AKAKUS LIBIA : IL DESERTO DIPINTO
dove avventura, natura, storia ed arte sono in raro equilibrio
di Anna Maspero

Complice l’embargo tolto solo di recente, la Libia è ancora trascurata dal turismo di massa, nonostante sia un paese sicuro e non toccato dall’ondata violenta dell’integralismo islamico che ha travolto la vicina Algeria. Ma ha moltissimo da offrire: oltre al fascino del deserto, un ricchissimo patrimonio di pitture e graffiti rupestri, a ricordo di quando il Sahara era verde, l’architettura di terra delle sue città oasi e rovine greco-romane fra le più belle del Mediterraneo. Insomma ce né per tutti: per chi ama l’avventura e la natura, ma anche per gli appassionati di storia ed arte.
Sahara significa “grande vuoto” in lingua araba. Sahara: 9 milioni di kmq di sabbia e roccia. Perché andarci, perché tornarci allora?
Sicuramente un viaggio nel deserto è sempre di grande bellezza, è un viaggio impossibile da dimenticare, ma anche difficile da raccontare senza rischiare di cadere nei soliti luoghi comuni: “magici tramonti”, “cieli trapuntati di stelle”, “dune spettacolari”...
Forse le parole più appropriate per descriverlo sono quelle di un grande viaggiatore dello spirito, Giacomo Leopardi, che il deserto non lo vide mai: “Interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete”. La fascinazione è data dal silenzio e dall’essenzialità. Scrive Kapuscinski in “Lapidarium”: “Andare in Africa, nel Sahara. Amo il deserto, ha qualcosa di metafisico. Nel deserto tutto il cosmo si riduce a pochi elementi. Il deserto rappresenta l’universo ridotto all’essenziale: la sabbia, il sole, le stelle di notte, il silenzio, il calore del giorno. Si hanno con sé una camicia, dei sandali, cibo frugale, un po’ d’acqua da bere, tutto nella massima semplicità. Niente si frappone tra te e Dio, fra te e l’universo.”
Il deserto non è per coloro che provano l’angoscia del silenzio e della solitudine, che non sono capaci di ridurre al minimo i propri bisogni almeno per il breve intervallo di una vacanza, che si spaventano nel confrontare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, i tempi incommensurabili dell’universo e quelli minuscoli dell’uomo.
Ma per gli altri il deserto può offrire molti spunti di riflessione e di osservazione.
Si scopre un succedersi di orizzonti, un paesaggio mutevole e tutt’altro che monotono, dalle imponenti dune dell’erg alle piatte distese di ghiaia del reg, dagli strani profili dei pinnacoli di roccia erosi dal vento alla parabola sensuale e perfetta delle barcane, le dune mobili spinte dai venti dominanti. Poi irreali come improvvisi miraggi, le sorgenti, i laghi, le palme e le oasi, perfetti microcosmi dove l’uomo è riuscito a vivere in equilibrio con l’inospitale deserto circostante.
Il deserto viene spesso definito un “mare di sabbia”, dove le dune sono onde, le rocce scogli e le oasi isole. E del mare ha l’incanto, sempre diverso e sempre uguale. Tutto insensibilmente cambia, materia, colore e forma. Il vento, signore assoluto di questi spazi, accarezza le rocce, solleva e deposita i granelli di sabbia a seconda del peso e del diametro, pennellando il paesaggio con diverse sfumature di colore. E’ un mondo minerale apparentemente sterile e ostile alla vita, dove però bastano poche gocce di pioggia per far germogliare semi addormentati da anni, far nascere effimere praterie e permettere la sopravvivenza di una vita vegetale e animale mirabilmente adattata alle condizioni estreme del deserto. Ma un tempo, e parliamo del tempo in scala umana, soltanto alcuni millenni fa’, qui vi era una vegetazione rigogliosa, grandi laghi e fiumi e una fauna selvaggia simile a quella che oggi popola le regioni tropicali dell’Africa. Poi negli ultimi 3-4000 anni vi è stato un processo di desertificazione che ha portato ad una profonda modificazione del paesaggio che ha assunto i caratteri attuali.
