LA SCOPERTA DI BERENICE PANCRISIA

All'alba del 12 febbraio 1989 ci trovavamo, con Giancarlo Negro e Luigi Balbo, nel cuore del deserto nubiano sudanese; dopo due mesi di esplorazione archeologica e piu di 3000 km. percorsi dalla Valle del Nilo, avevamo raggiunto, con i camion fuoristrada Iveco, la vasta regione desertica che i testi egizi chiamavano "Wawat" e dalla quale, secondo gli "Annali" di Thutmosis III, proveniva la maggior parte dell'oro estratto per la gloria e la potenza dei Faraoni (negli anni 34, 38 e 41 del regno di Thutmosis III, la regione di Wawat produsse ben 8542 "deben" doro, circa 776 kg. di questo prezioso metallo!).Avevamo già percorso gli "uadi" Gabgaba ed Eley ed ora ci trovavamo nell'Allaqi, nel punto in cui questo "uadi" s'incunea tra i monti: le "montagne cristalline", cosi definite per il caratteristico colore "vetroso" che assumono all'alba e al tramonto e che, secondo gli antichi testi, custodivano ricchi depositi di quarzo aurifero. La carta satellitare che consultavamo costantemente, ci confermava questa ipotesi. I dati trasmessi dal satellite Lansat (Eosat) erano stati elaborati, appositamente per la nostra spedizione, usando la combinazione di banda 7,4,2 (infrarosso medio, infrarosso vicino e visibile): si enfatizzava cosi la riflettanza nell'emissione infrarosse delle rocce, permettendo il riconoscimento delle differenze mineralogiche delle stesse; la conformazione geologica della zona che stavamo percorrendo, confermava i dati del satellite. Berenice Pancrisia (Berenike Panchrysos), la città "tutta d'oro" di cui parlava Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis Historia" ("Serenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est", Vi, 170), se esisteva, doveva trovarsi in questa vasta regione ricca d'oro. La notte precedente avevamo fatto il campo vicino ad una parete rocciosa, nel "uadi" Nasari, parallelo all'Allaqi. Al risveglio avevamo trovato, proprio di fronte alle tende, su un lastrone di granito, una breve iscrizione geroglifica (non ancora traslitterata), probabilmente un "segno" lasciato da un "sementi". La parola "sementi", che significa "prospettore" (lo specialista incaricato di cercare gemme o minerali preziosi, come l'oro), apparve nei testi geroglifici fin dall'epoca arcaica, tra il 3200 e il 2800 a.C.; a partire quindi dalla fine del IV millennio, i Faraoni avevano al loro servizio degli specialisti incaricati di cercare oro. La scoperta era importante: era infatti l'iscrizione gerogllfica più lontana dal Nilo fino ad allora trovata (altre erano state da noi scoperte nel "uadi" Murrat, nella gola di Khashm el-Bab, su una parete a Bir Umm Gat. ecc), e confermava, quindi, la profonda penetrazione egizia nel cuore del deserto nubiano. La latitudine (21 . 50'. 33" N), che avevamo subito annotato sulla "polaroid di riferimento" costitui un nuovo motivo di riflessione. Avevamo studiato, alla biblioteca di Strasburgo, la mappa del geografo-astronomo arabo al Khuwarizmi che, nel IX secolo, posizionava una città mineraria (Ma'din ad-Dahab, "la miniera dell'oro"), tra il Nilo e il Mar Rosso, dandone anche le coordinate: 21. 45'; quindi non molto lontano da dove ci trovavamo in quel momento. Ma'din ad-Da hab "la miniera dell'oro"), era forse il toponimo arabo della grande città mineraria che i Tolomei chiamvano Panchrysos "tutta d'oro") ? Dal piccolo affluente, dove avevamo trascorso la notte, ritornammo nel corso principale. Risalimmo lentamente con i camion Iveco, l'"uadi" sempre piu' incassato tra i monti e sempre più ingombro di massi che antiche fiumane avevano accumulato sul fondo. Le ore erano passate velocemente e si stava avvicindo il tramonto, il momento magico del deserto, quando il caldo cede il passo al fresco della notte ormai vicina, e quando i colori del crepuscolo creano prospettive e profondità dorate che il chiarore abbagliante del giorno impedisce di valutare. Ed ecco apparire, alle ultime ore del giorno, la "città fantasma" di cui si parlava a Khartoum già durante il periodo di Gordon Pascià: due roccheforti sbarravano l'uadi, difendendo la città che si snodava lungo l'alveo dell'Allaqi. Rilevammo subito la posizione (21 .56'.93`N e 35 OS'.SS`E): soltanto 20 km. di errore, in latitudine, rispetto a dati stimati da al-Khuwarizmi oltre 1000 anni fa. Ai soffusi barlumi del crepuscolo, le antiche costruzioni acquistavano rilievi inattesi, passando attraverso magiche sfumature di colore. Il vento era caduto: il silenzio sembrava pesare su noi che avanzavamo increduli tra muri crollati, facendo scricchiolare la sabbia e i frammenti di vetro e di vasellame sparsi sul terreno. Poi dai monti discese improvviso il freddo notturno. La città lentamente scomparve, inghiottita da una notte senza luna, proprio come la "citta' fantasma" dei tempi di Gordon, che un "afrite", un genio malizioso, suo geloso custode, faceva sparire agli occhi di coloro che l'avevano vista per la prima volta.
Berenice Pancrisia si compone di un vasto insediamento abitativo situato sul lato est e di costruzioni sparse che interessano, per circa un chi1ometro e mezzo, entrambe le sponde dell'Allaqi. Le piu' recenti sono edificate con schegge di scisto a f rattura naturale, le piu' antiche con blocchi di granito, grossolanamente squadrati. In corrispondenza dell'ampia ansa formata dall'uadi, che scorre da est per poi piegare verso nord, si trovano due imponenti roccheforti. Una vasta città che poteva ospitare non meno di 10.000 abitanti e il cui nome, nel corso della sua millenaria storia, è sovente cambiato: ora i nomadi Beja la chiamano "Deraheib", parola che nella loro lingua significa semplicemente "costruzioni". Berenice Pancrisia, una citta' complessa e affascinante che gli scavi archeologici stanno lentamente inquadrando storicamente, riportandola a nuova vita.

Alfredo e Angelo Castiglioni