Diario asiatico
recensione a cura dell'ing. Mario Dalmazzo

Chi ama leggere ed ama i libri, ne ha fra loro due o tre ai quali è particolarmente affezionato e se dovesse rispondere alla banale ed abusata domanda quale salverebbe se la sua casa andasse a fuoco ed uno solo potesse portare con sé, sarebbe imbarazzato a rispondere. Parlando però, come in questo caso, di libri di viaggio, io non avrei esitazione alcuna e risponderei senz’altro: “Diario asiatico” di Thomas Merton (edizioni Garzanti 1975). E’ un libro questo che spesso ho con me e che rileggo qua e là, ogni volta scoprendovi qualcosa di nuovo. E’ stato pubblicato in Italia nel 1975 da Garzanti ed è diventato un libro introvabile perché ormai esaurito né più ristampato in Italia. Thomas Merton è un autore assai noto a livello internazionale ed alcuni dei suoi titoli sono diventati best sellers come il suo primo “La montagna dalle sette balze” o il “Diario secolare” o “Lo zen e gli uccelli rapaci” tradotti e pubblicati in italiano da Garzanti rispettivamente nel 1950, 1960, 1970. Il “Diario asiatico” è l’ultimo suo libro ed è stato pubblicato postumo, poiché l’autore perse la vita, per un banale incidente, una scarica elettrica sotto la doccia, mentre era a Bangkok per partecipare ad una conferenza mondiale sul monachesimo in Asia e ove doveva tenere una relazione. Thomas Merton era un monaco, un trappista del convento del Gethsemani nel Kentucky appartenente all’ordine dei Cistercensi della Stretta Sorveglianza. Figlio di un neozelandese e di una americana, ambedue pittori, visse alle Bermude ed in Inghilterra e dopo vari viaggi di studio in Europa, si laureò in lettere alla Columbia University di New York. Temperamento irrequieto, sempre alla ricerca di soluzioni ideali, passò la sua giovinezza seguendo i movimenti giovanili del suo tempo, dai figli dei fiori, al comunismo ideologico, fino alla conversione al cattolicesimo ed alla sua scelta per la vita monastica che però non lo portò mai a ritirarsi dal mondo, ma anzi in un certo senso stabilizzò ed equilibrò la sua vita pur sempre nella ricerca del senso più totale della vita stessa, attraverso un profondo processo religioso. Nell’occasione di quella conferenza a Bangkok, egli compì un lungo viaggio di studio e conoscenza attraverso molti paesi asiatici ove ebbe numerosi contatti con personalità d’ogni campo culturale e religioso, con attenzione alla vita locale e con acuto senso d’indagine sui costumi delle genti.
Questo suo ultimo libro, che vide la luce dopo la sua morte, in un certo senso si distacca da tutti gli altri, più di una ventina, ma li raccoglie e riassume tutti e rivela e mette in luce la complessa personalità dell’autore, il suo amore per la vita e la sua curiosità e gioia di vivere. Il “Diario asiatico” in verità non è stato scritto direttamente da lui ma ricostruito da una serie di appunti di viaggio che Merton soleva annotare nei suoi taccuini e che sarebbero stati nelle sue intenzioni la base per un nuovo libro, appunti gettati all’impronta e perciò spontanei e non rivisti o ripensati e questo è uno dei pregi di questa opera. Un suo compagno di convento, fratello Patrick Hart, con pazienza ed amore li ha trascritti e riuniti nel loro ordine cronologico, rispettando il testo. interpretando talvolta con difficoltà, la calligrafia frettolosa delle righe scritte in aereo od in uno scompartimento traballante di un treno od in una poltrona di un hotel. Sono note di viaggio, ma anche un vero ed organico documento letterario che va molto al di là della cronaca giornaliera per penetrare in una visione particolare del mondo, scoprendo così fino nelle pieghe più intime, l’animo di un uomo nella sua interezza, nei suoi dubbi esistenziali, nella sua continua ricerca di una verità che si può rivelare ovunque e dell’amore per la bellezza della vita dell’uomo. La visione, che potremmo definire “occidentale”, della vita umana si stempera e si diluisce in un rapporto continuo con l’esistenza e con la bellezza dell’esistenza al di là ed oltre qualsiasi concezione predeterminata. Ed in certi momenti il suo pensiero si esprime in poesia, versi gettati di corsa nel correre veloce del tempo durante un volo in aereo:
Non piangere. Talelo.
