B  O  L  I  V  I  A


                                                                        di Aurelio Valentini  e
                                                                        Rosalba Luppola
                                                aureliovalentini@hotmail.com

La Bolivia si può considerare il Tibet del continente americano sia per l’altezza delle sue montagne che per l’isolamento del paese racchiuso, non avendo sbocco a mare, tra la Cordigliera Andina ad ovest ed il bacino amazzonico ad est. Ha una superficie di quasi 1.100.000 kmq ( pari a circa 3 volte e mezza l’Italia) ed una popolazione di circa 8.000.000 di abitanti.
Entrati in Bolivia dall’Argentina si è avvertita subito una netta differenza  come se si fosse usciti da un paese europeo ed entrati in uno  del 3°mondo; a cominciare dalla popolazione con caratteri somatici prevalentemente indios. L’abbigliamento femminile è molto particolare con una gonna molto corta e pieghettata, pollera, che ha un ondeggiamento strano con l’incedere della persona. Il corpetto di lana , chompa, è molto variopinto e sul capo trova posto un curioso cappello di foggia maschile.
Le strade sono tutte sterrate ed in pessimo stato, ma con la particolarità che bisogna comunque pagare continui pedaggi sia statali che comunali.. Somme di modestissimo valore, intendiamoci, ma che è bene corrispondere facendo molta attenzione a non passare oltre  tutta una serie di casupole fatiscenti ove trovano posto  gli esattori.
Il paese è estremamente povero e lo si vede dalla mancanza di veicoli privati in circolazione; dalle condizioni della gente e dalle case che abitano. E pensare che per le ricchezze del sottosuolo è uno dei più ricchi dell’area.
 Non so se si è seguita ultimamente la sommossa che ha fatto fuggire negli Stati Uniti l’ultimo Presidente a causa della vendita, o meglio della svendita, del gas naturale boliviano a tutti i paesi confinanti invece che sfruttarlo per lo sviluppo del paese produttore. L’elemento scatenante che ha dato origine ai disordini è stato il conoscere che una delle destinazioni del gas era verso il Cile,  nemico storico specie dopo”la guerra del Pacifico” avvenuta nel 1800 che è finita con l’annessione al Cile di tutti i  territori boliviani sulla costa.   In questi giorni, addirittura con la mediazione del Vaticano, si sta tentando di far riavere uno sbocco a mare alla Bolivia.
Oggi le merci arrivano via fiume dall’Oceano Atlantico con la risalita, da parte delle chiatte, del Rio delle Amazzoni e sue diramazioni.
Anche perché via terra il trasporto merci è quasi impossibile in quanto è un continuo saliscendi su tornanti pericolosi, specie con le piogge, da 4.000 m a fondo valle per poi risalire subito dopo. Non ci sono ponti né gallerie e  si guadano continuamente fiumi o si aspetta il momento migliore per guadarli.
Lette queste poche righe uno si potrebbe chiedere perché andare in Bolivia? Cercherò di spiegarlo  con la rappresentazione di  momenti emblematici del viaggio.



SICUREZZA
Pur avendo sopportato a Sucre, splendida città coloniale a 2.800 slm, un furto in 2 dei nostri veicoli, la Bolivia viene considerato, a ragione,  uno dei paesi più sicuri dell’America Latina. Viene definito muy tranquillo. I reati gravi sono molto rari. Si incontrano perlopiù piccoli contrattempi con gli esattori dei pedaggi che cercano di personalizzare un po’ troppo l’esazione o con poliziotti troppo “ interessati”. Di contro tanta disponibilità ed amicizia dalla gente.
 


