Ceramiche Attiche e Apule
Collezione Banca Intesa

 
Storia di una collezione
a cura di Gemma Sena Chiesa
Università degli Studi di Milano

La collezione di circa 450 vasi radunata tra il 1830 e il 1860 dall’arciprete Giuseppe Caputi e dal suo erede Francesco Caputi a Ruvo di Puglia, è una delle poche collezioni “storiche” giunte intatte fino a noi.
I materiali in essa contenuti provengono, come sappiamo da indicazioni di diverse fonti contemporanee, dalle importanti necropoli di VI-III sec. a.C. rinvenute nella cittadina dalla fine del ‘700 in poi. Le necropoli erano pertinenti a un antico insediamento peuceta fiorente dal VI secolo fino all’età romana.
La collezione Caputi fu ceduta negli anni ‘30 del XX secolo alla famiglia Resta e poi acquistata nella sua interezza, negli anni ‘50, dall’ingegner Giovanni Torno. L’ingegner Torno, oltre a conservare la raccolta a Milano - impedendone così la dispersione - in una dignitosa sistemazione di tipo museale, con il nome di "collezione H.A.", ne incrementò la consistenza con l’acquisizione di una settantina di vasi a vernice nera, fino ad arrivare ai 515 pezzi attuali.

Oggi l’intera collezione è proprietà di Banca Intesa, che sta compiendo sul materiale un’importante opera di tutela, studio e valorizzazione, procedendo a puliture e restauri che hanno reso agli oggetti, tutti di altissima qualità, lo splendore originario, pur rispettando in non pochi casi i restauri ottocenteschi.
La raccolta già Caputi rappresenta, con la collezione Lagioia, ora proprietà della Regione Lombardia e depositata presso il Museo Archeologico di Milano, e insieme alla grande collezione Jatta conservata a Ruvo di Puglia nel Museo Nazionale Jatta, l’unica testimonianza ancora oggi esistente delle grandi raccolte private ruvestine, per il resto tutte disperse.
Di tutte le fasi della produzione apula, la collezione Banca Intesa contiene esemplari importantissimi, spesso di una qualità superba, ancor meglio messa in luce dai recenti restauri. Essi ci consentono di comprendere meglio molti aspetti di quell’ambito straordinario dell’arte greca che fu la produzione vascolare magnogreca tra la fine del V e il III secolo a.C.: il rapporto fra artigianato di tradizione greca e committenza indigena, ad esempio, o il ruolo assunto sia nel mondo delle colonie greche che nella società aristocratica apula da oggetti con forti caratteristiche artistiche ma anche religiose e rituali.
Sono manufatti che rappresentano splendidamente la straordinaria raffinatezza, non solo figurativa ma anche culturale, di una ricca società indigena che si identificava con il mondo della grecità e che, come si è detto, ne acquistava i prodotti più ricchi e costosi sia dalle officine ceramiche della madrepatria che da quelle che si erano sviluppate nelle colonie della costa ionica.


Brevi cenni sui  vasi della collezione


Significativa per la ricostruzione del commercio di vasi attici lungo la via adriatica fino a Spina è la presenza, nella collezione Banca Intesa, di vasi di officine ateniesi della metà del V e del IV secolo a.C., ritrovati nei corredi tombali ruvestini.

Un capolavoro assoluto è la famosissima kalpis del Pittore di Leningrado, un celebrato artista attico attivo tra il 475 e il 460 a.C., che ha dipinto sul collo del vaso proprio un’officina, probabilmente di vasaio, con artigiani plasmatori e decoratori al lavoro (inv. F.G-00002A-E/BI). Il fregio, di grande armonia compositiva e dall’inimitabile rigore disegnativo, è anche un celebre documento per la conoscenza delle grandi officine ceramiche ateniesi, che esportavano in tutto il Mediterraneo i loro prodotti.
 
Numerosi sono anche i vasi appartenenti alle diverse tipologie della così detta “ceramica indigena”, tipica produzione daunia e peuceta sviluppatasi dal VII secolo in avanti. E’ una produzione locale di lunga durata (si spinge infatti fino alla fine del IV secolo a.C.), con diverse fasi sempre caratterizzate da grande vivacità e fantasia nelle decorazioni, a motivi - geometrici o a fasce - costantemente variati. Gli esemplari presenti nella collezione Banca Intesa sono tutti inediti e vengono oggi presi in considerazione per la prima volta.

Della più antica produzione delle officine ceramiche trasferitesi da Atene in Magna Grecia poco dopo il 440 a.C. (molte operanti nel Kerameikos della colonia di Metaponto) sono presenti nella collezione non pochi esemplari di produzione protolucana del Pittore di Pisticci e della sua cerchia. Numerosi e di ottima qualità anche i vasi prodotti dai ceramisti della generazione seguente, fra cui i Pittori di Creusa e di Dolone.

Lo stile apulo antico (prodotto a Taranto) è forse il periodo meno rappresentato tra i vasi di tutte le raccolte storiche ruvestine. I maestri della produzione apula antica sono tuttavia ben rappresentati da opere del Pittore di Sisifo - artista di grande
respiro ancora legato alla misura attica - e di suoi allievi come il Pittore di Ariadne, cui è attribuito un cratere a colonnette con una delle più antiche scene di amazzonomachia della ceramografia apula (F.G-00028A-E/BI). Nell’officina del Pittore di Sisifo, posta probabilmente a Taranto, si formerà il Pittore di Tarporley, un fecondissimo artista di vasi piacevoli e ripetitivi, di "stile piano" (secondo la definizione del Trendall), presente nella collezione già Caputi, ad esempio con l’hydria con colloquio fra due personaggi (inv. F.G-00035A-E/BI).