L’amore ha piedi di loto
I campanelli alle caviglie
Sono come teneri fiori d’alberi.
Talelo.
Tu che vieni a bere sulla terra
Latte avvelenato
Non piangere più. Talelo?
La carpa sta saltando
nel riso rosso. Talelo
……………………
Merton vive la pienezza della vita e ne subisce il fascino che ricerca e trova ovunque. Credo che nessuno abbia saputo in poche righe descrivere così profondamente la visione estatica delle grandi sculture nella roccia, di Polannaruwa a Ceylon: “ Io riesco ad avvicinarmi ai Buddha a piedi nudi. Tra l’erba e la sabbia umide, indisturbato. Poi il silenzio di quei volti straordinari. I grandi sorrisi. Enormi e nello stesso tempo sottili. Che possono voler dire tutto e non fare nessuna domanda, conoscere tutto, e non rifiutare nulla…..la materia tutta, la vita tutta, sono colmi di dharmakaya.. tutto è vuoto e tutto è compassione. Io non so se nella mia vita non ho mai provato un senso tale di bellezza e di validità spirituale sfocianti in una illuminazione estetica…. Non so che cosa altro rimane oltre quello che oscuramente stavo cercando.…Questa è l’Asia in tutta la sua purezza non ricoperta dalle sue immondizie, asiatiche, europee o americane ed è limpida, pura. Completa. Essa dice tutto; non ha bisogno di nulla.”
Merton, prima di arrivare a Bangkok per partecipare al Congresso sul monachesimo, compie il suo lungo viaggio in Asia e ne racconta i particolari con la vivezza del grande narratore ed osservatore alla ricerca dei luoghi più significativi e di altrettanti contatti umani, dalla piccola mendicante indiana che si affaccia al finestrino del taxi per chiedere l’elemosina e poi sparisce inghiottita dalla folla di Calcutta, al funzionario di ambasciata canadese a Delhi che lo invita a cena con molti altri commensali di varie nazionalità. Brevi notazioni dipingono un ambiente e ne danno un vivo ritratto: ” La cucina francese all’ambasciata di questo paese era eccellente, e abbiamo bevuto due vini buonissimi. Devo dire che preferisco i ricevimenti delle ambasciate e madame Daridan era particolarmente charmante e interessante…. Le piace il sìvaismo, e in un certo qual modo si riscontra in lei qualcosa della grazia e della maturità che il vero sìvaismo comporta. Ma devo confessare che ho qualche preconcetto nei confronti della religione indù in quanto distinta dalla filosofia….. Sono rimasto più impressionato dai lama tibetani che ho conosciuto fino a qui.” E più avanti. “Per me tutta l’arte religiosa moderna ufficiale è assolutamente sgradevole, sia essa cristiana, buddista, indù, o che so io. Solo ciò che veramente fuori dal comune mi dice qualcosa.” A Colombo, a Ceylon, annota: “Andando all’aeroporto di Katunayake, ho visto l’altro lato di Colombo. C’erano molte assurde statue cattoliche esposte in pubblico, spesso sotto vetro, in modo da farle apparire più vicine a Ganescha e ai santi indù. Ma si arriva improvvisamente a un punto in cui la religione diventa ridicola. E allora pensi che sei religioso nonostante tutto… .” Lungo il viaggio in treno per andare a Polannarwa gli appunti diventano una serie di versi che raccontano:
“..un esile fanciulla in verde cammina graziosa su un sentiero.
Bikkhu (monaci) con ombrelli su un sentiero.
…….
Si prega di astenersi dal viaggiare sui predellini
tenendo aperte le porte dei vagoni
è molto pericoloso
……
Alte montagne azzurre cominciano a mostrare
Le loro teste all’orizzonte.
……”
“Una graziosa ragazza in piedi nel torrente guarda verso il treno,
si gira, getta un pezzo di sapone nell’erba, prende un secchio
e versa l’acqua sulla testa una prima volta-poi esce dall’acqua e
lo fa rapidamente diverse volte.
