ANTARTIDE, PATAGONIA & TIERRA DEL FUEGO

Siamo alla metà degli anni ’50 e ad Ernesto mancano solo tre esami per laurearsi dottore in medicina alla conformista università di Buenos Aires. E’ un ragazzo di buona famiglia ma umile nell’aspetto, è animato da un sorriso sincero e da una inesauribile voglia di evadere. La tesi sui malati di lebbra è al suo compimento ma prima dell’ultima tappa Ernesto chiede un po’ di riposo e così progetta un viaggio, un viaggio che diverrà epico, quasi leggendario, attraverso i paesi dell’America più povera e certo per questo destinato a maturare la sua futura presa di coscienza sociale e politica. La data di partenza è fissata per il 4 gennaio del 1952 assieme ad Alberto Granado, inseparabile compagno di viaggio che puntualmente irrompe col fragore di una rombante bicilindrica nel borghesissimo quartiere di Rosario. Ottomila chilometri da percorrere in quattro mesi sono la prova che i due laureandi decidono di affrontare e per di più in sella ad una Norton 500 del ’39, “un mucchio di ferraglia” che perde olio ad ogni curva ma ribattezzata da quella stridente ironia latina “la poderosa”. Copricapo in stoffa, occhiali sulla fronte ed un ammasso di borse stivate su di un esile portapacchi sono l’immagine più emblematica dei due studenti che lasciano una fiorente capitale alla ricerca del volto più misterioso dell’Argentina: la Patagonia. Sarà un viaggio lungo e massacrante, pieno di imprevisti e di scoperte che evidenziano costantemente le grandi differenze sociali fra i popoli del continente sudamericano. Dopo dodici mesi il viaggio si conclude ed Ernesto cambia radicalmente la propria vita. Forte di un grande carisma e di un pensiero ideologico rivoluzionario ed antimperialista il comandante Che Guevara decide di schierarsi ai fianco dei popoli oppressi del terzo mondo. Combatterà per tredici lunghissimi anni. Fino alla morte.
Ed è proprio dal punto più meridionale toccato dai due eroi prima del loro ingresso in Cile che inizia il nostro cammino, un viaggio per certi aspetti simile, dove il denominatore comune resta sempre la moto che a distanza di 42 anni si trasforma da una recalcitrante e chiassosa Norton 500 in una lussuosa e comodissima Suzuki Intruder 1500. Il punto di partenza è El Calafate, nel cuore della Patagonia, una cittadella acchiappaturisti sorta nel bel mezzo del nulla grazie ad una delle più grandi attrazioni di tutto il sud America: il Perito Moreno. Questo ghiacciaio, situato a ridosso delle ande patagoniche, è il più vasto e spettacolare del parco Los Glaciers e si presenta come una imponente lingua di ghiaccio lunga cinque chilometri ed alta sessanta metri il cui fronte è costituito da migliaia di pinnacoli la cui forma ed il freddo ordine geometrico ricordano un’infinita campata di canne d’organo. Sebbene la sua estensione cresca ogni anno di trenta centimentri, l’imponente massa di ghiaccio a contatto con l’acqua innesca il fenomeno della fusione, con il fragoroso distacco di enormi pareti di ghiaccio che si inabissano per sempre nelle gelide e turchesi acque del lago Argentino.
