Il bambù, specie gloriosa
di Maria Silvia Codecasa
Il maggior numero delle 1250 specie di bambù diffuse nel mondo si trova in Asia con una distribuzione specifica di 16 specie di bambù in India, 90 in Birmania (oggi conosciuta come Mianmar), 33 in Bangladesh, 31 in Indonesia, 55 nelle Filippine e 670 in Giappone.

Nota 1.
Per la maggior parte dei dati tecnici riguardanti il bambù e il suo impiego pratico riconosco il mio debito agli studi dell’amico Robert Langdon, ricercatore dell’Australia National University di Camberra , pubblicati nel saggio THE BAMBOO RAFT AS A KEY TO THE INTRODUCTION OF THE SWEET POTETO IN PREHISTORIC POLYNESIA in the journal of Pacific History vol 36 No 1 ,2001.

Il clima più favorevole allo sviluppo di varietà di grandi dimensioni sembra essere quello tropicale: esemplari del Dendrocalamus gigantis di Taiwan possono raggiungere 20 metri di altezza con un diametro di 40 centimetri: fin dalla preistoria sono stati quindi riconosciuti adatti, una volta legati in serie di 7 o 8 tronchi, a formare zattere per la navigazione costiera.

Zattere del genere (però di tronchi), adatte al piccolo cabotaggio, sono state fotografate da chi scrive nel 1974 in Corea, a Mokpo, nel 1975 a Luzon, nelle Filippine, nel 1977 sulle spiagge di pescatori Tamil nel nord di Sri Lanka nonché nel 1991 nell’isola di Yap, in Micronesia.

Nota 2.
In lingua Tamil queste zattere si chiamano “KATA (=lega) MARAM(=albero). A Sri Lanka i tronchi venivano debitamente smantellati e messi ad asciugare al sole quando ne era cessato l’uso: una pratica che prolunga di vari anni la durata del legno e che a Yap viene applicata anche a imbarcazioni di altro tipo.

Non è quindi strano che zattere del genere venissero usate anche a Taiwan (la Formosa degli Spagnoli) e che costruite in scala molto maggiore ed attrezzate di timoni verticali, infissi al centro, esse potessero anche affrontare viaggi oceanici e magari attraversare il Pacifico e toccare le coste americane. L’impresa era invece più difficile per gli Indiani dell’Equador o dell’America Centrale. In assenza di specie adatte di bambù, come Heyerdahl ha dovuto fare per costruire il suo “Kontiki”, era necessario ricorrere al legno di balsa che si imbeveva più facilmente del bambù.

Dobbiamo di nuovo alla tenacia di Robert Langdon la ricerca linguistica che ha portato a confrontare i termini in lingua quechua (PINTO, registrato in Perù dagli Spagnoli nel 1560 e gli affini PIDUNG, BITUNG e in particolare PINDUNG in Equador) con i termini delle lingue del Sud-Est asiatico, dove si incontrano in relazione al bambù gigante, forme come BITUNG, PITUNG, BETUNG e infine BENTUNG nell’isola filippina di Mindanao. Tali somiglianze si possono spiegare solo con contatti, la cui frequenza si può non ipotizzare, ma che comunque sembrano innegabili.
Alle coincidenze linguistiche si aggiunge l’evidenza archeologica di contatti fra Asia e Americhe: nel 1961 Betty J. Meggers trovò nel nord dell’Equador modellini in ceramica, databili 200 anni a.C. di case con tetti a sella tipici degli insediamenti dei colonizzatori oceanici da Sumatra a Yap ( dall’Indonesia alla Micronesia), oltre a figurine sedute in posizione Yoga e infine al modello di uno strumento musicale, doppio flauto di Pan con cannuccie (di bambù) di lunghezza a scalare verso il centro, che sappiamo tipico di una regione della Cina.