MAL DI MONTAGNA o  SOROCHE
Bacino amazzonico a parte, la maggior parte della popolazione vive sopra i 3.000 metri di altezza con punte oltre i 5.000. L’ebollizione dell’acqua non avviene a 100°, ma intorno agli 85/88°.
Anche il corpo umano fatica ad acclimatarsi. E’ sconsigliabile iniziare un tour in automobile subito dopo essere arrivati in aereo. Gli alberghi sono attrezzati con bombole di ossigeno. Salire di quota per gradi invece non ti salva del tutto dal soroche ma riduce di molto rischi più gravi.
Comunque al di là della più fornita scorta di medicinali, di sintesi chimica, al seguito, il vero antidoto, mutuato dai locali, è il mate di coca ( infuso caldo di foglie di coca), oppure masticare direttamente le foglie di coca in bocca : di sgradevole sapore ma di indiscussa efficacia.
Del resto Mama Coca è onorata come figlia di Pachamama, madre terra, e la coca è considerata un dono concesso agli esseri umani per scacciare le forze del male dalle case e dai campi.
Purtroppo si tende a criminalizzare un prodotto della terra con l’uso distorto che si fa dello stesso. Ed ai poveri campesinos è stata vietata o ridotta drasticamente la coltivazione della pianta di coca incentivandoli a sostituirla con altri prodotti “ graditi “ ai paesi occidentali. E’ così accaduto che alla difficoltà di produrre, a quelle altitudini,  le coltivazioni “ consigliate” si è aggiunta  la difficile assimilazione delle stesse rispetto alle proprie abitudini secolari; oltre all’impossibilità del trasporto dei prodotti sia per la morfologia del terreno che per la carenza di mezzi di trasporto.
Durante il viaggio non ho visto Boliviani drogati, ma tanti Boliviani poverissimi.
 
 
SENTIERI  INCAS
I più bei percorsi  sulle Ande Boliviane ricalcano le strade costruite dagli Incas.
Sono ancora oggi considerate opere di alta ingegneria  che collegavano località lontanissime tra di loro, con un tracciato a volte veloce e lastricato, a volte a gradini di roccia per superare dislivelli notevoli. I fiumi venivano passati con lunghi ponti sospesi costruiti con fibre ritorte di una pianta simile al cactus. Gli Incas non conoscevano l’uso della ruota, pertanto tali strade erano percorse solo a piedi con un sistema di staffette molto veloci che garantivano le comunicazioni in tempi brevi.

Ma questi percorsi sono stati purtroppo una delle  cause della loro rovina, in quanto sono stati usati dai Conquistadores spagnoli per penetrare verso l’interno dalla costa e così distruggere o ridurre in schiavitù le popolazioni.
 
 
 
 
CAMELIDI ANDINI
Sono 4 i superstiti : il Lama, il Guanaco, l’Alpaca e la Vigogna.
Sono tutti commestibili e la loro pelle o lana ha sempre avuto grande importanza non solo a quelle latitudini.
Il lama e l’alpaca sono allevabili in cattività, ma mentre il primo è considerato animale “ da soma” e con una pelliccia meno pregiata; il secondo invece, l’alpaca, ha bisogno di pascoli verdi per produrre la sua lana pregiatissima. Il guanaco vive soprattutto nella Patagonia argentina
piuttosto che sulle Ande, mentre la Vigogna vive oltre i 4.000 metri, in piccoli gruppi difficilmente avvistabili. Gli Inca  li proteggevano con apposite leggi. Ma con l’avvento degli Spagnoli vi fu una caccia scellerata che portò, ad esempio,  la vigogna al rischio di estinzione : si passò dai 2.000.000 di esemplari a circa 10.000. Solo negli ultimi anni con apposite leggi protettive il numero sta aumentando.
Nel viaggio ho avuto modo di incontrarli e fotografarli tutti  con mio sommo piacere.
 
 
 
 
IMPRONTE DI DINOSAURI

Nelle vicinanze di Sucre, all’interno di una cava di cemento tutt’ora in funzione,  si trovano centinaia di impronte di Tirannosauri come di altri Dinosauri, sia carnivori che erbivori ( lo si distingue dal tipo di impronta : ungulata i primi o circolare tipo elefante i secondi),  risalenti a 60 milioni di anni fa.
La particolarità è data dal fatto che le impronte, a suo tempo impresse orizzontalmente sul terreno acquitrinoso, oggi appaiono verticalmente sulla parete della montagna.  Questo è dovuto all’innalzamento successivo delle Ande. Si possono così rimirare nel loro insieme come in un grande schermo.
 
