Una bottiglia di plastica
Dimentichiamo per un attimo questo stentato sole invernale che tenta, senza riuscirci, di penetrare un grigiore plumbeo ed uniforme: dimentichiamo l’aria gravida di gas e di polveri, il frastuono del traffico divenuto ormai così continuo e usuale da non essere più nemmeno avvertito, scordiamo gli impegni sempre pressanti, le preoccupazioni di giorno in giorno più incombenti. Siamo, un gruppetto di amici nel Mali, nell’inverno del 1978.
stupiti sulla sorprendente ed inconsueta architettura delle case di fango dai tetti di paglia riunite e addossate alla parete di roccia, con i loro granai che si riconoscono per la forma circolare e le aperture di accesso protette da incredibili ante scolpite con un’abilità ed una fantasia che colpiscono la nostra cittadina abitudine, talvolta indifferente, di passare da una mostra d’arte ad un’altra.
sedute su un muretto di sassi del colore caldo della falaise quasi a confondersi con lo sfondo, un gruppetto di tre persone compatte, strette, quasi statuette di un improbabile presepio, immagini di una reale maternità che non ha limiti né confini: una madre quasi bambina, un piccolo di pochi mesi fra le braccia ed uno un po’ più grandicello impaurito e aggrappato allo straccio che le cinge la vita. Le tre piccole figure nere sono lì, immobili, quasi dominate e schiacciate da quell’aria rovente. Non un gesto non una parola, solo uno sguardo, vivo e uguale negli occhi immobili della madre e dei bimbi. Cosa vogliono, cosa guardano quegli occhi grandi e attoniti che ci fissano e che possono voler dire tutto e non fare nessuna domanda e non rifiutare nulla? L’espressione quasi inconsapevole sembra una crudele domanda: perché? Perché questa assurda differenza di sorte, questa ingiustizia di un caso che decide per noi? Quegli sguardi ci immobilizzano e ci creano un disagio profondo. Nessuno di noi tenta una foto: tutti siamo come bloccati. Poi ci scuotiamo e riprendiamo la nostra solita attitudine per liberarci dalla nostra consapevolezza. Le labbra dei piccoli sono asciutte e tagliate dall’arsura: la bottiglia di plastica che tengo nelle mani sotto la violenza della luce solare si accende di una luce brillante e sembra un’enorme gemma preziosa. Mi accorgo che lì si fissa lo sguardo della madre. D’istinto porgo la bottiglia d’acqua alla donna che mi continua a guardare e senza un segno di accettazione, senza ringraziare la prende. Il piccolo protende le manine ed afferra la bottiglia, la porta alla bocca assetata bevendo come un animaletto; lo stesso fa il fratello. La madre non beve, ma la ripone come un tesoro tra le pieghe di quello straccio che non la copre né la ripara ed alza verso di me gli occhi con la stessa espressione di prima: perché? Non un gesto non una parola. Quella lucente, brillante, bottiglia di plastica è come un bagliore che illumina tutta la scena ed illumina anche il mio ricordo. Essa è il punto focale, il punto di contatto con quella donna, il mezzo unico di comunicare e di esprimere senza parole, senza gesti, se non quello del dare e di ricevere o, vorrei dire , nel mio caso, più di ricevere che di dare.
Silvana Beltrame