Borseggio a Shangai
di Renato Ganeo
Certo che viaggiando me ne sono capitate di cose: belle, meno belle e decisamente brutte. Un bravo viaggiatore deve mettere in conto anche queste ultime. Riassumendo: ho perso tre-quattro valigie (mai ritrovate), mi hanno svuotato la camera d’albergo, mi hanno picchiato e rapinato (sotto gli occhi di mia moglie e mia figlia), ma non ero mai stato borseggiato, fino a poco meno di un anno fa. Mancava alle esperienze e dunque è accaduto. Ve lo racconto, non si sa mai, potrebbe servirvi, magari come consolazione se è successo anche a voi. Era un novembre particolarmente caldo per Shanghai e io, finiti gli impegni della giornata, mi accingevo a quel piccolo shopping che è si fare acquisti, ma anche “capire” una città. C’è molto da vedere in una metropoli che accoglie più di 15 milioni di persone. Gironzolare a piedi è uno dei metodi migliori per approfondirne la conoscenza. Pantaloni leggeri, camicia con le maniche corte, scarpe da tennis, marsupio allacciato in vita e mappa della città nella mano sinistra (la destra invece, appoggiata sul marsupio). Avevo tempo, i negozi in Cina chiudono a orari per noi inimmaginabili. La strada simbolo dello shopping è Nanjing Road, un’arteria lunga non so quanti chilometri, con una miriade di negozi da entrambi i lati, dalle piccole botteghe con il proprietario che porta ancora il codino, ai department store con le commesse in minigonna e la cresta punk blu o arancione. Si trovano le marche di tutto, dagli originali (pochi) alle copie taroccate (tantissime) e i prezzi non sono sempre così bassi come si potrebbe immaginare; i prodotti migliori comunque si trovano nei negozi più moderni, con prezzo esposto ed etichetta con codice a barre. Qui è normale pagare con carta di credito, per questo giravo con poco contante. Avevo già un paio di grosse borse di carta, piene di regali e regalini, che mi impegnavano entrambe le mani (quindi la destra non stava più appoggiata sul marsupio) e sul lato sinistro della strada vidi una bellissima insegna “Italian coffee corner” (l’angolo del caffè italiano): la sosta ideale. Mi fermai un secondo, per mettere a fuoco il nome della famosissima marca italiana di caffè e percepii una specie di carezza al fianco. Mi girai, non c’era nessuno, forse era stata un’impressione. Attraversai la strada e mi accomodai a un tavolino all’esterno del bar. Alla parete era appeso un grande cartello con la scritta “Beware of pickpockets” (attenti ai borseggiatori). La mano corse istintivamente al marsupio, la cerniera era aperta, il portafogli non c’era più. Respirazione ferma, sensazione di freddo e caldo, ma con lucidità tirai fuori dal fondo del marsupio la penna e un pezzetto di carta e cominciai a scrivere quello che tenevo nel portafogli, ma soprattutto quello che avevo lasciato nella cassaforte in camera d’albergo. Per una vecchia e collaudata abitudine, nella cassaforte lascio sempre le cose più importanti, ecco l’elenco: biglietto aereo, passaporto, una carta di credito (ne ho due), banconote di grosso taglio, chiavi della macchina (lasciata al parcheggio dell’aeroporto) e chiavi di casa. La respirazione cominciò a farsi normale, l’indomani avrei potuto tornare a casa senza problemi. Ma allora, che cosa mi avevano rubato? La lista si rivelò lunga: carta d’identità, patente, tessera professionale, tessera sanitaria, Bancomat, seconda carta di credito, tessere varie di compagnie aeree e club di cui sono socio, una cinquantina di dollari circa. Nulla di irreparabile, ma già immaginai quante carte e quanti uffici mi attendevano al rientro per la sostituzione di quanto non avevo più. Mi era stato sfilato solo il portafogli, la macchina fotografica e il cellulare erano in tasche secondarie, telefonai dunque a mia moglie per informarla dell’accaduto, preavvisandola di una e-mail che avrei mandato alla banca per bloccare il bancomat e la carta di credito. Mia moglie, ricordando l’episodio al quale ho sopra accennato (accaduto a Rio de Janeiro anni prima) mi chiese preoccupata: “ti hanno picchiato?”. Intimamente apprezzai la tenera preoccupazione, fortunatamente priva di fondamento. Tentai un approccio con un poliziotto lì vicino, ma non conosceva una parola di inglese, chiesi al ragazzo del bar se c’era nei dintorni un posto di polizia, ma subito dopo pensai che la prima cosa che mi sarebbe stata chiesta era il passaporto, che non avevo con me. Decisi che era meglio lasciar perdere, fermai un taxi e ritornai in albergo. Dopo avere verificato che nella cassaforte ci fosse per davvero quello che ricordavo, inviai una e-mail alla banca per far bloccare carta di credito e bancomat, poi chiesi del direttore dell’albergo e gli raccontai l’accaduto, per avere un suo parere o consiglio. Mi ascoltò con attenzione, poi mi chiese: “ma ce l’ha davvero in cassaforte una seconda carta di credito?”, alla mia risposta affermativa mi disse: “Bene, allora sia così cortese di saldare il conto, adesso, compresa la notte prossima (che sarebbe stata l’ultima), se poi domattina ci sarà qualche piccolo extra, il frigobar o simili, lo potrà pagare anche per contanti”. Messaggio chiaro e senza repliche. Il viaggio di ritorno fu tranquillo e senza sorprese e il giorno dopo iniziai il mio giro partendo dalla stazione dei Carabinieri. Fu una cosa veloce, anche lì fanno tutto con il computer, riempiendo un modulo predisposto. In possesso della denuncia originale feci un pacco di fotocopie e via a distribuirle: alla banca, all’Ussl, all’ordine dei giornalisti, al comune, all’agenzia di pratiche automobilistiche, alle compagnie aeree, insomma a tutti coloro ai quali andavo a chiedere un duplicato di qualcosa. Servirono alcune marche da bollo, qualche bollettino di versamento e….tanta pazienza, ma tutto sommato avevo immaginato peggio. La patente è stata quella che ci ha messo più tempo di tutti ad arrivare, ma i Carabinieri mi avevano rilasciato una dichiarazione sostitutiva e non ebbi problemi. Può succedere a chiunque di venire borseggiato, ma il fatto che sia accaduto a Shanghai è stata una buona scusa per scrivere questa breve nota su una terra lontana. Se mi fosse successo a Gallarate, penso che non ci avrei pensato proprio.