno delle figure di animali, per esplodere nella grande arte figurativa del magdaleniano alla quale appartengono le pitture di Altamira.”
Dimentichiamo per un momento ogni considerazione storica e qualsiasi suggestione derivata dalle lontane origini di queste opere cerchiamo invece di esaminarle per il loro intrinseco valore formale secondo i nostri canoni di uomini del XX sec.
Sdraiato sulla roccia guardavo affascinato le figure. Ognuna di esse è indipendente dalle altre; l’artista preistorico non concepiva che un oggetto per volta, un singolo animale. Avevo proprio sopra di me il grande bisonte accucciato che appariva molto più grande della dimensione reale del disegno . Il rilievo della roccia e le delicate sfumature di colore danno alla massa di quel corpo un notevole valore plastico e compositivo. Non è disegnato, è dipinto; la linea nera del contorno del vello si sfuma nel colore rossiccio e non delimita ma fa parte della massa.
Le possenti forme sono modellate dalle sapienti variazioni di intensità cromatica e la curva della schiena sembra sollevarsi in un profondo respiro. L’animale riposa in un naturale abbandono dei potente muscoli che si modellano al di sotto del fulvo pelame. Le zampe sono piegate e raccolte in una stupenda unità di composizione, la coda eretta vibra ancora nell’aria. A fianco un altro bisonte. La sua figura solidamente piantata sulle zampe ha una immobilità statuaria e l’occhio vigile fissa orizzonti lontani. La luce ne disegna il contorno con una tecnica che potrebbe definirsi impressionista. L’autore aveva nella sua mente viva e precisa l’immagine della bestia che ricreava sulla roccia con eccezionale verismo.
Verso il fondo della sala la figura di una cerva, una delle opere più belle. Le gambe sottili sorreggono il corpo agile, il collo si protende in un cauto avanzare, il muso vibra nella tipica timidezza della razza per la secolare paura di ignoti nemici. La fiamma della lampada ad acetilene creava con il suo oscillare movimenti impercettibili sui fianchi dell’animale e le narici frementi palpitavano. Le proporzioni delle singole parti sono studiate per essere viste dal basso ed obliquamente per ottenere un armonico insieme. L’artista ha lavorato con la piena consapevolezza della luce sotto la quale l’opera avrebbe dovuto essere vista. Più in là appena visibile un cinghiale fugge veloce ed anche in questa figura il movimento è reso con immediatezza straordinaria che forse viene accentuata dal suo precario stato di conservazione.
La tecnica di queste pitture è complessa e varia e sfrutta ingegnosi artifici; dalla pennellata larga e sfumata, alla linea sottile quasi graffiata fino ad un tratto che potrebbe paragonarsi al moderno “pointillisme” degli impressionisti. Proporzioni, masse, volumi, rilievi e colori sono sentiti profondamente e fusi in un naturalismo figurativo degno di stare a pari con le grandi espressioni d’arte di ogni epoca.
L’esame accurato dei dipinti e le tecniche di esecuzione e soprattutto gli stili ed i particolari fanno supporre che in molti gruppi di figure ci sia una mano unica nelle figure dei grandi policromi nella sala dei bisonti anche per l’idea in un certo senso innovativa di dipingere sulla volta della grotta anzichè sulle pareti.
Molti anni dopo la mia visita alla grotta, Altamira fu chiusa al pubblico per salvaguardare le opere dal processo di deperimento ormai in atto in modo preoccupante. In effetti tutto il complesso da sempre è in pericolo per cause natural: soprattutto lo sgretolamento delle rocce calcaree per le continue infiltrazioni di acque dovuto anche alla superficialità delle grotte molto poco profonde rispetto alle colline sovrastanti. La causa però più imminente per la rovina delle opere era certamente l’aumentata frequenza di visitatori giunta a valori tali da cambiare completamente il microclima interno che si era conservato intatto per millenni tanto da consentire la perfetta conservazione delle pitture. La visita alle grotte venne così sospesa dopo tentativi di ridurre il numero dei visitatori ammessi con turni assolutamente non di pratica attuazione.
Altamira fu chiusa una prima volta nel 1978 riaperta nel 1982 e poi definitivamente chiusa nel 1997. Ed ecco l’idea, non certamente nuova, di consentire una visione di questa opera unica al mondo ad un vasto pubblico salvaguardandone la sopravvivenza con un artificio: la riproduzione in fac-simile, così potremmo definirla, dell’intero complesso a fianco dell’originale.
E’ nata così una nuova Altamira simile, quasi uguale alla originale, ma nuova. Con un lavora di grande impegno tecnico ed economico con il contributo di istituti pubblici statali e comunali,a fianco della Altamira il cui nome deriva dal panorama che si gode dall’alto della collina, ne è sorta un’ altra uguale a disposizione del pubblico.
Mi viene spontaneo domandarmi quale saranno le sensazioni che i visitatori avranno visitando la nuova soluzione e cosa ammireranno di più fra la riproduzione dell’originale e la bravura dei costruttori della copia che con impegno tecnico eccezionale e l’impiego di materiali nuovi e tecniche particolari sono riusciti a mettere a disposizione di tutti un modello perfettamente simile all’originale. All’inizio di questo mio scritto ho tentato di trasmettere al lettore quello che io provai nella mia prima visita ed ho il dubbio di esserci riuscito con le mie parole comunque, indipendentemente da questo, il visitatore della nuova Altamira potrà provare le mie stesse sensazioni di allora? Non so, ma posso permettermi di dubitare.

ing. Mario Dalmazzo
Presidente CIGV-Italia
Nota:
a chi volesse maggiori informazioni, suggerisco di leggere l’articolo pubblicato dalla rivista Archeo nel numero 10 dell’ ottobre 2001 che tratta appunto della costruzione del modello della grotta di Altamira.