A testimonianza di questo paradiso perduto rimangono non solo letti prosciugati di fiumi, conchiglie fossili e ossa di animali, ma soprattutto graffiti e pitture tracciati dall’uomo sulle pareti interne dei ripari di roccia, preservati nei millenni grazie al clima secco, nonostante l’esposizione all’erosione della sabbia e del vento.
Sono migliaia i siti di arte rupestre distribuiti nei Paesi sahariani e subsahariani, ma la maggior concentrazione si ha nelle aree del Tassili algerino e dell’Akakus libico, tanto che l’UNESCO ha dichiarato quest’area, già parco naturale dal 1973, patrimonio culturale dell’umanità.
Il nome è Tradart Akakus: Akakus, la parete ripida occidentale, Tradart, la parte a est, inclinata verso oriente. E’ un altopiano di circa 900 m d’altezza, con cime che superano i 1300 m, lungo 150 km e largo 30 km, nell’estremo sud della Libia, al confine con il Tassili algerino, di cui è la propaggine orientale. La sua è una morfologia tormentata: è una sorta di gigantesca cattedrale gotica, con pinnacoli e guglie scolpiti e lavorati dalla natura, graffiti e pitture creati dall’uomo sulle sue pareti.
Se non ci fosse questo stupendo album dei ricordi, l’idea di un Sahara popolato da coccodrilli, ippopotami e grandi mandrie di erbivori sembrerebbe pura follia. Già nel 1800 si avevano notizie di queste pitture, ma fu solo molto più tardi nel nostro secolo che vennero organizzate vere e proprie spedizioni che svelarono la ricchezza e la bellezza di quest’immensa galleria d’arte all’aperto. Vi sono rappresentati migliaia di anni di storia dell’uomo, il passaggio da cacciatore a pastore nomade, a coltivatore, la diffusione della ruota e dell’alfabeto.
Gli archeologi e i paletnologi, primo fra tutti Fabrizio Mori, hanno cercato di datare pitture e incisioni, evidenziando cinque fasi, da 10.000 anni fa’ fino agli inizi della nostra era.
La più antica è la fase della Grande Fauna Selvaggia (chiamata anche Era Bubalina dal gigantesco bufalo dalle corna arcuate) in cui predominano i graffiti di grandi animali tracciati con solco profondo nella pietra, mentre l’uomo è solo una comparsa. Segue la fase delle Teste Rotonde, grandi figure enigmatiche, sorta di divinità dalle sembianze umane. Durante queste fasi l’artista è probabilmente uno sciamano che agisce a scopo rituale per propiziare la caccia o favorire la fertilità. Vi è poi la fase Pastorale o Bovidiana, con scene minuziose e dettagliate di vita quotidiana, tracciate con tratto lineare e asciutto: sono pitture dai brillanti colori ocra, tutte di grande bellezza e di alto livello artistico. Con la fase del Cavallo ci accostiamo all’epoca storica, i tratti somatici delle figure scompaiono, la testa diviene a bastoncino e appaiono i famosi carri dei mitici Garamanti. Ultima, con la progressiva desertificazione e l’introduzione del dromedario, la fase del Camelino,: lo stile delle pitture diviene più rozzo e sono spesso sovrapposte scritte in tifinagh, l’antico alfabeto berbero che i tuareg sono ancora in grado di decifrare.
Nonostante l’avanzare delle sabbie, il deserto non perse però di importanza: continuò ad essere percorso da grandi vie carovaniere per il trasporto di avorio, oro, animali e schiavi rimanendo il punto di incontro fra l’Africa mediterranea e quella nera. A testimonianza sono rimasti i villaggi fortificati e le città oasi dell’interno e sulle coste le grandi città portuali edificate da fenici greci e romani, fra le cui grandiose rovine, a Leptis Magna e a Sabratha, si concluderà il nostro splendido viaggio.