Al contrario di “El Che” io non ho con me nessun compagno di viaggio: non si parla e non si litiga. Ogni decisione viene presa in base allo stato d’animo del momento, a quella fiumana di sensazioni che ti affluiscono ai più reconditi centri emotivi. E niente di meglio che un viaggio in solitario in Patagonia può esprimere questa sensazione, trovarsi nel mezzo di una inquietante solitudine, percorrere centinaia e centinaia di chilometri senza incontrare nessuno: ne uomini, ne animali. La strada che collega El Calafate ad El Chalten è una vecchia e sconquassata mulattiera ricoperta di terra e di pietre acuminate. La vastità della Patagonia ti avvolge e ti seduce e nei 200 chilometri che ci separano dalla seconda meta i pensieri continuano ad affollare la mente. Si è costretti a guidare con prudenza ed attenzione, la moto perde aderenza anche sul dritto e sebbene la velocità sia ridotta l’enorme massa della moto ci obbliga a “pelare” il gas mantenendo però una presa sempre decisa sul manubrio. E’ vero che l’Intruder tecnicamente non è il mezzo più adatto ad un viaggio del genere ma volete mettere lo charme di un motore così elastico e generoso ad ogni regime? Entrare ad El Chalten significa trovarsi proiettati in un’altra dimensione spazio-temporale. Dopo ore ed ore di marcia attraverso paesaggi sterminati si giunge in un villaggetto fatto di tante case e baracche, vecchie e nuove, con le via senza nome e dove tutto sembra frutto della genialità di un gran fumettista. Alzando gli occhi al cielo si scorge un altro orizzonte e che sia nella densa luce del tramonto o in quella flebile dell’alba, l’imponente e frastagliatissima figura del Cerro Fitz Roy domina la scena. Il tempo di capire dove siamo, di trovare un alloggio e giusto quel po’ di cibo per giungere a domani. La notte scorre fra mille dubbi ed improvvisi risvegli dovuti ad un vento incessante che sembra sradicare il tetto dalle pareti in legno della nostra dimora. Dicono che il Fitz Roy sia la montagna più spettacolare di tutta la Patagonia, il vezzo e il timore di alpinisti e scalatori di ogni epoca. Dicono anche che la sua vista più grandiosa sia dalla laguna de Los Tres, una camminata di 4 ore con un dislivello di 750 metri. I trekkers più convinti ci impiegano un paio di giorni per gustarsi ogni angolo del percorso ma io, alla mia prima esperienza e non avendo tutto quel tempo a disposizione non ho altra chance: devo partire nel primissimo mattino e rientrare a metà pomeriggio. Il percorso è lungo, ho con me mezzo litro di acqua e due crackers, mi trovo da solo senza udire per ore ne suoni, ne profumi. Provo un po’ di paura, ma vado avanti lo stesso. Gli ultimi mille metri hanno una pendenza da capogiro e strappando ai polmoni l’ultimo affannato respiro si apre finalmente il sipario di fronte ad uno spettacolo della natura fra i più smisurati. Il ritorno è tutta un’altra cosa e la mia “poderosa” è sempre li, all’inizio di quel tormentato percorso ad attendermi.
Un’ora di telefonate per riconciliarsi con il mondo occidentale e si riparte.
La meta stavolta è il parco Torres del Paine, nella Patagonia cilena. Ancora centinaia di chilometri fra strade in costruzione frammentate da brevi tratti di asfalto e lunghi, lunghissimi rettilinei in mezzo alla polvere. Si scende verso sud attraversando avamposti che resteranno per sempre impressi nella mia mente: si oltrepassa la desolatissima cittadella di La Esperanza, il cui nome non potrebbe essere più evocativo per entrare a Tapi Aike, in pratica una stazione di rifornimento quasi sempre chiusa dalla cui guardina si affaccia inaspettatamente un giovane di bella presenza, look da gaucho con jeans stracciati e capelli pettinati alla Dean Martin. Sembra davvero di vivere un film. E poi ancora avanti fino a trovare la sperduta Cancha Carrera, un agglomerato di estancias e nobili residenze sparse in mezzo ad infinite mandrie di bestiame che sono, e resteranno per sempre, il cuore economico di questo paese. Si oltrepassa anche la logora Rio Turbio, una città squallida e tristissima velata da un passato ed un presente legato alle miniere di carbone, per poi finalmente incontrare a Cerro Dorotea la dogana con il Cile. I controlli sul mezzo e sui documenti sono una routine di ogni paese ma con il cuore e l’animo sincero tutto si risolve senza troppe attese. Si intuisce subito quando si oltrepassa un confine: il paesaggio muta sostanzialmente di aspetto pur mantenendo una orografia pressoché simile. La città di Puerto Natales, coloratissima e puzzolente di pesce, ha il fascino del profondo sud con richiami architettonici, stilistici e decorativi che stranamente ricordano il grande nord europeo, le rorbu dei pescatori norvegesi per intendersi, diametralmente opposte come latitudine ed emisfero. A venti chilometri da Puerto Natales la strada asfaltata termina bruscamente e la nostra Intruder 1500 torna a tuffarsi nuovamente in un mare di polvere fra mille serpeggiamenti. Da qui a Cerro Castillo per poi proseguire verso il Torres del Paine. E’ questo forse il tratto più incantevole di tutta la Patagonia, quella Patagonia che riuscì a sedurre e conquistare lo stesso Charles Darwin che a bordo del Beagle trascorse cinque indimenticabili anni visitando molti paesi esotici ma alla fine fu solo questa regione, così arida e spoglia, a rimanergli più vividamente impressa nella memoria. E poi Bruce Chatwin o Luis Supulveda, giornalista e scrittore contemporaneo, i cui racconti rivivono sullo sfondo di una natura ieratica dove l’avventura non solo è ancora possibile ma è la dimensione quotidiana del puro vivere. Fra distese infinite, paesaggi a tratti apocalittici, colori pastello e tramonti infiniti riusciamo ad entrare nel Torres del Paine, considerato dalle accreditatissime guide Lonely Planet come “il più bel parco nazionale di tutta l’America del Sud”. Un’Alaska in miniatura, un panorama fiabesco che in mezzo a scintillanti laghi turchesi, torrenti e cascate, sterminate foreste e ghiacciai fa svettare le imperiose cime del Torres del Paine, spettacolari colonne di granito che si elevano quasi verticalmente a più di 2.000 metri di altitudine sulla steppa patagonica. Il problema non è se venire qui o meno, ma quanto tempo trascorrervi. La notte scende lenta e branchi di guanaco si muovono in penombra alla ricerca costante di cibo. L’alba possiede una forza mistica, i toni arancio dipingono la bruma mattutina e tutto quanto resta avvolto per ore in un silenzio ovattato. Ore di attesa, centinaia di immagini scattate per tradurre in pura luce un fiume di emozioni.