 
 
 
POTOSI’                          
 
Non so se al lettore questo nome dica oggi qualcosa, ma stiamo parlando di una città a suo tempo molto importante anche per l’Europa del 1660 e 1700.
E’ la più alta città del mondo con i suoi 4.070 metri di altezza, fondata in prossimità del Cerro Rico, una montagna che la sovrasta. Montagna che era letteralmente ripiena di argento, tanto che dalle sue vene ne è stato estratto  talmente tanto da finanziare la Corona di Spagna per quasi 3 secoli. E come spesso succede tutti ne trassero giovamento, finanche i pirati di tutte le nazionalità che depredavano i galeoni spagnoli, ma non certo gli indigeni boliviani.
Anzi le leggi spagnole dell’epoca al motto “ scendi e scava” costrinsero migliaia di schiavi indios a lavorare in miniera, dcon grave rischio della vita sia per gli  incidenti che per la silicosi polmonare. Morirono talmente tanti indigeni che la Monarchia Spagnola si vide “ costretta” ad importare milioni di schiavi africani molto più robusti. Con la Ley della mita del 1572 fu prescritto che tutti gli indios e gli schiavi africani con età superiore ai 18 anni dovevano lavorare in miniera 12 ore al giorno alternandosi, per un periodo di 4 mesi consecutivi. Quelli che resistevano dopo tale periodo erano destinati alle fonderie ove era previsto, per la fusione, l’uso del mercurio. Nei 3 secoli di dominio coloniale, dal 1545 al 1825, si calcola che nelle miniere di Potosì siano morti circa 8 milioni di persone.
 In quel periodo la città crebbe talmente da raggiungere i 200.000 abitanti trasformandosi in una delle città , a quel tempo, più popolose del mondo. Furono costruite più di 80 chiese oltre a palazzi signorili ed addirittura una zecca. Ma l’argento finì e tutto fu travolto nell’oblio e nella povertà che ne conseguì. Solo ultimamente alcune cooperative di minatori riescono a sopravvivere estraendo lo stagno.
Certo visitandola oggi, al di là della immagine polverosa, si ammira ancora ciò che rimane di quella che è stata una importante città coloniale ricca, come detto, di chiese, palazzi ed architetture barocche.
 