Dal diario di viaggio

15 novembre
Alle prime luci dell’alba, caricati i bagagli sul tetto del minibus con cui faremo la trasferta fino a Ghadames, ci avviamo verso Ras Jdayr al confine con la Libia, che raggiungiamo dopo 150 km di strada costiera. Il passaggio della frontiera tunisina è abbastanza rapido. Più lungo e burocratico il passaggio del confine libico: ci vorranno quasi due ore per entrare finalmente in Libia. Lasciamo la costa e pieghiamo verso sud attraverso una regione pianeggiante che si fa sempre più desertica finché non arriviamo in vista della scarpata del Jebel Nafusah: alcuni ripidi tornanti e siamo a Nalut, con la città vecchia abbandonata e lo splendido qsar, un granaio berbero fortificato, con cellette sovrapposte fino a sei piani, travi di legno conficcate nell’argilla a mo’ di scale e grandi anfore in cui venivano stipati i cereali. Proseguiamo verso sud, lungo una strada monotona in una regione predesertica, piegando quindi ad occidente verso il confine algerino, finché non appaiono le luci di Ghadames, la ‘perla del Sahara’, un vero miraggio dopo questa lunga giornata di trasferta. Ci aspetta Ali Ahmed Suliman, esperta guida, abilissimo pilota e magico meccanico che con altri tre autisti, tre Toyota Land Cruiser e un pick up d’appoggio, ci accompagneranno nei prossimi nove giorni lungo le piste del deserto libico.

16 novembre
Ghadames è un’antichissima stazione carovaniera sull’asse nord sud: da qui transitavano merci, animali e soprattutto schiavi, come ancora testimonia la mescolanza di caratteri somatici arabi, berberi e africani dei suoi abitanti. E’ possibile visitare il museo nel vecchio forte italiano con una piccola collezione etnografica e archeologica, ma soprattutto è importante dedicare alcune ore all’affascinante città vecchia, dalle case d’argilla imbiancata a calce, le une addossate alle altre, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, perché rappresentativa di un’architettura tradizionale perfettamente adattata all’ambiente difficile e rimasta miracolosamente intatta. Gli abitanti, che ora vivono nella città nuova ed anonima, fatta costruire negli anni ‘70 da Gheddafi, soprattutto d’estate ritornano nelle vecchie case, vi tengono qualche animale, coltivano gli orti e raccolgono i datteri. Per la visita non occorre una guida, anche se sarebbe consigliabile per non perdersi nel dedalo di vicoli e di corridoi coperti, per capire il complesso sistema di distribuzione della preziosa acqua e visitare le piazze del mercato, le moschee e entrare in una casa tradizionale, con le stanze luccicanti di specchi e decori, in contrasto con il buio dei vicoli.
Terminata la visita, iniziamo i preparativi per la partenza. I nostri autisti hanno pensato al rifornimento di benzina, alla bombola del gas e alle taniche d’acqua per cucinare (di lavare e lavarsi non se ne parla: useremo i pozzi lungo il percorso per rapide docce e per riempire nuovamente le taniche, per pentole e stoviglie va benissimo la sabbia del deserto). Acquistiamo bottiglie d’acqua sufficienti per il tre giorni fino a Ghat e comunque abbiamo anche pastiglie per la potabilizzazione in caso di necessità; comperiamo delle baguette (scaldate sul fuoco del bivacco riacquistano un po’ di fragranza) e completiamo i viveri portati dall’Italia con verdura e frutta. Finalmente si parte: le auto sono datate e ridotte all’essenziale, tipo una manovella intercambiabile per i quattro finestrini, ma con il cruscotto coperto di frange come fossero cammelli, e come cammelli le trattano i nostri autisti quando le spronano su per le dune a furia di fischi e urletti. Durante il viaggio avranno bisogno di estemporanei interventi meccanici, anzi, uno dei driver, soprannominato immediatamente “l’uomo pipistrello’, passerà nottate intere a montare e smontare motori alla luce della luna. Comunque, a parte qualche gomma bucata e qualche insabbiamento, non avremo mai problemi.
Partiamo dopo un rapido pranzo e lasciamo quasi subito la strada asfaltata per una pista sassosa e sconnessa, su cui bisogna procedere a non più di 30 km/h. I radi cespugli scompaiono man mano ci si addentra nell’Hamada Al Hamra, l’altopiano rosso, una piatta distesa di pietra a perdita d’occhio. Piantiamo le tende in un uadi, il letto di un fiume asciutto, e iniziamo a preparare la prima di una lunga serie di ottime cene. Dopo cena ci sarà il rito di ogni sera: tè intorno al fuoco, canti con flauto e percussioni (il flauto di Suliman è un paletto da tenda forato, il ‘tendè’, tamburo è una tanica d’acqua vuota, le luci sono la luna e il cielo stellato...).

