Una bottiglia di plastica


(Sulla falaise di Bandiagara)


Dimentichiamo per un attimo questo stentato sole invernale che tenta, senza riuscirci, di penetrare un grigiore plumbeo ed uniforme: dimentichiamo l’aria gravida di gas e di polveri, il frastuono del traffico divenuto ormai così continuo e usuale da non essere più nemmeno avvertito, scordiamo gli impegni sempre pressanti, le preoccupazioni di giorno in giorno più incombenti. Siamo, un gruppetto di amici nel Mali, nell’inverno del 1978.
Dopo un lungo percorso su uno sgangherato pulmino, ci siamo lasciati alle spalle uno straordinario rifugio a Sanga e camminiamo sotto un sole trionfante e bollente a metà costa lungo un erto sentiero che taglia la grande falaise ed unisce i villaggi dei Dogon aggrappati alle rocce. Hanno lo stesso colore e quasi si confondono con esse se le loro geometrie fatte di cubi e cilindri addossati gli uni agli altri non li facesse balzare dalla terra come strani grandi funghi. Davanti a noi uno dei villaggi del quale non ricordo il nome, Tireli o Amani o Banani o Neni , nomi da favola, che si susseguono uno all’altro come una nenia infantile.  I nostri occhi spalancati e stupiti sulla sorprendente ed inconsueta architettura delle case di fango dai tetti di paglia riunite e addossate alla parete di roccia, con i loro granai che si riconoscono per la forma circolare e le aperture di accesso protette da incredibili ante scolpite con un’abilità ed una fantasia che colpiscono la nostra cittadina abitudine, talvolta indifferente, di passare da una mostra d’arte ad un’altra.
Camminiamo come in un sogno tra una casupola e l’altra: ma non c’è vita in quell’ora torrida, non ci sono uomini né animali lungo le tortuose stradine, quasi un labirinto. Camminiamo sulla terra sconnessa, con i nostri vestiti leggeri, i cappelli calati sugli occhi, le scarpe da trekking, le borse ben fornite di quanto noi viaggiatori, “preparati” e “previdenti”, siamo soliti portarci: pasticche di sale per la disidratazione, cardiotonici e soprattutto una grande bottiglia di plastica con l’acqua. E’ una plastica trasparente, lucente, in cui l’acqua sembra ancora più limpida ed invitante. Non ci sono ombre: il sole è a perpendicolo, il calore feroce ed opprimente toglie le forze. Qualcuno ha il coraggio e l’insulsaggine di lanciare stancamente qualche battuta che passa fra l’indifferenza generale. Il paesaggio immobile attorno, il silenzio assoluto che fa diventare un urlo il canto improvviso di un gallo, ci coinvolge, ci rapisce e stordisce in uno spazio dilatato, senza confini. Ad un tratto, sedute su un muretto di sassi del colore caldo della falaise quasi a confondersi con lo sfondo, un gruppetto di tre persone compatte, strette, quasi statuette di un improbabile presepio, immagini di una reale maternità che non ha limiti né confini: una madre quasi bambina, un piccolo di pochi mesi fra le braccia ed uno un po’ più grandicello impaurito e aggrappato allo straccio che le cinge la vita. Le tre piccole figure nere sono lì, immobili, quasi dominate e schiacciate da quell’aria rovente. Non un gesto non una parola, solo uno sguardo, vivo e uguale negli occhi immobili della madre e dei bimbi. Cosa vogliono, cosa guardano quegli occhi grandi e attoniti che ci fissano e che possono voler dire tutto e non fare nessuna domanda e non rifiutare nulla? L’espressione quasi inconsapevole sembra una crudele domanda: perché? Perché questa assurda differenza di sorte, questa ingiustizia di un caso che decide per noi? Quegli sguardi ci immobilizzano e ci creano un disagio profondo. Nessuno di noi tenta una foto: tutti siamo come bloccati. Poi ci scuotiamo e riprendiamo la nostra solita attitudine per liberarci dalla nostra consapevolezza. Le labbra dei piccoli sono asciutte e tagliate dall’arsura: la bottiglia di plastica che tengo nelle mani sotto la violenza della luce solare si accende di una luce brillante e sembra un’enorme gemma preziosa. Mi accorgo che lì si fissa lo sguardo della madre. D’istinto porgo la bottiglia d’acqua alla donna che mi continua a guardare e senza un segno di accettazione, senza ringraziare la prende. Il piccolo protende le manine ed afferra la bottiglia, la porta alla bocca assetata bevendo come un animaletto; lo stesso fa il fratello. La madre non beve, ma la ripone   come un tesoro tra le pieghe di quello straccio che non la copre né la ripara ed alza verso di me gli occhi con la stessa espressione di prima: perché? Non un gesto non una parola.  Quella lucente, brillante, bottiglia di plastica è come un bagliore che illumina tutta la scena ed illumina anche il mio ricordo. Essa è il punto focale, il punto di contatto con quella donna, il mezzo unico di comunicare e di esprimere senza parole, senza gesti, se non  quello del dare e di ricevere o, vorrei dire , nel mio caso, più di ricevere che di dare.

Silvana Beltrame