Little Bighorn
di Nando Giardina

Luglio 1973- Nei luoghi della Storia

June, 25, 1876, Little Bighorn.

Se al mattino di quel giorno fatale il “ Major General” George Armstrong Custer, 36 anni, aveva affermato: “Con il mio 7° Cavalleria sarei in grado di annientare tutti gli indiani del continente”, Cavallo Pazzo (Crazy Horse), Tashunka Witko, 32 anni, capo dei Sioux Lakota Oglala, gli rispose involontariamente quando, quello stesso giorno, nel pieno della battaglia, incitò i suoi con queste parole: “Ho-ka hey ! ( Carica ! ). E’ un giorno propizio per combattere ! E’ una buona giornata per morire ! Chi ha cuore forte, chi ha cuore audace vada avanti ! Rimangono indietro i deboli e i vili ”. Il terzo protagonista di quella giornata, passata alla storia perchè in quella data avvenne la più grave sconfitta dell’esercito americano da parte degli indiani, era Toro Seduto (Sitting Bull), Tatanka I’yotanka, 39 anni, capo e medicine-man dei Sioux Lakota Hunkpapa, che, pur presente alla battaglia, non vi partecipò in quanto ancora troppo debole per l’abbondante sangue perduto dalle cinquanta scarificazioni rituali che si era fatto fare sulle braccia venti giorni prima, nel corso della “Danza del sole”. Insieme a Cavallo Pazzo, egli era la preda più ambìta per Custer e per i suoi colleghi Terry e Crook, impegnati in una spedizione tesa a stroncare una volta per tutte la rivolta degli indiani del nord-ovest, una ribellione, peraltro, più che giustificata.
  Nuvola Rossa aveva infatti firmato nel 1868, a Fort Laramie, un trattato di pace che, pur ratificato nel ’69 dal Senato di Washington, era stato ripetutamente violato dagli americani e, di fatto, abrogato quando fu sparsa la voce della presenza di oro nelle Black Hills, sacre per gli indiani, con conseguente arrembaggio alle Colline Nere da parte di nugoli di cercatori d’oro. E di nuovo fu guerra nei territori del nord-ovest. Custer, a riposo ma con mire presidenziali, già eroe coraggioso e spavaldo della Guerra Civile americana, fu richiamato in servizio come comandante del 7° Cavalleria con il preciso compito di debellare le forze congiunte di Sioux e Cheyenne. Dopo aver lasciato dietro di se una scia di sangue, quando gli scouts Crow gli segnalarono un grande campo indiano sulle rive del fiume Little Bighorn, egli divise il 7° in tre colonne per attaccare da più parti gli indiani. Le compagnie comandate dal maggiore Reno e dal capitano Benteen, dopo un breve ma cruento scontro, ripiegarono e si asserragliarono su una vicina collina dalla quale, diretto a un punto più lontano per prendere alle spalle gli indiani, era poco prima partito al galoppo Custer, alla testa dei 260 uomini del suo battaglione, ivi compresi 14 ufficiali, 5 civili e tre guide indiane. Ma, purtroppo, quella collina, se lo riparava, non gli permetteva di vedere il fiume e, quindi, l’immensa distesa di tepee del campo indiano. Custer, quando si rese conto del doppio errore commesso ( aver sottovalutato il nemico e l’aver diviso le sue forze ), affidò al trombettiere Martin, un italiano di nome Giovanni Martini, che fu l’unico a salvarsi, un messaggio a Benteen perchè corresse in suo aiuto, ma era troppo tardi. Accerchiato, il 7° Cavalleria e il suo comandante furono travolti da migliaia di guerrieri guidati da uno scatenato Cavallo Pazzo. In venti minuti la battaglia era finita e Custer ucciso (Toro Seduto disse che rideva mentre, sparando, cadeva colpito mortalmente da due pallottole) come tutti i suoi, tra i quali due fratelli del Generale, massacrati a piccoli gruppi o mentre, isolati, tentavano di fuggire. Anche se Sitting Bull aveva ordinato di non infierire sui nemici, molti corpi furono trovati sfigurati dalle ferite, mentre quello del Generale era intatto, seppur completamente nudo. Difficilmente riconoscibile nel corso della battaglia, dato che, partendo per una campagna militare, si era fatto accorciare notevolmente i suoi notissimi e biondi “Lunghi Capelli”( così lo chiamavano gli indiani ), sicuramente la sua elegante casacca di pelle di daino ricca di frange attirò l’attenzione dei guerrieri avidi non solo di sangue ma anche di bottino e permise di identificare il corpo esanime dell’odiato cacciatore di indiani che, in segno di massimo dispregio, fu volutamente lasciato nudo su quella nuda terra impregnata del suo sangue, una terra che Sioux e Cheyenne rivendicavano come loro inviolabile proprietà, perchè era quella dei loro avi.
 
Luglio 1973, Billings.
 