17 novembre
Sveglia alle 6, mettiamo a bollire l’acqua per tè e caffè, smontiamo le tende, facciamo un’abbondante colazione e poi iniziamo una lunga e veloce traversata su un altopiano sassoso, interrotto solo da radi cespugli, unico alimento dei dromedari le cui sagome si stagliano ogni tanto all’orizzonte. Una sosta per osservare dei bellissimi tronchi pietrificati silicizzati, muti testimoni di quando il Sahara era verde, poi si profilano le prime dune dell’Erg d’Ubari. Ci fermiamo per il campo prima del tramonto, per goderci in tranquillità i giochi di luce ed ombra che il sole radente disegna sul profilo sinuoso delle barcane e sulle piccole onde di sabbia, simili ad un mare increspato dal vento. La sera i nostri autisti ci offrono del fragrante pane cotto sotto la sabbia e noi non possiamo contraccambiare che con un ottimo piatto di spaghetti.

18 novembre
Finalmente il deserto ‘vero’: sgonfiamo leggermente le gomme delle auto per migliorare la tenuta sulla sabbia e ci addentriamo nel mare di dune dell’Erg di Ubari. Alla prima sosta non sappiamo rinunciare alla tentazione di scalare una grande duna piramidale: dall’alto il paesaggio è splendido, una serie di cordoni di dune a perdita d’occhio dalla sabbia di colore chiaro, con gradazioni che vanno dall’avorio al giallo al rosa. L’attraversamento dell’erg è piuttosto impegnativo, ma spettacolare, fra vertiginosi saliscendi, tentativi ripetuti di salire le dune più ripide e qualche insabbiamento che ci obbliga a piacevolissime soste.
Attraversiamo l’Hamada Zegher, una piatta e desolata distesa di pietre scure, dove le auto possono correre veloci. Ci fermiamo ad un pozzo, dove fra tanta terra sterile crescono canne palustri e un gruppo di tamerici. Gli autisti scovano un grosso lucertolone, che loro chiamano dab, ma il nome scientifico è uromastice: verrà ampiamente fotografato e poi, dietro nostra petizione ufficiale, restituito alla libertà. Incontriamo nuove formazioni di dune, quelle di Diwane, dove ci fermiamo per campeggiare.

