BOTSWANA: KALAHARI E OLTRE
di Aldo Biraghi
Interminati spazi, silenzi assoluti, la solitudine e l’immersione nella natura, la ricerca e il contatto con gli animali. Queste le sensazioni che rimangono nel cuore dopo l’attraversamento dei grandi parchi aridi del Botswana centro-meridionale.

Attraversato per la prima volta da David Livingstone nel 1849, nel secolo d’oro delle grandi esplorazioni africane, il Kalahari rappresenta una delle più vaste aree aride e disabitate del mondo, anche se solo una parte del suo territorio ha dune sabbiose ed è priva di vegetazione. La gran parte della sua area è costituita da savana arida e bush che accolgono al loro interno, creando indicibili paesaggi, i grandi pianori del fondo dei laghi salati, chiamati pan, piccole e grandi aree ciclicamente allagate nella stagione delle piogge e perfettamente secche nell’inverno australe. Il Kalahari era solo una delle grandi aree protette che ci eravamo ripromessi di attraversare partendo per questo viaggio, che ha richiesto una preparazione accurata e una attenta valutazione di tutte le incognite e rischi che il percorso poteva presentare. Molte le cose che occorre assolutamente programmare per un viaggio del genere: occorre una assoluta indipendenza alimentare (cibo e acqua potabile), acqua per cucinare e lavarsi, benzina. Il tutto deve essere calcolato accuratamente tenendo conto che, su certi percorsi, per 2/3 giorni può capitare di non incontrare nessuno e non poter fare alcun rifornimento. Indispensabile un Gps (sulla cartina del Botswana ci sono indicate le coordinate di numerosissimi punti significativi), può essere utile anche una bussola. La sicurezza del viaggio si potrebbe incrementare significativamente avendo un telefono satellitare, visto che si può restare anche più giorni consecutivi senza trovare telefoni e senza alcuna copertura per il cellulare.

In partenza da Johannesburg, a bordo di due fuoristrada, in sette ci siamo mossi in direzione nord per entrare in Botswana appena a sud della capitale Gaborone, a Pioneer Gate. Coscienti di essere fuori dai circuiti tradizionali del turismo, in questo periodo orientati ai grandi parchi umidi dell’Okavango e del Chobe, ci siamo mossi per attraversare  i grandi pan e i bush che costituiscono la morfologia dominante del paesaggio botswano, in un percorso che, in senso antiorario, ha attraversato sei parchi e riserve, ciascuna con una sua originalità e capace di regalarci paesaggi mozzafiato e imprevisti incontri.

Sorprendente la prima tappa, alla riserva privata Khama Rhino Sanctuary, appena a nord di Serowe, che ci ha permesso, appena entrati, un incontro ravvicinato all’imbrunire con una coppia di grandi rinoceronti bianchi, che brucavano indifferenti, a pochi metri da noi.

Da qui puntando verso nord si arriva in poche ore alla grande area dei Makgadikgadi Pans, uno dei più vasti comprensori di distese saline del paese, dove per centinaia di chilometri si alternano piatti laghi salati (secchi) e prati gialli, boscaglia africana, savana e rare acace, imponenti e solitarie a punteggiare l’orizzonte. Il pan offre uno spettacolo affascinante e assolutamente unico che ferma spesso la corsa delle nostre auto e ci obbliga a guardarci intorno e fare fotografie: il paesaggio assolato e un po’ lunare non ha eguali. Qui, il primo giorno di questa magnifica esperienza, all’interno del Sua Pan arriviamo a Kubu Island, grande isolotto granitico costellato di giganteschi baobab, che si staglia sopra a un bianco e piatto orizzonte salino che lo circonda a 360°, assolutamente magico. Nel tardo pomeriggio partiamo a piedi per un’escursione sull’isola, godendoci tutte le sfumature di colore offerteci dal tramonto africano. La mattina successiva attraversiamo tutto il Ntwetwe Pan per ca. 80 km nel nulla, in un paesaggio mutevole e colorato, impressionante, che ci accompagna senza soluzione di continuità. Stupisce sempre trovare, anche quando si è a 60 km dalla più vicina cittadina, lontano da strade e mezzi di comunicazione, una piccola capanna recintata, dove un contadino, solo con la sua famiglia, conduce la sua vita serenamente, parla inglese, è cordiale con i turisti.