La camicia bagnata le si è tutta appiccicata addosso. .
E’ molto bella nei suoi gesti.
La ragazza è bella così fresca e bagnata.
Il ragazzo tira zolle di terra a una mucca legata
Donne si strofinano l’un l’altra la schiena.
……..
Stupa bianco nella foschia delle risaie.
Un’incantata strada di immondizie serpeggia vuota fra le colline
Su un dirupo nero brilla l’acqua
Un uomo e un cane se ne vanno tranquilli per la risaia.
…….
Case nuove bianche
Giardini ombrosi
Terra rossa
Siamo a Kandy.”
Con poche pennellate, Merton ci racconta, ci fa seguire, le sue impressioni del viaggio che, in ogni momento, è per lui motivo di gioia e di vita. E’ una cronaca, ma anche un documento letterario, intenso per folgoranti intuizioni, un testamento spirituale ed un grande messaggio di umanità e di fede.
Al di là di questi racconti nei suoi appunti ed è forse la parte più interessante, c’è il tentativo di penetrare nel mondo asiatico attraverso un’ indagine approfondita delle religioni , saltando in modo apparentemente disordinato da una all’altra, da una setta all’altra ma in realtà seguendo un preciso disegno di ricerca finalizzato ad individuare i punti comuni, i contatti fra esperienze diverse, nella profonda concezione di un ecumenismo totale quale meta finale. Ecco così spaziare liberamente dal buddismo tantrico allo zen, dall’induismo all’islamismo, dal sufismo al Vedanta, con citazioni di autori e testi come Tucci, Marco Pallis, Desjardins, Milarepa e S.B. Dasgupta, dimostrando una profonda conoscenza delle loro opere e delle varie dottrine. L’incontro anzi gli incontri con il Dalai Lama disegnano un ritratto del personaggio e dal punto di vista religioso e dal punto di vista umano, come raramente si trova in altri testi, dimostrando altresì una grande capacità di espressione e di sintesi. E così per gli incontri con altre figure del mondo religioso o diplomatico o con figure non note ma significative. Tutto il libro è pervaso dalla sua volontà di indagine, di ricerca che non lo porta mai a dimenticare il senso della sua vita e della sua scelta e con esso tutti i dubbi che una profonda maturità religiosa porta comunque con sè.
Pochi giorni prima della sua morte improvvisa scrive una pagina fra le più affascinanti e più inquietanti che nasce improvvisa senza apparente legame con quanto stava dicendo. E’ a Daarjeeling dopo incontri con monaci esuli tibetani e la visione affascinante ed insieme misteriosa del Kanchenjunga ed è il 19 novembre:
“Le tre porte ( esse sono un’unica porta). 1) La porta del vuoto. Del nessun luogo Del nessun luogo per un io, il quale non può essere penetrato da un io……ma è davvero una porta? La porta della non porta. ….. 2) La porta senza indicazione senza alcun segno. Non particolarizzata. Per cui non si può dire di essa: <è proprio questa! Questa è la porta! ….. Nessuna indicazione che dica: <<USCITA>>. 3) La porta senza desiderio. L’indesiderata. La porta non programmata. La porta mai attesa. Mai voluta. Non desiderabile come porta …….non per pochi non per molti. Non per. ”
L’8 dicembre Merton scrive le ultime parole dei suoi appunti: “Oggi è la festa dell’ Immacolata Concezione. Tra pochi minuti esco per andare a dire messa alla chiesa di S.Luigi. Andrò col Delegato Apostolico, e questo pomeriggio alla sede della Croce Rossa”. Scrisse queste righe nella sua camera dell’Horiental Hotel di Bangkok e con esse termina il suo diario e la sua vita.
Dobbiamo aggiungere che il testo è arricchito da numerosissime note esplicative e bibliografiche che fanno di questo libro una vera fonte informativa sulle religioni asiatiche. Sono anche riportati i testi della conferenza di Merton tenuta a Bangkok il 10 dicembre dal titolo” Marxismo e prospettive monastiche”, ed altri suoi scritti. In aggiunta ci domandiamo come mai questo libro non sia stato ristampato in successive edizioni.
ing. Mario Dalmazzo