Viaggio in Australia


di Cesare Pastore

Quando si arriva ad Alice Springs ci si immagina che l’Ayers Rock sia nei dintorni, il concetto di distanza in Australia è sempre molto relativo, invece per raggiungere la magica roccia mancano ancora quattrocento chilometri, un’altra intera giornata di guida sotto un sole accecante con una temperatura che di giorno sale fino a quaranta gradi. Il paesaggio è ancora più deprimente per le vaste zone annerite dagli incendi e sull’asfalto non c’è nessun movimento tranne il tremolio delle onde di calore che crea dei miraggi, ci sembra di scorgere all’orizzonte dei laghi circondati da alberi alti simili a pioppi e la strada diventare un fiume luccicante.
Passata la roadhouse di Erldunda notiamo un improvviso cambiamento, qui nei giorni scorsi deve aver piovuto perché la sabbia è di un rosso più cupo e il deserto, nel giro di pochi giorni, si è coperto da un tappeto violetto di fiorellini selvatici e qua e là spuntano cespugli di un rosa acceso; ma questa smagliante fioritura sarà breve, poi la terra tornerà ad essere riarsa dal sole implacabile. La strada corre diritta e mancano ancora una trentina di chilometri quando appare sullo sfondo l’Ayers Rock, indistinto ma inconfondibile, nella solitudine assoluta. Dal primo giorno che siamo in Australia l’immagine di questa montagna rossa ci ha quasi perseguitato, la vedevamo raffigurata dappertutto: su copertine di guide turistiche, manifesti di compagnie aeree, calendari, cartoline illustrate e, come per tutte le cose troppo rappresentate, ci chiedevamo che reazione avremmo avuto quando ce la saremmo trovata davanti. Giungiamo alla sua base all’ora del tramonto e restiamo senza fiato: è molto più grande di quanto ce la fossimo immaginata, imponente, assolutamente indescrivibile ed emana una forza magnetica, quasi magica. Non siamo facili alle suggestioni, ma la sua vista ci colpisce nel profondo. Difficile da spiegare ma sentiamo una forte emozione che ci avvince, forse perché, a differenza di chi viaggia in aereo, il nostro avvicinamento è stato lento e arrivare fin qui lo consideriamo una sorta di premio, una ricompensa per tante faticose ore di guida. Restiamo affascinati a osservare il colore della roccia che lentamente volge al violetto, al grigio ed infine al nero; quando è diventata ormai una grande cupola scura contro il cielo stellato, mettiamo in moto e raggiungiamo il campeggio. La mattina seguente alle cinque siamo di nuovo lì: la roccia cambia colore nella pallida luce dell’aurora, i contorni si fanno più decisi e nel giro di pochi minuti la sagoma diventa rosso sangue, sfolgorante nel cielo blu cobalto, che poi lentamente impallidisce in un alone dorato. La sera torniamo nuovamente: siamo attratti come da una forza ipnotica, non riusciamo a distogliere lo sguardo. La vista della montagna ci è ormai diventata familiare e la mattina del terzo giorno decidiamo di azzardare la scalata, che è possibile in un unico punto. Se non si è scalatori esperti è una vera prova di coraggio, o di incoscienza: le pendenze sono anche del 60%, manca ogni protezione, a parte una catena nel tratto iniziale, che è il più ripido, e basta una scivolata per precipitare senza possibilità di trovare un appiglio: decine di persone sono morte per cadute e anche per infarto. Siamo ancora indecisi e vorremmo studiare meglio il percorso ma quando arriviamo al punto di partenza vediamo un cartello che vieta la salita a causa del forte vento in vetta. Ci sentiamo sollevati: qualcuno ha deciso per noi, in fondo sarebbe stata un’impresa inutile e pericolosa. Facciamo invece il giro completo della montagna che da lontano appare quasi liscia, ma che si rivela piena di anfratti, pieghe, spaccature e grotte; alcuni luoghi di culto degli aborigeni sono stati recintati e non è permesso scattare foto.
