Bamiyan, addio
I drammatici eventi di questi giorni in Afganistan mi hanno profondamente e, vorrei dire, personalmente colpito perché conoscevo quel paese che avevo visitato molti anni fa, poco prima dell’invasione sovietica e del quale avevo conservato un particolare ricordo unito al desiderio ormai irrealizzabile di un possibile mio ritorno. La sua posizione nodale di punto cruciale di passaggio fra est ed ovest ed anche fra nord e sud nell’Asia centrale, la sua composizione etnica particolarmente complessa, l’essere sempre in bilico fra mondi diversi e culture diverse, sono fra le cause della sua instabilità secolare. L’attuale situazione che potremmo definire disperata, trova attualmente la sua origine nella invasione sovietica del 1978 e nelle sue devastanti conseguenze che tuttora condizionano il futuro di questo paese. La follia iconoclasta di una minoranza islamica che domina attualmente nella regione, la sua inconsapevole arretratezza culturale ed il fanatismo religioso di un islamismo integrale hanno gettato il paese in una situazione dalla quale è difficile uscire in modo ragionevole come da molte parti si cerca di proporre. Su tutto questo pesano in modo assai gravoso gli interessi contrastanti dei paesi vicini e forse ancor più di quelli lontani. Sono questi interessi che non consentono di risolvere i problemi che affliggono e minacciano la sopravvivenza di quelle popolazioni che hanno perduto il senso storico della loro esistenza. Ho letto proprio in questi giorni un commento della giornalista televisiva della RAI, Lilli Gruber, che in sostanza diceva che grazie ai Buddha di Bamiyan o più precisamente alla loro distruzione essi avrebbero richiamato l’attenzione del mondo intero sulla complessità del problema afgano e che forse un fragile ponte avrebbe potuto essere così lanciato verso i Talebani. Un modo anche questo di volgere in politica ogni drammatico evento. Ricordo che già il ministro Fassino a suo tempo aveva fatto visita ai Talebani per risolvere il problema della produzione dell’oppio che è la loro principale risorsa economica per l’acquisto delle armi. La fine dei grandi Buddha mi sembra un prezzo assai alto da pagare e forse una campagna del genere andava a suo tempo fatta e non si fece, quando i sovietici invasero il paese con conseguenze non meno penose per il suo patrimonio artistico. Ma non di questo volevo parlare con questo mio scritto.![]() |
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Il Buddha prima dell' "intervento" dei Talebani
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Il Buddha dopo la "cura"
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Bamiyan 1978
Era il 1222 quando quella che pareva un imprendibile baluardo cadde e con esso il destino di Bamiyan fu segnato. La leggenda ci racconta che la città resistette ancora ed avrebbe ancora resistito se la perfida Lala -Katun non avesse tradito la propria gente consegnando al nemico il segreto di una sorgente nascosta, unico rifornimento dell'acqua potabile. Essa pagò con la vita il suo tradimento per mano dello stesso Gengis Kan che non ebbe pietà per chi aveva tradito il proprio padre. Da allora, dalle rovine del suo bel castello, all' alba si levano i suoi lamenti. Forse quella mattina erano proprio quelli, i suoi lamenti che avevo sentito venire dalle rovine della città dei sussurri.Mario Dalmazzo
Qui sotto possiamo vedere tre immagini dei laghi di Band-i-Amir, così come erano una volta; oggi, si dice, non esistano più, distrutti dalla guerra combattuta dai russi in Afghanistan.
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