Nota 3
“American Antropologist”, 68,1961,p.913-39 e "American J.Of Antropology”, 67, 1963,330-1

Si può quindi ragionevolmente anche se arditamente concludere con la Meggers che nel 200 a.C. qualche viaggiatore si era fatto un “trip” di 9500 miglia marittime da Mindanao all’Equador… E la Meggers aggiunge che altre evidenze, come la presenza preistorica in America della banana (frutto originario del Sud-Est asiatico) rendono non solo probabile, ma necessaria l’ipotesi di un viaggio anche più antico, nel 3000 a.C. dal Giappone.

Chi scrive suggerirebbe come porto di partenza la Corea. Difatti è inimmaginabile senza l’ipotesi di contatti transpacifici, che l’ascia di pietra levigata chiamata TOKI (N), che in Cile possedeva connotazioni relative ai diritti al potere del suo proprietario, anche oggi termine corrente per l’ascia diffuso in tutta l’Oceania, sia indipendente dal nome che l’attrezzo ha in Corea: TO-KKI ed è poco probabile che l’attrezzo sia arrivato in Corea dal sud America con lo stesso nome a mezzo del cabotaggio via lo stretto di Bering.

Nota 4
Imbelloni,J.”El toki magico”, in Bull.Cient, Santa Fè, III, 1,(1931)
Codecasa M.S., “ the question of Tamra” in “Folklore”,vol 27, No6,312, Giugno1986

E stato calcolato che un viaggio su zattere di bambù da Taiwan a Seattle (4750 miglia) poteva durare da un minimo di 86 giorni ad un massimo di 565 giorni…..

Tra le benemerenze guadagnate dal bambù nelle sue trasferte orientali c’è quella dell’introduzione delle patata dolce in tutta la Polinesia e nel Sud-Est asiatico, conservandone sempre il nome originario, in lingua quechuea. di KUMARA. C’ è anche chi non si dichiara certo della direzione del viaggio per mare di questo famoso tubero, e chi scrive ha notato che la forma in cui il suo nome compare in Nuova Caledonia (KAMWALA) suona stranamente simile al nome dell’arancia (KOMLA, KAMLA) in india presso le tribù dei Bondi.
I Bondi vivono in una regione che gravita sulla costa occidentale del golfo del Bengala, cioè nel cuore del territorio del bambù gigante, che è anche la patria della maggior parte delle specie vegetali che nel corso della storia, a partire dal neolitico, sono state introdotte in Europa. Tale flora lussureggiante può essersi sviluppata perché a quelle latitudini gli effetti della glaciazione non erano mai stati estremi.
Rovinoso e determinante per l’intera storia dell’umanità, invece è stato l’ultimo grande disgelo (900 anni prima di Cristo), che ha travolto sotto 120 metri di mare l’enorme area di terre fertili che collegavano l’odierna penisola indiana al Borneo, cancellando ogni traccia di quella che era stata probabilmente la prima grande civiltà del pianeta (ma anche facilitando i collegamenti via mare con l’Estremo Oriente e le isole nei millenni successivi).
I popoli stanziati attorno al golfo del Bengala erano progrediti più rapidamente di quanti dovevano sviluppare complesse tecnologie, proprio grazie al bambù che forniva con poco sforzo attrezzature per tutte le evenienze.
Il bambù si presta ad essere tagliato molto più facilmente di qualsiasi altro tronco d’albero: con segmenti di grandezza varia si costruiscono palizzate e capanne e contenitori. Delle zattere fabbricate grazie al galleggiamento delle grosse canne si è già detto ma c’è da aggiungere che tali canne, spesso dimezzate, sono ancora visibili in funzione di tubature d’acquedotto nei villaggi della Tailandia, dell’Indocina e dell’Indonesia e senza dubbio la loro presenza ha facilitato l’irrigazione essenziale nell’orticultura e nella cultura del riso.
Segato obliquamente, il bambù fornisce armi terribili, pugnali o spade o fasci di lance da collocare al fondo di trappole per impalare e uccidere grossi animali. Il bambù più sottile è più flessibile e può venire trasformato in arco e fornisce ovviamente le frecce. Dalla Malesia alle isole Marchesi, la canna di diametro medio si trasforma in cerbottana.
Con le canne più sottili si fanno cesti e stuoie. Quelle di varie misure vengono utilizzate per far musica mediante il flauto semplice o la siringa, e sono delle fruste naturali. Il bambù è un combustibile perfetto: forse grazie a ciò sul suo territorio si è sviluppata la metallurgia del rame, già nel 300 avanti Cristo. Le canne di diametro piccolo o medio trovano riscontro nelle canne di specie affini diffuse anche nelle zone subtropicali e temperate: permettendo quindi la diffusione di varie tecnologie a prescindere dal trasporto del materiale per produrle.
La colonizzazione del Pacifico è una delle glorie più pure dell’umanità, però di assai maggior impatto è stato l’impegno dei marinai e dei mercanti della civiltà del bambù dell’Indocina e del bacino del Gange che hanno preso contatto con le comunità occidentali, facendo affluir nuove idee e prodotti nella valle dell’Indo, in Mesopotamia, in Egitto e nell’Egeo molto primo che gli Ariani conquistassero l’Egeo e l’Iran, e distruggessero la civiltà dell’Indo nel 2000 a.C. penetrando nel Bengala intorno al 600 a.C.
Gli eredi delle cultura del bambù, che forse hanno avuto per antenati i fondatori della civiltà mesopotamica dei Sumeri, sono oggi ridotti a poche centinaia di migliaia, respinti in India, in zone montagnose e poco fertili dalle maggioranze sanscritizzate, e scampati a un vero genocidio nell’Indocina invasa dai birmani, tai e vietnamiti, discesi dagli altipiani del Tibet. Queste minoranze oppresse parlano lingue dette austroasiatiche affini a quelle ((austronesiane) dell’Oceania, lingue senza alcuna parentela con il sanscrito o con le lingue (dravidiche) parlate nel sud dell’India: si tratta delle lingue Munda( in India) e Mon-Khmer ( in Indocina).