Entriamo ora nella parte più settentrionale del nostro giro: nel parco nazionale Nxai Pan, dove ci scontriamo anche con le prime insidiose piste sabbiose. Il primo giorno siamo subito gratificati da un bellissimo incontro al tramonto, all’unica pozza d’acqua del parco, con tre grandi elefanti maschi che a turno, seguendo un loro preciso rituale, hanno bevuto e si sono fatte le loro usuali abluzioni.

Il giorno dopo andiamo verso i Baines’ Baobab, imponente gruppo di baobab isolati in mezzo al pan, immortalati nel 1862 da Thomas Baines, artista e avventuriero al seguito delle spedizioni di Livingstone. Un posto assolutamente da non mancare: sembra che dopo 150 anni nulla sia cambiato. Uscendo dal pan di Baines’ Baobab, nella solita pista sabbiosa, un fuoristrada brucia la frizione e si pianta in mezzo alla pista: niente da fare, da lì non si muove più. Solo grazie alla collaborazione di una jeep di passaggio riusciamo a spostare la macchina fuori dalla pista e a raggiungere fortunosamente la strada asfaltata. Lì, salendo in sette su una vettura, riusciamo a guadagnare l’ingresso del vicino Makgadikgadi Pans Game Riserve dove il ranger, compresa la nostra situazione, ci concede di piantare le tende vicino al gate, dove ci sono i servizi. Questa fermata forzosa di oltre due giorni, in attesa dell’auto sostitutiva, ci comprometterà il resto del viaggio che dovrà essere riprogrammato.

Senza perderci d’animo il giorno successivo percorriamo i ca. 50 km di pista sabbiosa verso Khumaga, ai bordi del fiume Boteti (ora in secca) dove, nelle numerose pozze, scopriamo un vasto campionario di animali: zebre e gnù, orici e impala, kudu e numerose altre gazzelle, fino a un cospicuo gruppo di enormi ippopotami sdraiati al sole a fianco della pozza: giornata remunerativa, anche se mancano sempre i grandi felini. Gli struzzi in compenso sono sempre numerosi e ci accompagneranno per tutto il viaggio, anche a fianco delle strade asfaltate.

Avuta finalmente l’auto sostitutiva si parte per Rakops, ultima cittadina prima di entrare nel Central Kalahari Game Riserve. Qui si controllano tutte le riserve necessarie: taniche di acqua (nel parco non ce n’è) e di benzina, acqua e viveri. Al mattino successivo si parte di buon’ora, direzione Mangana Gate a ca. 45 km. Appena fuori dalla cittadina, siamo già immersi integralmente nell’ambiente del parco, il cui confine ufficiale comprende solo una piccolissima parte del deserto del Kalahari. Orici e giraffe subito, poi passato il gate si accompagneranno a struzzi, sciacalli, kudu, impala e una moltitudine di uccelli che non riconosciamo. Piazzate le tende a Deception Valley, nel cuore dl parco, ci muoviamo per un Game Drive di una cinquantina di chilometri fino al Leopard Pan: nonostante il nome, di leopardi neppure l’ombra ma in compenso tanti animali e un paesaggio mozzafiato. I grandi felini restano sempre assenti. Si torna alle tende all’imbrunire, grande fuoco e grigliata sotto alle stelle come ogni sera.

La magìa dell’Africa

Il paesaggio notturno è un evento particolare e un po’ magico in questi viaggi in parchi così disabitati. Dalla partenza da Rakops abbiamo percorso ca. 150 km e incrociato solo una jeep. Sappiamo che in un raggio di 50 km dalle nostre tende forse potrebbero esserci altre cinque o sei persone, sparpagliate chissà dove, vicino a una tenda. I rumori che arrivano a noi sono solamente mugolii e lontani flebili ruggiti, tutto assolutamente ovattato, qualche latrato. E’ il dominio della natura e, grazie al clima assolutamente secco, il cielo è di un nitore assolutamente indicibile con la via lattea in bell’evidenza e decine e decine di costellazioni che il nostro occhio di osservatori “boreali” non sa riconoscere. Di notte, ovviamente, non usciamo dalle tende. Le notti sono fredde, siamo nell’inverno australe, e un sacco a pelo caldo è indispensabile. All’alba, quando ci si alza, la temperatura è ancora molto fredda, anche se s’alza rapidamente con i primi raggi di sole.