 
MISSIONI GESUITICHE
 
Parlando di schiavitù non si può non accennare a cosa è stato e cosa ha prodotto l’incontro dei Gesuiti con gli indios amazzonici. Il grande pubblico probabilmente è venuto a conoscenza del problema vedendo il film “ Mission “.
In sintesi la Compagnia di Gesù, inserendosi tra gli Spagnoli, che praticavano l’encomiendas, ed i Portoghesi che praticavano la schiavitù, penetrò nella foresta amazzonica, fondando missioni. L’encomiendas  era una legge spagnola che prevedeva che gli indios dovevano lavorare per i Conquistadores ricevendo in cambio il solo insegnamento della lingua spagnola e della religione cattolica, oltre che il cibo.
Ogni missione divenne una esperienza di vita comunitaria regolata secondo il criterio della gerarchia. A ciascuna di queste missioni, reducciones, veniva assegnata una unità militare che provvedeva alla difesa contro incursioni soprattutto dei Portoghesi attratti da una così alta concentrazione di potenziali schiavi. La vita all’interno delle reducciones era amministrata congiuntamente da 2 o 3 gesuiti e da un consiglio di 8 indigeni rappresentanti di specifiche tribù, che si riunivano ogni giorno per controllare ed indirizzare la vita comunitaria. I gesuiti non imposero brutalmente i loro dettami, ma furono saggi nell’ascoltare i consigli degli indigeni riuscendo così ad adattarsi ed a sopravvivere al difficile ambiente tropicale.
Oltre all’avventura economica e religiosa, scambio di traffici tra missioni ed indottrinamento religioso, i gesuiti promossero attività culturali e di lavoro facendo diventare artigiani provetti, nella lavorazione dei tessuti, del legno e dell’argento, dei Semi Nomadi dediti, fino ad allora,  alla caccia ed alla raccolta di semi e frutti.
Questi eccelsero, soprattutto,  nella costruzione di chiese e di strumenti musicali. Ciascuna missione aveva una sua orchestra che eseguiva brani musicali classici europei. Ancora oggi si può essere testimoni di tali concerti.
 Ma la potenza, anche militare, dei gesuiti dava fastidio sia alle monarchie europee che ai colonizzatori, e quando in Europa ci fu la unificazione del regno portoghese con quello spagnolo, Carlo III nel 1768 sciolse le missioni ed espulse tutti i gesuiti dal Sud America.
 Finiva in questo modo una esperienza unica durata 150 anni che aveva sperimentato una regolamentazione di vita sociale pacifica a tutt’oggi  insuperata. in quella  parte del globo.
Le missioni furono difese dai gesuiti anche  con le armi, ma nulla poterono.
Degli indigeni molti morirono, molti furono fatti schiavi e molti si rifugiarono nella foresta più profonda.
Oggi rimangono i resti più o meno ben conservati delle chiese e dei fabbricati annessi. In Bolivia però, a differenza di quelle in Brasile ed Argentina o Paraguay che sono in muratura, le chiese sono tutte in legno, sia all’interno che all’esterno, ed appaiono bellissime. 
 
 
 
SALARES
 
Finisco queste mie impressioni parlando di quello che è stato il motivo principale del mio viaggio in Bolivia : il deserto di sale. Con il mio 4x4 ho praticamente attraversato tutti o quasi i deserti sabbiosi o pietrosi del mondo, ma mi mancava il deserto di sale. E quello boliviano, el salar de Uyuni, è qualcosa di unico ed insuperato. Se poi il tutto è abbinato alla pista delle lagune colorade allora si è raggiunto il top del viaggio d’avventura, a mio modesto parere.
 Ma andiamo con ordine.
Il salar di Uyuni ha una estensione di 12.106 kmq; si calcola che contenga almeno 10 miliardi di tonnellate di sale. Attualmente ne vengono estratte, in un anno, circa 20.000 tonnellate, che, opportunamente iodizzato, viene poi commercializzato.
Il salar si percorre in lungo ed in largo per centinaia di km, dando al viaggiatore una sensazione unica. Sembra di essere in un mare, tanto  che anche la terminologia dei luoghi è marinara.Ad esempio al centro del salar vi sono diverse isole, isla del pescado, isla Inca Huasi, che, nonostante siano circondate da tanto sale, sono ricoperte da cactus e ci vive una specie di roditore. Sulle rive di queste isole si trovano frammenti di corallo, segno che questo territorio una volta era completamente ricoperto dalle acque.
Dimenticavo di dirvi che il tutto si trova a quasi 4.000 metri di altezza in una zona poco abitata, senza alberi, ma con cieli limpidi che più azzurri non si può. Nel salar si trova una locanda costruita con mattoni di sale, così come le sedie, i tavoli ed i letti. Una sera ci abbiamo mangiato e pur, nella totale assenza di  umidità, abbiamo avvertito un freddo cane.
 Il clima qui merita un discorso a parte in quanto mentre di giorno si raggiungevano i 15°, di notte la temperatura scendeva anche a -17°. Le nostre Webasto, per fortuna, hanno funzionato egregiamente.
 Non altrettanto le batterie delle macchine. Tanto è vero che la sera si orientavano i daily verso levante in modo che la mattina, alzandone i cofani, si aspettava che il motore venisse scaldato dal sole.
Una menzione ritengo sia dovuta al nostro compagno di viaggio Giuseppe, di 78 anni, che viaggiava con la sua Toyota e tenda Maggiolina sul tetto. Ha sempre dormito nella sua tenda, anche a -17° senza sentire i nostri inviti ad approfittare della comodità del  camper. Sia lui che la macchina non hanno mai avuto né creato problemi a chicchessia.
Il piano del salar non è liscio ma, come vedete dalle foto, è sagomato in figure poligonali, soprattutto esagonali, ove il perimetro è delineato da un bordo rialzato di sale.
Il salar è circondato da tutta una serie di vulcani in attività che sbuffano e che rendono il panorama appagante per la vista come poche altre cose al mondo.
Certo non è stato semplice arrivarci sia a livello fuoristradistico che organizzativo.
Le piste erano e sono durissime e mettono a dura prova le parti meccaniche dei mezzi ed alcune parti del corpo  dei viaggiatori. Bisogna avere scorte sufficienti di viveri e carburante in quanto per centinaia di km non si trova nulla. Scorte di filtri gasolio per il congelamento dello stesso, nonostante gli additivi  usati.
 E’ successo che al paesino di Uyuni all’improvviso mi si è fermato il mezzo senza che si riavviasse più. Sono andato da Pascual, l’unico meccanico, che  ha creduto bene di rimandare l’intervento al mattino successivo visto che ormai erano le cinco de la tarde.. Ci ha lavorato tutto il giorno dopo smontando  l’alternatore, aprendolo e lubrificandolo. Ma il daily non si riaccendeva. Telefonate continue in Italia con il satellitare, ma non se ne veniva a capo.
 Ma ecco che vedo all’improvviso Pascual cominciare a darsi colpi in testa ed a sorridere nonostante la sua discrezione e riservatezza. Praticamente, per gli scossoni sopportati, si era solo tranciato il negativo della batteria a massa. Meno male.
 Comunque una giornata di lavoro che alla fine mi è costata l’equivalente di 12 euro.
 