Le tribù più importanti sono i Santali e gli Ho nell’Orissa e nel Bihar e i Khasi nel bacino del Brahmaputra. Esse erano abbastanza numerose da influenzare il sancrito e da inviare audaci navigatori nell’Egeo (nell’Egeo dominato dalla civiltà marinara di Minosse!….) a portarci un termine come “NESO” l’isola , tanto progrediti da poter imporre all’occidente strumenti musicali e attrezzi per la fusione dei metalli coi loro nomi Munda. Gli attrezzi, è inutile dirlo, erano originariamente di bambù.

*SUL, *SULUNG,*SOLONG è il tubo di passaggio, e quindi il flauto in lingua Munda: da cui presso di noi la SINGA. Ma il tubo di bambù serviva anche per soffiare aria e alimentare il fuoco nel forno: un attrezzo a cui i Cretesi di Minosse avrebbero dato il nome di SOLEN. BANA era il nome dell’arco musicale (di bambù), che attraverso il sumerico PANTUR è arrivato a darci la PANTURA/BANDURA, strumento musicale a tre corde molto usato nel Medioevo.

E i fabbri erranti di lingua Munda, i KAMMARI( ancora all’opera nelle campagne indiane pochi decenni orsono) accendevano il loro fuoco (di bambù) sotto una volta protettiva e quindi lasciavano il loro nome alla stanza in cui accendiamo il focolare: che è la nostra familiare , domestica, confortante CAMERA
Maria Silvia Codecasa
Maria Silvia Codecasa, profuga da Fiume, di padre pisano, ha scelto, dopo molto vagare, come seconda patria Grosseto. Plurilaureata e poeta, è autore di teatro professionista (vedi volume 41 della collana Teatro Italiano Contemporaneo SIAD 2001). Ha pubblicato sia articoli che libri di antropologia (SETTE SERPENTI, Manifesto-libri 1994); LINGUA BIFORCUTA, Il Messaggio 2003) e di viaggio (LETTERE TURCHE, Palazzi 1970; META’ CIELO MEZZA LUNA, Il Messaggio 2002, VIAGGIO ATTORNO A SAI BABA, Il Messaggio 2003). E’ una grande viaggiatrice ed ha visitato numerosi paesi del mondo per studio e per inguaribile passione della ricerca dell’ altrove.