19 novembre
La strada corre fra dune bianche a destra e dune rosate a sinistra, lungo la scura falaise del Tradart Akakus. Dopo 90 km di pista ritroviamo la strada asfaltata che unisce Ghat a Sebha: mancano solo un centinaio di km per arrivare a Ghat. Sulla destra compare il profilo inquietante a forma di cattedrale del Djebel Idinen, la montagna degli spiriti, un massiccio isolato appartenete morfologicamente all’Akakus, che secondo le leggende tuareg non deve essere sfidato dall’uomo. Iniziano i primi palmeti e gli orti che annunciano l’avvicinarsi di Ghat, antico centro carovaniero e ultima oasi prima del nulla, città di frontiera a breve distanza dall’altra bellissima oasi di Djanet: non posso non ripensare con nostalgia ad un viaggio nell’Hoggar Tassili, fatto in anni in cui la Libia era inaccessibile, ma l’Algeria era un paese tollerante ed ospitale. Il sole che tramonta illumina la medina, la città vecchia, più piccola e trascurata di quella di Ghadames, ma comunque interessante. Dall’alto del forte turco che domina la città, lo sguardo spazia sui muri delle case del vecchio ksar, con i mattoni crudi ormai consumati dalle piogge, sugli orti, le palme e la città moderna da cui arriva il suono di canti e percussioni per la celebrazione di un matrimonio.
Optiamo per fermarci per la notte nelle zeribe, capanne di rami di palma, di un campeggio attrezzato, 4 km a sud della città, dove come premio ci aspetta una piacevolissima doccia e una cena a base di cus cus, di nuovo seduti ad un tavolo.

20 novembre
Mentre i nostri autisti si preoccupano di ottenere il permesso per la visita dell’Akakus, zona protetta dove è obbligatorio entrare con la guida, rimpinguiamo le scorte di acqua, verdura e frutta e poi ci perdiamo nelle vie tortuose e strette della medina, dove fra i muri consumati delle case ormai disabitate, alcuni tuareg nigeriani creano e vendono monili e artigianato berbero. Lasciamo Ghat in tarda mattinata in direzione del villaggio di El Barkat: dopo una ventina di chilometri abbandoniamo l’asfalto per riprendere la pista corre verso sud costeggiando le pareti scoscese dell’Akakus fino a trovare un passaggio nell’alta muraglia. L’Anou Ayadhar domina l’orizzonte dai suoi 1480 m d’altezza. Si corre lungo un fiume di sabbia e ciottoli fra sponde di roccia grigia, salendo fino ad intravedere le dune dell’Erg Takharkori, al cui riparo in una spianata di sabbia, vi è una singolare raccolta di macine e pestelli neolitici. Da un belvedere naturale si gode la vista di un paesaggio superlativo di rocce lavorate dall’erosione immerse in dune dalle calde tonalità arancio. Ci buttiamo a capofitto con le auto da una duna ripidissima che dicono sia impossibile ripercorrere in senso inverso. Arriviamo nel Wadi Bubbu dove ci arrampichiamo per vedere le prime pitture: struzzi, uomini dalla testa a bastoncino, cammelli, poi proseguiamo verso l’enorme arco naturale di Fozzigiaren ai cui piedi campeggiamo per la notte: sorge una splendida luna piena che illumina a giorno le rocce: non potevamo scegliere una scenografia migliore.