L’indomani si parte per attraversare tutta la parte sud-ovest del nostro percorso, fino all’uscita di Xade, a ca. 180 km. In questo tratto il paesaggio è più desolato e monotono, sono finiti i pan e abbiamo davanti a noi interminabili distese di savana arida e bush in un susseguirsi di paesaggi costellati di rare acace e animali, quelli visti il giorno prima più manguste, bustards e molti altri uccelli. Gli ultimi 40 km sono in mezzo a un bush arido su una infida pista sabbiosa che mette a dura prova la tenuta nostra e delle jeep. Si piantano le tende nelle piazzole vicino all’uscita (qui ci sono anche le docce!). Racconti di viaggiatori parlano di leoni avvistati vicino alle tende, a questo gate, ma non è il nostro caso, anche oggi sono stati ben nascosti.

L’indomani mattina il ranger ci conferma quanto già sapevamo: la pista che ci porterà a Ghanzi è, per i primi 70 chilometri, sabbiosa e brutta come quella che abbiamo appena fatto. Ci armiamo di coraggio e partiamo. Qui la sabbia è tornata rossa, quasi color ruggine, e le tracce scavate nella pista sono profonde, ogni tanto il differenziale della nostra jeep tocca terra. Si può procedere solo con quattro ruote motrici e blocco differenziale, anche se a volte si teme il peggio.

A Ghanzi la mattina successiva riusciamo, con l’aiuto del gestore del villaggio dove alloggiamo, ad avere un assaggio della vita originale dei boscimani. Siamo guidati in un tour con una decina di individui, uomini, donne e bambini piccoli, che ci spiegano le risorse che il loro popolo ha sempre saputo utilizzare dalla natura circostante, che appare, viceversa, solo ostile. Anche se, nonostante il loro abbigliamento di sole pelli, non ci hanno convinti del fatto di essere boscimani ancora viventi allo stato brado, abbiamo assistito ad alcune performance assolutamente uniche, tra cui estrarre, da un tubero scavato in quel momento dalla sabbia più arida, una enorme quantità di liquido assolutamente bevibile.

Ora ci aspetta solo la visita al Mabuasehube Game Riserve, ultimo luogo attraversato nelle grandi solitudini, la parte più orientale del grande Kgalagadi Transfrontier Park, che comprende territori del Botswana e del Sudafrica. Con una tappa di avvicinamento sulla perfetta Trans Kalahari Highway ci portiamo a pernottare a Tshane, ultima cittadina dove si fa il pieno e si controllano nuovamente tutte le scorte: sappiamo che per tre giorni e diverse centinaia di chilometri dovremo essere assolutamente autosufficienti.

Per arrivare all’ingresso del parco ci sono ancora davanti a noi ca. 150 km di pista sabbiosa, a volte dura, di colori cangianti dal bianco al rosso ruggine. In tutto il percorso incontreremo solo un camion di operai (forse addetti alla manutenzione delle piste). Passato il gate ci spingiamo avanti ancora ca. 40 km fino al Mpaathutlwa Pan, al bordo del quale, su una magnifica terrazza naturale (attrezzata dall’ente parco) piazziamo le nostre tende. Sotto di noi, nel pan, c’è un grande via vai di animali: struzzi e gnù, orici, sciacalli, avvoltoi. L’intero mondo naturale si ritrova a passare di lì perché c’è una microscopica pozza d’acqua. Alla sera le nostre tende sono visitate da uno sciacallo. L’indomani mattina si parte per un tour di ca. 80 km attraverso i pan disseminati nella parte settentrionale del parco; il percorso è suggestivo, vario e con tutti i colori di cui è capace il bush africano. La nostra perseveranza infine viene premiata: prima avvistiamo due leonesse, all’ombra di un’acacia e dopo un’altra mezz’ora due ghepardi acquattati dietro a un cespuglio. Peccato che se ne stiano ben lontani dalla pista e quindi siano ben visibili solo con il binocolo.

Ritornati al campo scopriamo una intera colonia di scoiattoli sudafricani che viene a mangiare i pochi rifiuti di cibo che trova per terra. Basta dare qualche pezzo di mela e subito la colonia si moltiplica smisuratamente, fino ad arrivare a mangiare direttamente dalle nostre mani. Alla sera durante i festeggiamenti dell’ultima sera in savana, riceviamo due sciacalli che ormai senza alcuna paura vengono a mangiare il cibo che porgiamo loro a pochi metri dalle tende.

Il giorno successivo riguadagnamo l’uscita dal parco e dopo altri 100 km di pista sabbiosa, in cui incrociamo un solo gruppo di capanne sparpagliate nel bush, arriviamo sull’asfalto (finalmente). Da qui ci saranno ancora alcune centinaia di chilometri di asfalto per ritornare a Johannesburg. Il viaggio resta sicuramente nel cuore.