Vorremmo tanto, ma non ci possiamo fermare oltre. Siamo nemmeno a metà del nostro percorso, il cammino è ancora lungo e la direzione è sempre più a sud. Goffa e pesante, ma sicuramente stabile e confortevole, la nostra Suzuki continua incessantemente il suo cammino per giungere in uno dei luoghi di maggior richiamo per la nostra fantasia. Temuta e rispettata, sfidata e osannata da viaggiatori, avventurieri e naviganti di ogni tempo, la Tierra del Fuego è l’ultima propaggine del continente sud-americano, un’isoletta vicina ma nettamente separata dalla terraferma (ed anche qui ci viene in mente la similitudine con Mageroya, l’isola di Capo Nord) battuta da forti venti e circondata dai più temibili mari del mondo. Molti secoli fa abitata dagli indigeni Onas, Yamanas, Alakalufes e Haush, abili cacciatori terrestri e pescatori, la Tierra del Fuego deve appunto il suo nome a queste tribù, alcune di esse nomadi, che nonostante le temperature piuttosto basse evitavano di coprirsi il corpo preferendo accendere lungo le coste decine e decine di focolari per riunirsi in piccoli gruppi, scaldarsi assieme e cucinare le prede appena cacciate. Capitale dell’isola e forte dell’appellativo di “città più a sud del mondo”, Ushuaia pur affacciandosi sul canale di Beagle resta protetta e nascosta da quella catena dentellata di cime innevate che sembrano isolarla dal resto del mondo e dallo scorrere del tempo. Visitando la città si scopre invece un volto diverso: una città che pur interessante e affascinante per molti aspetti ha subito una crescita senza alcun concetto di urbanizzazione, espandendosi disordinatamente in ogni direzione. Oggi conta oltre 40.000 abitanti, è spazzata da un vento costante ed il blu del cielo resta una prelibata rarità. In inverno si toccano punte di -30 gradi e tutta la vita sociale si svolge lungo un'unica strada: avenida St. Martin. Si mangia dell’ottima carne a 4 euro, si dorme in un hotel centrale a 40 euro e si comprano griffe europee ed italiane per 33 euro. Con la crisi economica attuale resta una vera pacchia per chi possiede la nostra valuta. Una sosta di rigore da H.Z. Motor Shop (Goleta Florencia 2045 Ushuaia – hzracing@hotmail.com mentre per un noleggio si può consultare uno dei due siti www.motocare.com.ar/rental oppure www.motoaventura.cl con prezzi al giorno che variano dai 60 ai 110 dollari a seconda del modello e della stagione) dove Horacio ed Hernan ci attendono per ispezionare la moto perfettamente integra anche se provata da qualche migliaio di chilometri di puro…fuoristrada.