Una decina di spettacolari crateri di carattere eccezionale, sia per la grandiosità del vaso che per la magnificenza decorativa, appartengono alla produzione “ornata” dello stile apulo medio.
Il Pittore di Licurgo è presente con almeno cinque capolavori, in parte certamente di sua mano, in parte opera di pittori della sua bottega. Dal momento che i vasi furono ritrovati nella medesima area di necropoli posta nei terreni del canonico Caputi, si può ipotizzare che essi provengano tutti da uno stesso sepolcreto gentilizio o da diverse deposizioni appartenenti comunque a uno stesso gruppo signorile ruvestino.
Accanto ai maestosi crateri a mascheroni, i maestri operanti negli anni intorno alla metà del secolo decorano altre forme vascolari di grandi dimensioni come le anfore e le loutrophoroi, dalle elaborate e tecnicamente stupefacenti anse a riccioli, anch’esse bene esemplificate nella collezione Banca Intesa.
Alla fase dell’apulo tardo, un periodo in cui la produzione vascolare apula diviene estremamente abbondante per far fronte ad una richiesta enormemente accresciuta, appartiene circa la metà dei vasi della collezione già Caputi.  

Grandi ceramografi continuano la tradizione della nobile pittura vascolare di alta qualità. Della cerchia del Pittore di Dario, un caposcuola dal disegno potente e solenne la cui officina era posta probabilmente a Taranto ma che lavorava specificatamente per commissioni dell’aristocrazia dell’Apulia settentrionale, sono presenti nella collezione Banca Intesa alcuni pezzi minori ma di grandissima qualità disegnativa e compositiva. Numerosi i vasi di suoi allievi, impegnati in produzioni di grande livello ma anche nella realizzazione di prodotti di serie che caratterizza l’ultima attività del suo atelier, quando il Pittore di Dario ormai si era associato con un altro ceramografo assai prolifico, il Pittore dell’Oltretomba.

Il Pittore di Baltimora, un altro interessante maestro dell’ultimo quarto del IV secolo, doveva essere a capo di una articolata officina posta proprio nell’Apulia settentrionale, vicino ai centri indigeni (Canosa, Ruvo, Arpi) i cui maggiorenti erano fra i più grandi committenti di vasellame dipinto. Il Pittore di Baltimora è presente nella collezione Banca Intesa con una spettacolare serie di eccezionali vasi di notevoli dimensioni.
Avevano probabilmente il proprio atelier a Ruvo i numerosi pittori del Gruppo “Patera-Ganimede”. Del fecondo Pittore della Patera sono presenti parecchie opere. Fra di essi si distinguono alcuni vasi con ritratti di defunti raffigurati entro un tempietto e con fastosi abbigliamenti e ricchi accessori resi a vivaci sovradipinture. Si tratta di una iconografia divenuta popolarissima nella ceramografia apula della fine del IV secolo.   
A un buon pittore dell’epoca, anch’egli impegnato nel riprodurre defunti entro edicole circondate da offerenti è stato dato il nome di Pittore H.A., proprio per la presenza di due suoi vasi nella collezione Banca Intesa (già collezione H.A.).

Appaiono particolarmente rappresentati nella collezione i lavori di alcuni esponenti fra i ceramografi apulo-settentrionali della fine del IV secolo, come i pittori di protomi femminili raggruppati nel Kantharos Group e nel Gruppo delle Anfore. Si tratta di una produzione più andante, di serie, prodotta in centinaia di pezzi simili e decorata velocemente da artigiani di medio livello, che doveva aver in particolare inondato il mercato delle ceramiche nell’Apulia settentrionale.
Nei corredi apuli della fine del IV secolo si evidenzia sempre più la presenza di vasellame che non utilizza più la tradizionale tecnica a figure rosse. Una produzione particolare che ebbe grande successo e diffusione nell’ultimo quarto del IV secolo, è quella conosciuta con il nome di ceramica di Gnathia dal centro in cui si riteneva avessero avuto sede le officine produttrici, che, in realtà, dovevano lavorare sia a Taranto che nell’Apulia interna. Il vasellame ornato da graziosi motivi ornamentali o figurati sovradipinti nei colori giallo, bianco, paonazzo e bruno, si considera ora prodotto da officine situate in diversi centri dell’Apulia.

Della ceramica di Gnathia si possono segnalare esemplari non eccezionali ma in ottimo stato di conservazione, con decorazioni in particolare ispirate al mondo vegetale. Non mancano figurazioni di animali, di oggetti come collane rese in giallo carico per imitare l’oro.

Una categoria di vasi per lo più di piccole dimensioni, è interamente verniciata a tuffo in nero; essa affida la sua eleganza alla raffinatezza della forma e alla decorazione plastica (come le baccellature), imitante prototipi metallici. Una forma strana e particolare di tale ceramica è quella degli askoi a medaglione, che  rappresentano una classe assai curiosa di oggetti, di cui tuttora si ignora la vera natura funzionale, il significato nel corredo funerario tardo-apulo e l’origine dei bei motivi figurati a rilievo che li ornano.

Per una visione di 36 di queste meravigliose ceramiche della collezione, si veda la sezione in Immagini di questo sito