21 novembre
Togliamo il campo e ci dirigiamo a Wadi Tanshal dove vi sono belle pitture con scene di caccia al muflone, esempi di scrittura tifinagh e due figure umane a grandezza naturale; poco distanti vi sono delle marmitte scavate nella roccia, probabilmente per macinare e impastare il colore. Non lontano nel Wadi Anshal altre pitture e graffiti della fase delle teste rotonde e del cammello. Si risale verso nord lungo il Wadi Teshuinat, dove vi è la maggior concentrazione di siti rupestri; si incontra vicino a due cisterne abbandonate un arco di roccia alto a sufficienza da permettere il passaggio di un’auto. Dopo 7km. si trovano le pitture di Uan Amenal, con scene di caccia e figure umane. Davanti a noi si apre un paesaggio lunare di guglie, pinnacoli dalle forme bizzarre, rocce come scogli che emergono da un mare di sabbia. Imponenti le colonne dell’arco naturale di Tin Ghalega e nei pressi una grotta con il dipinto di un rinoceronte. Ci fermiamo nella zeriba dell’Amrar Hamdani Khali, capo tuareg e collaboratore del ricercatore professor Mori: lasciategli del caffè, ve ne sarà grato, in cambio potrete sfogliare e firmare il suo libro d’oro. Proseguiamo la visita ai siti rupestri: ad Azarao sono ritratti due elefanti; a Tin Taaharit altre scene di caccia e giraffe; a Uan Amil una grotta è affrescata con scene di guerra e di vita quotidiana, fra cui quella famosa dell’acconciatura; a Tin Annuein la pianta di un villaggio, palme, animali e un carro dei garamanti e scritte in tifinagh; a Tin Lalan uomini con maschere di sciacallo e graffiti con scene erotiche; a In Eidi un’intera parete è coperta di dipinti.
Poi ci avviamo verso nord-est: le dune rosate di Uan Kasa ingoiano i pinnacoli di roccia dell’Akakus; sullo sfondo si profila la linea nera del Messak Settafè. I nostri autisti si fermano per la rituale preghiera del tramonto: orientandosi con il sole si rivolgono alla Mecca e si inginocchiano sulla sabbia dove è fiorita un’effimera prateria a seguito di un temporale e anche noi non possiamo che unirci a loro in silenziosa preghiera. Prima di piantare le tende ci arrampichiamo sulle dune per goderci i caldi giochi di luce del tramonto; ma anche la notte sarà magica, illuminata a giorno dalla luna piena e se qualcuno si accontenta della ‘camera con vista’, altri non resistono alla tentazione di dormire ‘à la belle étoile’.

22 novembre
Smontiamo le tende e ripartiamo correndo veloci su un reg pianeggiante di pietrisco misto a sabbia. Davanti a noi il Messak Settafet (altopiano nero) e il Messak Mellet (altopiano bianco), a destra le enormi dune dai colori pastello dell’Edeyen Murzuk, il più arido ed esteso erg del Sahara. Compaiono dei cespugli e qualche rado ciuffo d’erba, magro pascolo per alcuni dromedari che appartengono a una famiglia tuareg che vive poco lontano, in tre zeribe nel Wadi Irawan. Campeggiamo ai piedi delle alte dune di Murzuk, cercando un luogo protetto perché in questa zona soffia sempre un forte vento che, giocando con la sabbia, produce strani rumori.

23 novembre
Smontiamo il campo all’alba, per poter camminare nelle ore più fresche. In un’ora di marcia lenta su una distesa di sassi neri e appuntiti, raggiungiamo il profondo solco del Wadi Mathendusc, un fiume fossile, oggi prodigiosa galleria d’arte della preistoria. Le auto ci lasciano a In Abater. Inizia il nostro trekking, su un percorso misto di grandi pietre levigate, ciottoli e sabbia, in mezzo a una vegetazione abbastanza rigogliosa, se paragonata alla sterilità circostante: molti i cespugli e le piante di acacia, riparo a varie specie di animali, come possiamo dedurre dalle moltissime orme fra cui quelle di dromedari, fennec, sciacalli e altri animali più piccoli. Ma la vera fauna selvatica che si incontra nel wadi è quella incisa con tratto profondo sulle sue pareti di arenaria rossa, divenuta nera col tempo per effetto della cosiddetta ‘vernice del deserto’. Sul lato meridionale del fiume incontriamo subito una parete con l’incisione di una fuga di giraffe e poi tutta una galleria di animali della savana e di bovini domestici. Sullo stesso lato, a In Aurer altri graffiti con figure zoomorfe, grandi falli e immagini di difficile decifrazione; poi molti altri animali fra cui uno splendido elefante. Altro magnifico elefante a In Galguien e addirittura un ippopotamo. La maggior concentrazione di incisioni si ha nei trecento metri finali del trekking, nel tratto che è propriamente chiamato Mathendusc. Vi sono in alto su una grande roccia piatta, due figure enigmatiche soprannominate i gatti mammoni, sorta di numi tutelari del fiume, poi giraffe, coccodrilli, struzzi, leoni, antilopi, elefanti. Sono circa dodici chilometri di piacevole camminata, ma per chi non se la sentisse, è possibile raggiungere i diversi siti in auto, scendendo però a piedi nel corso del fiume, perché in auto è molto difficoltoso, ad eccezione dell’ultimo sito.
Dopo un pranzo all’ombra delle acacie, proseguiamo su un veloce reg lungo l’altopiano del Messak Settafet, è una corsa nel vuoto a 360° dove nulla interrompe la linea dell’orizzonte: Poi si torna alla civiltà: ad una trentina di chilometri da Germa inizia la strada asfaltata che prima corre sull’hamada, poi è tagliata artificialmente nella roccia e scende fino alla pianura sottostante. Appare Germa, l’antica capitale dei garamanti, la popolazione berbera che percorreva il deserto a bordo di veloci carri trainati da cavalli, come testimoniano le pitture rupestri. Ci sono ancora i resti della vecchia città e una necropoli preislamica piuttosto deteriorata. Facciamo rifornimento di acqua e benzina e decidiamo di trascorrere ancora una notte in tenda fra le dune meridionali dell’Erg d’Ubari, non lontano da Germa.