E da qui, dove per tutti i motociclisti termina l’avventura, per noi ha il vero inizio. Stanchi delle solite mete, dei soliti itinerari scritti e fotografati su ogni rivista, per i lettori di Astrolabe abbiamo voluto realizzare in esclusiva qualcosa di speciale, di straordinario, che potesse comunque lasciare una traccia nel tempo. Certo che non potevamo proseguire con un mezzo a due ruote e nemmeno con una vettura anfibia a trazione integrale, per cui come soluzione più immediata non restava che una rompighiaccio di 97 metri di lunghezza e spinta da un motore diesel con 12.000 cavalli. L’unica scelta per raggiungere l’Antartide. A parte le sofferenze dovute all’attraversamento dello stretto del Drake, i cui flutti inquietanti con mare forza 9 e onde alte 10 metri fanno danzare per oltre 30 ore anche una possente rompighiaccio, un viaggio in quello che viene considerata l’ultima frontiera è indubbiamente l’esperienza più coinvolgente che si possa fare ammesso di restare su questa terra. Immaginate un immenso continente, il settimo per l’esattezza, completamente ricoperto di ghiaccio il cui spessore arriva a misurare anche 4.500 metri. Immaginate anche che questo continente generatosi da una costola del Gondwana oltre 200 milioni di anni fa possa vantare le temperature più basse del pianeta con -89.3° e i venti più gelidi che arrivano a soffiare fino a 324 km/h. Immaginate adesso anche tutta la struggente bellezza di un paesaggio immenso, infinito, puro e fulgido e circondato da una moltitudine di icebergs, gigantesche cattedrali di ghiaccio, autentiche sculture millenarie dalle forme più bizzarre, a volte bianchissime a volte dipinte di un blu più intenso del cielo, plasmate dal tempo e dai venti. Silenziose ed enormi creature che vagano solitarie alla deriva, spinte inesorabilmente dalle gelide correnti artiche. Non un profumo, non un colore, nessun rumore. Un silenzio spettrale, lungo, interminabile, a tratti interrotto dal profondo eco generato dal frangersi dei ghiacci o dai petulanti starnazzi di una colonia di pinguini. Una coppia di balene danza avvolgendosi in aria, si tuffa con grazia e vanità e poi scompare nei flutti per poi esibirsi di nuovo all’atro angolo dell’orizzonte, fin quando non ci stanchiamo di osservarle. Goffi e sgraziati due esemplari maschi di foca elefante dal peso di 5.000 chili scivolano lentamente in acqua. La conquista di una femmina è spesso questione di orgoglio ed un combattimento fra gelidi sbuffi di neve può protrarsi anche per ore sotto i lenti colpi di possenti mandibole.
E’ questo il vero volto dell’Antartide. Il più prezioso ecosistema del nostro pianeta, da qui, in questo ambiente puro e asettico si può misurare lo stato di salute di madre Terra. Riesco ad approdare su una base scientifica, adesso ribattezzata Vernadsky Base, gestita autonomamente dal governo ucraino. Fu qui che nell’85 lo scienziato Jonathan Shanklin scoprì il buco dell’ozono. Convinco Igor Gvozdovskyy, un ricercatore della base, a farmi una misurazione in diretta con lo spettrofotometro. I dati al momento non sono allarmanti anche se mi fa osservare che la temperatura atmosferica della terra ha subito negli ultimi 50 anni un incremento di +2 gradi. “Se non ci impegniamo tutti a salvaguardare lo stato del nostro pianeta evitando l’abuso di sostanze inquinanti le conseguenze potrebbero essere catastrofiche – prosegue Igor – ed un aumento dell’effetto serra potrebbe portare di fatto allo scioglimento della calotta antartica con un innalzamento di tutti gli oceani ed i mari del mondo di oltre 65 metri”. Sarà una frase che mi farà molto riflettere, un monito che non dimenticherò. La Polar Star prosegue, gli spessi lastroni di ghiaccio si frantumano sotto la sue enorme chiglia e dopo quattro giorni di navigazione oltrepassiamo il circolo polare antartico fino a spingerci a latitudine 67°10” sud. Il pomeriggio ancora successivo ci attende l’approdo a Paradise Bay, fra le quieti acque di questa insenatura. Scendiamo a terra e poi su di un piccolo gommone navighiamo lungo la baia che pullula di icebergs avvolti nel manto di gelide montagne. Niente, niente a questo mondo può dare sensazioni così forti a chi possiede un’anima. Chiudo gli occhi per un istante e cerco di isolarmi dai miei compagni di viaggio. Respiro profondamente poi apro gli occhi e volgo lo sguardo tutto intorno. Mi sento proiettato indietro nel tempo, ho la sensazione di tornare alle origini della Terra. Avvolto dall’immenso.
Testo e foto di Luca Bracali
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