Dopo una settimana riprendiamo il viaggio verso il Nord lasciandoci alle spalle le Olgas tondeggianti e il King Canyon, qua e là spuntano i tronchi contorti delle desert oaks – le querce del deserto - dalle cortecce rugose simili a quelle delle nostre sughere.
A Tennant Creek una donna aborigena, mezza brilla e con la bocca tumefatta, si avvicina al camper e ci chiede di poter guardare nell’interno. Si chiama Elizabeth e si mette a parlare con Lisa: dalle grandi risate che fanno sembra che le due Elisabette si intendano alla perfezione. E’ stata l’unica volta che un aborigeno ci ha rivolto la parola.
Sulla carta stradale la strada fino a Darwin è raffigurata come un unico lungo rettilineo. Giorno dopo giorno divoriamo centinaia e centinaia di chilometri sempre uguali: strada, strada e ancora strada con l’orizzonte che si perde nell’azzurro intenso del cielo. In ogni campeggio o stazione di servizio è possibile scambiare gratuitamente i libri: si mette semplicemente il proprio in uno scaffale e se ne prende un altro. Per chi siede accanto al guidatore la lettura è l’unico modo per combattere la monotonia del percorso, e Lisa divora un romanzo dopo l’altro. Non parliamo molto, non ci sono impressioni da scambiare né grandi temi di conversazione.
-“che c’è di nuovo?” – domanda ironicamente ogni tanto sollevando lo sguardo dalle pagine.
-“ niente, sempre lo stesso”- è la mia laconica risposta.
La guida prosegue rilassata, non esistono certo problemi di traffico, quando incrociamo un altro veicolo ci salutiamo alla maniera australiana: si alzano a bandiera le quattro dita della mano destra continuando a tenere il volante con il pollice. Le condizioni sono ideali per pensare, ricordare, conversare mentalmente con persone che sono a ventimila chilometri di distanza. Comincio a parlare dei programmi per i prossimi viaggi e Lisa si arrabbia “ Non hai ancora finito questo e già pensi al prossimo!” In fondo questo è il tipo di vita che avevo sempre sognato e mi sento sereno e rilassato….. ma improvvisamente vediamo qualcosa di nero davanti a noi, pensiamo si tratti di un pezzo di copertone abbandonato sull’asfalto e solo all’ultimo momento, mentre ci spostiamo per evitarlo, ci accorgiamo che si tratta di un grosso varano che si muove però nella direzione sbagliata: un gran botto e la povera bestia resta schiacciata sulla strada. Questo è l’avvenimento di rilievo di un’intera giornata. Poche le cose interessanti che registriamo sul diario di bordo: veniamo quasi investiti da una tromba d’aria che solleva un turbine di polvere e che si muove a grande velocità nella pianura; vediamo un gruppo di aquile che divorano i resti di un canguro investito; infine un emù ci fa prendere un grosso spavento correndo a grandi falcate con le corte ali aperte al nostro fianco come se si divertisse a gareggiare con noi, poi all’improvviso ci taglia la strada e riusciamo a scansarlo solo per un pelo.
A una cinquantina di chilometri dalla roadhouse di Barrow Creek è accaduto, il mese precedente al nostro passaggio, un fatto che ha avuto grande risonanza sulla stampa a livello nazionale. Una coppia di giovani turisti inglesi, che viaggiava con un camper preso a nolo, è stata aggredita in un parcheggio durante la notte; l’uomo è stato fatto salire con la forza su un furgoncino e di lui si sono perse le tracce. In tutto l’outback, dalle vetrine dei negozi di Alice Springs, alle più sperdute pompe di benzina, ci sono manifesti in stile Far West con la scritta “WANTED - Ricercato”, con l’identikit del criminale, un brutto ceffo di razza bianca, e l’indicazione della ricompensa, la bella cifra di cinquecentomila dollari, per chi fornisca alla polizia ogni informazione utile per la sua cattura. I viaggiatori sono guardinghi nella scelta del posto dove passare la notte; anche noi preferiamo fermarci quando c’è ancora luce in parcheggi bene in vista dalla strada Qualcuno infatti si ferma e chiede –“Passate qui la notte?” -“Si, se restate anche voi”- Prima che faccia buio si già formato un piccolo gruppo di camper e roulotte, e altri se ne aggiungeranno durante la notte.