Quando ier sera entrai in albergo con Anna e Nicoletta, l’uomo della Reception mi chiese: “Perchè sei venuto quì?”. Risposi: “Perchè voglio andare a Little Bighorn”. A questo punto l’uomo della Reception, guardandomi fisso negli occhi, aggiunse: “ Stai attento, perchè tutti quelli che abitano quì sono montanari pericolosi, anzi, in verità, sono dei potenziali assassini!”. A dispetto di una accoglienza così bizzarra, noleggiata un’auto abbiamo appena lasciato, perplessi ma sereni, la piccola Capitale del Montana e imbocchiamo la statale 87/212, diretti a est. Percorrendo le 47 miglia che ci separano da Hardin ci inoltriamo sempre più in una zona di vastissime praterie rese leggermente ondulate da dolci colline verdeggianti, un secolo fa pascolo di immensi branchi di bisonti, cacciati a primavera dai guerrieri di tre “Nazioni” indiane, Sioux, Cheyenne e Crow, fieri popoli nomadi che da sempre avevano abitato questi luoghi, oggi come allora compresi nella vastissima Crow Indian Reservation. Dopo Hardin la 87 piega decisamente a sud e, seguendo il corso del Little Bighorn, conduce in 15 miglia alla Crow Agency, dove siamo diretti. Siamo soli su questa via bordata di verde e sovrastata da un cielo infinito come l’orizzonte nel quale, dovunque si guardi, i nostri occhi si perdono, circondandoci con una visione quasi astratta. Su un lato della strada, ben segnalata, è la ridotta di pali e frasche nella quale si rifugiò il capitano Reno dopo il suo breve scontro con gli indiani. Quì sostiamo non a lungo perchè, ormai entrati nell’atmosfera rievocativa della battaglia, raggiungiamo rapidamente la Crow Agency, sulla quale sventola la bandiera a stelle e strisce. Accanto alle poche e semplici case è un piccolo cimitero una intera sezione del quale raccoglie una ventina di croci di pietra nelle quali, sul bordo curvilineo, si ripete, incisa, la scritta “U.S. 7° Cavalry”, cui segue il nome del caduto. Cerco invano il cippo del Comandante finchè mi sovviene che, a un anno dalla morte, le spoglie di Custer furono riesumate e trasportate all’Accademia di West Point dove, da allora, riposano in un sepolcro degno del suo cadetto forse più celebre. Lasciamo la Crow Agency e ci incamminiamo nel verde verso il limpido luccichìo del piccolo ma impetuoso Little Bighorn. Presto incontriamo, seminascoste dall’erba alta, croci identiche a quelle del cimitero ma, spesso, senza il nome del caduto, segno che, quando fu trovato il 26 giugno 1876, non era evidentemente in condizioni tali da essere identificato. I cippi, se isolati, distano vari metri gli uni dagli altri, mentre, procedendo, ne troviamo anche a gruppi di quattro o più. Alziamo lo sguardo e vediamo, in colline molto lontane da noi, ancora croci che spuntano dall’erba a testimonianza che quel drappello di cavalleggeri o quel singolo soldato là aveva cercato, pur difendendosi disperatamente, di trovare una via di fuga dall’inferno. Una caratteristica del campo di battaglia di Little Bighorn è che ogni caduto è stato seppellito nel luogo esatto dove fu ucciso o dove comunque furono trovate le sue spoglie. Ciò fa sì che questa amena e verdissima vallata, così serenamente accattivante, sia in realtà un vastissimo cimitero senza confini, a testimonianza del caotico intrecciarsi di violenza selvaggia e morte annunciata e perseguita nello scontro fatale che vide il trionfo di Toro Seduto e Cavallo Pazzo e la sconfitta e la morte di George Armstrong Custer, “Lunghi Capelli”, divenuto un mito del selvaggio West come lo erano, e lo sono, i suoi due antagonisti indiani. Tornati alla Crow Agency acquisto per pochi spiccioli la copia del “ Tribune Extra”, il quotidiano di Bismark, capitale del Nord Dakota, che, in data 6 luglio 1876, ha come titolo a tutta pagina: “First Account of the Custer Massacre”e due colonne con l’intiero elenco dei caduti. Non possiamo lasciare questi luoghi senza visitare il vicinissimo campo dove ancor oggi vivono i Crow, in quelle lontane vicende fedeli collaboratori di Custer ma che, da quella loro disponibilità, non hanno tratto alcun vantaggio, dato che, come tutte le comunità indiane delle Riserve, anch’essi conducono una vita di miseria ed emarginazione. Ci aggiriamo tra i tepee svettanti contro il cielo senza incontrare nessun abitante e decidiamo quindi di tornare sui nostri passi per attardarci ancora, per qualche minuto, in silenzio, nel piccolo cimitero che raccoglie parte di coloro che parteciparono alla battaglia di Little Bighorn, prima di riprendere la via diretti, in Wyoming, allo spettacolare Yellowstone National Park.