24 novembre
Iniziamo l’ultima galoppata nel mare di dune dell’Erg di Ubari, nella regione della Ramla dei Dawada, dove, incastonati nella sabbia, vi sono dei laghi di acqua salmastra, per lo più perenni essendo alimentati non dal regime delle piogge, ma da una falda freatica.
In poco più di un’ora siamo al laghetto di Mahfou, circondato da canne e palme. Proseguiamo verso il lago di Gabraoun, a soli 3 km di distanza, dominato da un’altissima duna, con il vecchio villaggio abbandonato. Gli abitanti sono stati trasferiti negli anni ’80 in nuovi insediamenti costruiti dal governo nella valle dell’Ayal, ma fino ad allora vivevano di pesca di piccoli crostacei ( ridotti in pani con un lungo procedimento erano il loro alimento quasi esclusivo) e di estrazione dalle acque del natron, un carbonato idrato di sodio che rivendevano a carovane di mercanti. Accanto al paese in rovina e molto sporco, vi sono le zeribas di un villaggio turistico, con annesso un ristorante: quando la temperatura esterna lo consente, è bello fare un tuffo nelle acque salate del lago, risciacquandosi poi nel vicino pozzo. Per pranzo preferiamo raggiungere il tranquillo laghetto di Oum el-Ma, il più bello, dalle acque cangianti strette fra i cordoni di dune e una cornice di palme e canneti. Proseguiamo per il lago di Mandara, ormai prosciugato, con il vicino villaggio abbandonato. L’esplorazione dei laghi potrebbe continuare, perché ve ne sono molti altri nascosti fra le dune, ma per noi oggi è l’ultimo giorno di deserto, ci dirigiamo, già con la nostalgia nel cuore, verso l’ostello di Fjeij, dove ci aspetta il minibus per ritornare verso la costa.

25 novembre
Lunga tappa di trasferimento, attraverso un ambiente piuttosto monotono, passando per Sebha, la capitale della provincia omonima, che ancora viene da molti chiamata Fezzan. Può essere un buon punto tappa, vista la presenza di un ufficio del turismo e diversi hotel, ed è il punto di imbarco per chi opta per i voli interni. Lungo la strada si possono acquistare datteri freschi direttamente dei produttori: sono sicuramente i migliori provati sino ad ora. La sera raggiungiamo Misurata, dove ci fermiamo per la notte in un hotel coloniale con un passato sicuramente più glorioso dell’attuale, ma non privo di un certo fascino.