Traversiamo quella che é forse la regione più desolata di tutto l’outback, conosciuta come il “never-never” che si potrebbe tradurre in “mai e poi mai”. L’unico centro abitato è Katherine che ha anche un ufficio turistico. Qui l’impiegata ci spiega che la strana definizione deriva da un classico della letteratura australiana: queste terre selvagge esercitarono sui primi pionieri un tale fascino che “mai e poi mai” sarebbero stati disposti a lasciarle, mentre altri non riuscirono ad abituarsi alle dure condizioni di vita e se ne andarono verso regioni più ospitali giurando che “mai e poi mai” sarebbero tornati. Noi sicuramente saremmo appartenuti a questa seconda categoria, perché poche volte, in questa terra di estremi, abbiamo visto tanta desolazione e solitudine. Alle pareti dell’ufficio sono appese le foto dell’alluvione del 1998: tutta la cittadina fu sommersa da tre metri d’acqua e dell’edificio in cui ci troviamo si vede nelle immagini solo la punta del tetto.
Questa fascia del Northern Territory, che va dal fiume Roper fino alle sabbie rosse del deserto, durante la stagione dei monsoni resta tagliata fuori da ogni collegamento. Il calendario si divide in due periodi: il wet che sarebbe appunto la stagione del piogge, e il dry che è la stagione asciutta con temperature fino a quarantacinque gradi all’ombra.
Lungo la strada crescono piante di melone con frutti poco più grandi di una mela; furono piantati come foraggio per i dromedari, impiegati per il trasporto dei materiali durante la costruzione della ferrovia e della linea telegrafica e che ora vagano a migliaia, inselvatichiti, nella pianura. Abbiamo cominciato da un pezzo a convivere con il tormento delle mosche. Appena ci fermiamo ci assalgono a nugoli: più piccole di quelle nostrane, sono di un‘aggressività ed un’insistenza incredibile, capaci di seguirti per un’intera giornata attaccandosi ad ogni parte scoperta del corpo tentando di infilarsi in bocca, nelle narici e negli occhi. Alla fine, esasperati, ci compriamo due cappelli con una fitta rete che ci mettiamo in testa, come fanno i locali, ogni volta che usciamo all’aperto.
Sostiamo per un paio di giorni ai margini della sorgente di Mataranka. Il campeggio si estende fra gli eucalipti a qualche centinaio di metri da un laghetto di acqua cristallina circondato da giunchi e palmizi, sembra di essere in un’oasi africana. Prima del tramonto assistiamo a uno spettacolo impressionante: il cielo è annerito da immense nuvole scure di uccelli che cambiano continuamente direzione e poi, avvitandosi in un vortice, piombano giù come proiettili nel folto del palmeto, che diventa un’unica massa strepitante. Quando tutti gli uccelli si sono posati e si è fatto buio, il cielo vibra nuovamente per il volo di migliaia di grandi pipistrelli: sono le flying fox, - le volpi volanti - che volteggiano a lungo prima di disperdersi nell’oscurità per la caccia notturna. Dopo tutto questo via-vai, la mattina dopo il camper è ricoperto di sterco come la scala di un pollaio.
La Stuart punta verso nord, sempre dritta e sempre uguale, solo il paesaggio vuoto e rossastro senza neanche il profilo di una collina o di un altura. Targhe commemorative indicano i posti legati alla storia della Seconda Guerra Mondiale: lungo questa strada transitavano i rifornimenti verso Darwin, minacciata dall’invasione giapponese, e qui furono costruite caserme, campi di aviazione, ospedali di cui oggi restano solo poche tracce; in mezzo alle erbacce scorgiamo i resti rugginosi di un fusto di benzina o il pavimento in cemento di una baracca.