LAGUNE COLORATE

Dovendo uscire dalla Bolivia verso il Cile abbiamo optato per la pista delle lagune colorade.
 Pista durissima, piena di buche e massi con molta calamina ( tole ondulè ) che hanno messo a dura prova le macchine. Di contro abbiamo attraversato paesaggi incredibili nella loro bellezza : alberi di pietra, molti vulcani attivi e multicolori  vallate, salite improvvise, lagune di diverso colore, l’azzurra, la colorada, la verde ecc.. Il colore è dato dai minerali fuoriusciti con le colate dai vulcani circostanti.
 Ma la meraviglia è stato trovare a queste altitudini, oltre i 4.000 metri,  fenicotteri rosa con bordature nere. Ero convinto che fossero uccelli da climi caldi avendoli trovati a migliaia in Kenya e Tanzania ai laghi Nakuru e Bogoria.
In Bolivia vengono anche chiamati fenicotteri di ghiaccio perché, si dice, che date le bassissime temperature notturne, anche -20°, possano con le loro zampe rimanere intrappolati nel ghiaccio.


Scenari favolosi difficili da raccontare ma solo da vedere, magari  attraverso le foto in apposite riunioni.
Dopo aver sbrigato le formalità di frontiera in un ufficio situato all’interno di una miniera  a 5.100 metri slm, scendiamo verso la laguna verde che si trova al confine del Cile ed è sormontata dal vulcano Licancabur alto 5.960 metri, dopo aver seguito a distanza un gruppo di vigogne che ci precedeva lungo la pista.



CONCLUSIONI
Abbiamo percorso in Bolivia circa 3.500 km, trovando un paese povero, ma dignitoso. Ultimo paradiso non ancora contaminato dal turismo di massa, che, a parte il mare, propone montagne tra le più alte del mondo, vallate fertili, altopiani desertici, lagune, vulcani, fiumi e foreste amazzoniche, salares, animali. Così come arte precolombiana, coloniale, religiosa. Insomma un vero eden per il turista un po’ avventuroso. Paese che una volta conosciuto si lascia malvolentieri.