26 novembre
Lasciamo Misurata e in poco più di un’ora siamo a Leptis Magna, uno splendido esempio dell’urbanistica imperiale romana, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità. Ci accompagna Omar, anziana guida che parla un ottimo italiano e ha partecipato ai momenti più esaltanti degli scavi, condotti da archeologi italiani a partire dagli anni ’20. Iniziamo la visita dall’interessante museo, per poi continuare fra le spettacolari rovine, assolutamente deserte e ottimamente conservate perché rimaste a lungo sepolte sotto la sabbia. All’incrocio fra cardo e decumano vi è l’imponente arco quadrifronte di Settimio Severo, l’imperatore originario di Leptis. A breve distanza le raffinate Terme di Adriano, con le antiche latrine, il sistema di riscaldamento ancora ben visibile nella pavimentazione, le vasche, le sale sorrette da colonne marmoree; poi si prosegue lungo l’imponente Via Colonnata, fino al Santuario del Ninfeo e all’immensa piazza del Foro dei Severi, cosparsa di preziosi fregi e resti di colonne crollate. Uno dei luoghi più emozionanti è sicuramente il vecchio mercato con i resti di chioschi e botteghe e con i bellissimi banconi per le mercanzie appoggiati su piedistalli a forma di sfingi o di delfini. Magnifico il teatro con il mare come scenografia naturale e più lontano, a ridosso della spiaggia, il colossale anfiteatro dove si sfogavano le passioni più cruente dei coloni romani con spettacoli di belve e gladiatori.
Dopo un rapido pranzo partiamo per Tripoli, la capitale che conta un milione e mezzo di abitanti. Lungo la strada, tempo permettendo, è possibile visitare Villa Celine, con splendidi mosaici romani, procurandosi il permesso all’ingresso di Leptis Magna. Riusciamo a visitare il Museo del castello, con le sale che seguono una successione cronologica, dall’epoca preistorica a quella attuale: bellissimi i mosaici romani, anche se la maggior parte delle spiegazioni sono solo in arabo. La sera, dopo tanto deserto e bivacchi, ci concediamo una abbondantissima cena all’ottimo ristorante libanese Badwen.

27 novembre
Visitiamo l’antica medina di Tripoli, protesa verso il mare come una nave pronta a salpare, con le moschee di Gurgi e Karamanli, i palazzi e i resti delle antiche mura. Passeggiamo per il vivace suq, con i negozietti di orafi e tessuti e per la città coloniale italiana intorno a cui si è sviluppata la città moderna; poi ci concediamo una pausa in uno dei tanti bar della Piazza Verde per bere un caffè e scambiare qualche parola con la gente, cordiale e non invadente, in qualche caso ancora in grado di parlare in italiano.
Lasciamo la capitale e in un’ora siamo a Sabratha, antica città fondata dai fenici, poi colonia romana. E’ più piccola di Leptis, ma i monumenti sono grandiosi, in particolare il teatro di epoca severina, oggetto di un restauro forse eccessivo, ma davvero affascinante, così imponente sullo sfondo del mare. Magnifici anche i mosaici ritrovati nella basilica di Giustiniano e ora al museo.
Poi proseguiamo per i cento chilometri che ci dividono dalla Tunisia, affrontiamo di nuovo le noiose pratiche di frontiera e rientriamo nel nostro piccolo albergo di Houmt Souk nell’isola di Djerba: dei ragazzi tedeschi stanno provando un concerto di jazz nel patio, ci godiamo la musica e l’atmosfera dolcemente mediterranea. Classica cena a base di pesce, con cui cerchiamo di scacciare la tristezza per la fine del viaggio e la nostalgia per i bivacchi intorno al fuoco, fra le dune del deserto.

Bibliografia
Sahara - Viaggi d’Autore, Le Vie del Mondo - Touring Editore 1999.
Castelli Gattinara - Libia, arte rupestre nel Sahara - Polaris 1999 - L.48.000: testo emozionante e immagini curate.
P. Laureano - Sahara, giardino sconosciuto - Giunti 1988 - L..35.000: completo e di piacevole lettura.
F. Mori – Arte rupestre e culture del Sahara preistorico – Einaudi.
Antonie de Saint Exupery – Il Piccolo Principe.