Sosta quasi obbligata a Daily Water, che ebbe il suo momento di notorietà agli albori dell’aviazione, perché gli aerei diretti a Singapore vi facevano l’ultimo rifornimento di carburante. Oggi i turisti si fermano per respirare una certa atmosfera da “ultima frontiera” e bere una birra al suo pub, che è famoso in tutto il Territory: una baracca di tavole grezze alle cui pareti sono appuntate cartoline postali, biglietti da visita, banconote di ogni paese del mondo, bandierine, adesivi e perfino un ricco assortimento di mutandine da donna, non capiamo bene se lasciate lì come ricordo da impudiche signore o se si tratta di trofei di rudi camionisti. Al bancone, come in un film, siedono alcuni bushmen che bevono birra dalle bottiglie infilate in contenitori di polistirolo per mantenerle fresche, altri giocano a freccette e intorno al biliardo una coppia di aborigeni, già mezzi brilli, sta discutendo ad alta voce. Notiamo che manca la dog window, la finestrella attraverso la quale venivano venduti alcolici agli aborigeni, ai quali un tempo era vietato l’ingresso.
Finalmente il rosso del paesaggio inizia a stemperarsi in un verde che diventa sempre più brillante: abbiamo raggiunto il Top End, la zona delle paludi e delle foreste pluviali C’è voluto un film di grande successo, ambientato in gran parte nel Kakadu National Park, a svelare al grande pubblico questo incredibile lembo di Australia, il mondo di Crocodile Dundee. Siamo nel mese di ottobre, quindi alla fine del periodo secco: il livello delle paludi si è abbassato e l’acqua è rimasta solo negli stagni più profondi dove si riuniscono gli uccelli e decine di coccodrilli alla ricerca di spazio vitale; sulle rive fangose quello che sembrava un tronco abbandonato improvvisamente si anima e spalanca le fauci. E’ un mondo di contrasti che segue il ritmo delle due stagioni: inondazioni e siccità, verde e desolazione. Fra qualche settimana incomincerà a piovere e allora i coccodrilli, ritornati padroni assoluti delle paludi, attraverseranno liberamente la strada allagata, lungo la quale i cartelli mettono in guardia gli automobilisti. Si percorrono oltre trecento chilometri nel parco in un paesaggio sempre più verde punteggiato dai termitai, alcuni alti anche due metri. La sera è il momento migliore per osservare gli animali: stormi di cacatua immacolati rientrano nei boschi, i canguri saltellano, quasi danzando, fra i cespugli e famiglie di emù vagano tranquille nella boscaglia. Nel Kakadu ci sono più di mille siti archeologici in cui si possono ammirare sulla roccia i graffiti di figure stilizzate di uomini, uccelli e animali ormai scomparsi : è incredibile la purezza delle linee di questi disegni, a volte vecchi di 25.000 anni, che testimoniano la ricchezza della storia locale a confronto con quella dell’uomo bianco. Il Northern Territory è stato l’ultimo lembo di Australia ad essere esplorato. Vi giunsero dal sud, seguendo la costruzione della linea telegrafica, avventurieri d’ogni genere, la tipica fauna umana alla conquista di una terra di frontiera, come in Alaska o nella Terra del Fuoco: cercatori d’oro, allevatori di bestiame, pescatori di perle, tutta gente con tanto coraggio e niente da perdere.
Darwin, la capitale, é il punto più settentrionale del nostro itinerario. I suoi 90.000 abitanti rappresentano circa la metà dell’intera popolazione del Territorio, che è grande come mezza Europa. Quello che traversiamo nella ricerca inutile di un posto tranquillo dove accamparci è un nucleo urbano con meno di trent’anni di vita: fu raso al suolo dai bombardamenti giapponesi durante la guerra, poi nel 1972 il ciclone Tracy lasciò in piedi meno del 10 per cento degli edifici. Fa un caldo insopportabile e l’aria è carica di umidità; ad aumentare il nostro nervosismo contribuisce il fatto che in ogni spiazzo o parcheggio è bene in vista un cartello di divieto di sosta per i camper, con tanto di importo della multa. Incredibile che anche qui ci siamo gli stessi divieti che troviamo sui nostri lungomare! La lobby dei proprietari di campeggi non conosce frontiere. A Darwin rifacciamo le scorte di alimentari e compriamo anche un paio di chili di bistecche di canguro: la carne é ottima, con un sapore simile a quello del daino, anche se dobbiamo vincere un certo ribrezzo dopo aver visto lungo la strada tanti canguri ridotti in poltiglia. In un Internet Café apriamo la nostra posta elettronica e inviamo qualche messaggio.
Ci attendono 4350 chilometri di strada fino a Perth, uno dei tratti più duri attraverso la spopolatissima Western Australia, lo stato più grande del paese. La strada punta decisamente verso Ovest: la sera abbiamo il sole diritto negli occhi ed é così accecante che siamo costretti a fermarci ed aspettare il tramonto per proseguire. Il bush continua a bruciare, l’orizzonte è offuscato da banchi di caligine e spesso le fiamme vengono a lambire la strada; dove è passato il fuoco la sabbia ha assunto un colore arancio su cui spicca il nero dei cespugli carbonizzati. Molti incendi vengono appiccati di proposito per avere vegetazione fresca e limitare il diffondersi di piante infestanti. In questa regione gli allevamenti hanno dimensioni fino a trecentomila ettari e per radunare il bestiame vengono adoperati gli elicotteri e le moto fuoristrada; venti ettari di magro pascolo sono appena sufficienti per nutrire una sola mucca.
Vicino a Kununurra c’è la miniera di diamanti più grande del mondo e in tutta la zona sono al lavoro i cercatori d’oro armati di metal detector, pala e piccone. Ci accampiamo vicino a una coppia che ha cercato tutto il giorno e ci mostra orgogliosa alcune belle pepite, trovate ad appena pochi centimetri sotto la sabbia. Tra il sogno della ricchezza e la realtà di qualche soldo in più, sono questi i nuovi pionieri. Quando giungiamo nei dintorni di Derby, vediamo i primi maestosi boab, alberi spogli di enormi proporzioni, simili ai baobab africani. Ormai il mare è vicino, l’aria è così pura che ne possiamo avvertire l’odore: e infatti dietro l’ultima curva, vediamo risplendere il sole della sera sull’Oceano Indiano. Siamo a Broome. Ci accampiamo a Cable Beach, felici di stare per un po’ lontani dalla strada e dal deserto; spira una bella brezza e finalmente possiamo riposarci e nuotare lungamente nelle acque tiepide e pulite. Agli inizi del ‘900 Broome fu un centro importante per la pesca delle perle che veniva praticata soprattutto da giapponesi e cinesi; nel cimitero giapponese ci sono quasi mille tombe di pescatori, perlopiù giovani, annegati nelle improvvise tempeste o stroncati da un’embolia. Oggi la cittadina è un vivace centro turistico, praticamente l’unico dell’intera costa occidentale; lungo le sue bellissime spiagge dalla rena dura e compatta si può camminare per ore senza trovare l’orma di un piede. Sulla battigia una miriade di granchiolini, quasi trasparenti, disegnano sulla sabbia intricati arabeschi con i mucchietti di sabbia che hanno scavato e appena ci avviciniamo spariscono veloci nelle minuscole tane. Un folto stormo di uccelli marini dal lungo becco rosso ci precede sgambettando e, quando li abbiamo quasi raggiunti, spiccano il volo e si spostano di qualche centinaio di metri più avanti continuando con noi la passeggiata.
A qualche chilometro dal centro c’è il porto commerciale, formato da un imbarcadero che si estende lunghissimo nel mare aperto; qui attraccano le navi, con stranissime sovrastrutture formate da decine di piani di gabbie di ferro, che trasportano pecore e bovini vivi verso i paesi arabi. Una lunga fila di vitelli viene spinta con un pungolo elettrico attraverso una stretta passerella a bordo di questa specie di arca di Noè e le povere bestie muggiscono disperate quasi che comprendano quale sarà la loro sorte alla fine del viaggio.
Dopo Broome troviamo un forte vento contrario che ci accompagnerà per le prossime due settimane: il consumo di carburante aumenta paurosamente e occorre tenere d’occhio il livello del serbatoio per non restare a secco e ricordarsi che i distributori sono mediamente a 200 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Incontriamo solo piccole e insignificanti località e tante carcasse di auto abbandonate ai bordi della strada, per il resto solo una striscia d’asfalto rovente di 650 chilometri fino a Port Hedland, il porto d’imbarco dell’ematite che viene dalle miniere di Pilbara. Strade, case, auto tutto é ricoperto da uno strato di polvere rugginosa; sulle banchine montagne di minerale vengono caricate su due navi mastodontiche da trecentomila tonnellate dirette in Corea e Giappone. Il posto è decisamente poco invitante, proprio di quelli a cui si dedica una rapida occhiata e via. A Exmouth ritroviamo la barriera corallina che, a differenza di quella della costa orientale, é a pochissima distanza dalla spiaggia. Ci accampiamo con altri camper in riva ad un billabong, un piccolo stagno di acqua salmastra, a due passi dal mare. Sono ancora giorni di relax assoluto, fuori dal mondo e a diretto contatto con la natura: finché c’è il sole nuotiamo lungo i banchi di corallo dove piccoli squali innocui e mante eleganti si avvicinano senza timore in uno splendido mare turchese, la sera aspettiamo che gli animali del bush vengano a farci visita. I canguri escono dai cespugli sotto i quali hanno cercato riparo dalla calura durante il giorno e si avvicinano allo stagno per bere; sulle prime sono molto timorosi ma, vinti dalla curiosità, pian piano vengono sempre più vicini. Una femmina con il suo piccolo, che fa capolino dal marsupio, ci osserva con un’espressione dolcissima e ad ogni nostro minimo movimento si alza allarmata sulle zampe posteriori raccogliendo quelle anteriori sul petto simile a un enorme leprotto. Una coppia di emù seguita dalla covata di pulcini passa più volte, ma si tiene sempre a rispettosa distanza. All’imbrunire stormi di pappagalli volano stridendo verso il folto degli alberi. Durante le passeggiate nel bush facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi: si sentono fruscii e rumori improvvisi, ma sono solo i canguri o i varani che fuggono spaventati nella sterpaglia secca. Siamo stati messi in guardia dalla presenza di serpenti, che in Australia sono numerosi e delle specie più velenose, ma non ne abbiamo incontrato neppure uno o, molto più probabilmente, li abbiamo incontrati e non li abbiamo notati. I tramonti interminabili sono una visione fantastica, il sole basso sull’orizzonte illumina di rosso sangue le nuvole, il cielo e il mare. Per rifornirsi di acqua e comprare da mangiare bisogna percorrere 60 chilometri fino a Exmouth, ma cerchiamo di andarci il meno possibile.
A Monkey Mia i delfini arrivano fin sulla spiaggia per incontrare i turisti: una scena che avevamo visto più volte nei documentari televisivi, ma un conto è osservarla dal salotto di casa e un altra viverla con l’acqua che ti arriva al ginocchio. Si avvicinano a piccoli gruppi, si fanno carezzare e prendono al volo i pochi pesci gettati dai ranger: è solo uno spuntino, perché non perdano il loro istinto di animali liberi capaci di cacciare.
Perth, la capitale del Western Australia, è una città moderna disposta su terrazze naturali che scendono al fiume Swan. Ha bei parchi e un centro animato dove si stanno stendendo ghirlande di finto abete e festoni di lampadine perché il Natale è ormai vicino. Ci fa una strana impressione perché siamo abituati ad associare il Natale al clima freddo, al cappotto pesante e alla neve, qui invece fra qualche settimana saranno tutti in spiaggia con temperature di fuoco. Ci spostiamo a Fremantle, il porto di Perth, e possiamo campeggiare al circolo italiano; la nostra comunità è composta quasi esclusivamente da pescatori provenienti da Capo d’Orlando, in provincia di Messina, che si dedicano alla pesca delle aragoste esportate in tutto il mondo.
Per noi è ormai tempo di dare l’addio all’Australia e rientrare a casa dove ci aspettano figli e nipoti e già ripensiamo con nostalgia infinita ai sei mesi che ci abbiamo appena trascorso; non è stato forse un amore a prima vista, ma ormai questa terra rossa l’abbiamo nel cuore.
Cesare Pastore - Cigv Italia