Akosombo 1962

di Mario Dalmazzo


La grande diga

La maggior attrazione turistica che oggi, negli anni 2000, il Ghana offre ai suoi visitatori, è certamente il “Volta Lake”, il più grande lago artificiale del mondo con i suoi 8000 chilometri quadrati di superficie, in mezzo ad un paesaggio collinare coperto di vegetazione tropicale.
Nel 1962, proprio durante la costruzione della grande diga che prende il nome da Akosombo, mi trovai a passare di là proprio quando i lavori erano iniziati da un anno e fu per me un’esperienza di grande interesse che raccontai in un articolo che qui ripropongo come ricordo di un evento certamente memorabile per il lavoro italiano, che è bene non dimenticare. Aggiungo poi un altro scritto di un percorso fluviale che feci negli stessi giorni per visitare villaggi e popolazioni lungo il fiume, che sarebbero spariti con la nascita della diga e la formazione del grande lago.
Nella sezione Immagini del nostro sito inserisco una serie di
foto che documentano visivamente il racconto. Non sono foto di qualità ed il tempo le ha anche peggiorate ma illustrano quanto ho scritto.
Il silenzio antico che avvolgeva le foreste sulle colline di Akwipim è ormai finito per sempre. Dal giorno dell’arrivo delle prime squadre di geologi, ingegneri e tecnici per i sondaggi, le misurazioni e i rilievi, sul corso del Volta che pigramente discende verso il mare svolgendo in lente spire il suo scorrere fra il verde intenso delle selve, da quel giorno, la pace secolare ebbe termine.
Fu deciso che la grande diga si sarebbe fatta presso Akosombo, là dove il fiume, dopo una serie di brevi rapide fra piccoli isolotti affioranti, si piega verso il Togo in una grande curva a circa 80 miglia dalla costa.
Vi si arriva da Accra per la strada che appunto conduce verso il Togo e che oltrepassa il fiume con un grande ponte in ferro. Dopo aver percorso una regione bruciata ed arida ci si addentra nella foresta e giunti al ponte, senza varcarlo si prosegue a sinistra verso Akosombo. Che cosa significhi questo nome non è chiaro; un villaggio o forse solo una collina. Ora Akosombo è la diga e nient’altro che la diga che sorgerà. Arrivando da lontano si vedono a mezza costa le lunghe costruzioni basse, chiare, degli alloggiamenti,che poi spariscono quando la strada si incassa fra le pieghe del terreno. I cantieri di queste imprese gigantesche, in regioni remote e lontane appaiono al visitatore come qualcosa di miracoloso. Si presentano improvvisi, in contrasto con il resto del mondo attorno come cose nate per capriccio in un ambiente estraneo alla loro natura. Migliaia di piante abbattute, il terreno messo a nudo, le rive del fiume sconvolte come da un tremendo cataclisma. La foresta dall’alto appare squarciata da una grande ferita sulla terra viva che contrasta con il verde cupo attorno,ecco il cantiere, dove migliaia di uomini si agitano in tutti i sensi in preda ad una attività febbrile.
La diga nasce lentamente come un opera d’arte sotto le abili dita di uno scultore che plasmi a suo piacimento la materia. Le dita dei costruttori sono le grandi macchine scavatrici, i grossi trasportatori di terra, i mezzi meccanici modernissimi che affrontano la natura per modificarla e piegarla secondo un preciso piano previsto nei più minuti particolari. Gli uomini che guidano questa grande impresa sono italiani, gli stessi uomini che sullo Zambesi hanno appena terminato la diga di Kariba. E colui che tiene le fila è lo stesso che diresse il cantiere rhodesiano: l’ingegnere Mario Baldassarini. Mi si consenta una nota personale. L’incontro con Mario Baldassarini, là ad Akosombo aveva per me un significato particolare. Con lui a suo tempo avevo condiviso la camera, i problemi, le ansie e le gioie della vita universitaria; lo ritrovavo ora dopo tanto tempo in piena Africa equatoriale. La sua figura contrastava stranamente con tutto l’ambiente, i capelli biondi e la pelle chiara, che non si sono fatti domare dal sole africano, spiccavano sulle figure abbronzate di tutti gli uomini della diga. Non fu facile rintracciarlo nel cantiere, dove si spostava in continuazione, fulmineo, per vedere, controllare, esaminare tutto nei minimi particolari. Mi accolse semplicemente come se ci fossimo lasciati la sera prima e naturalmente mi parlò subito della sua creatura, la diga.
La sua storia inizia nel 1953 con la prima visita dei tecnici per individuare il punto più adatto per sbarrare le acque del fiume per creare così una fonte di energia elettrica per alimentare un grande stabilimento chimico per sfruttare la bauxite locale e produrre alluminio. Varie vicende per finanziare questo grosso progetto nel quale partecipavano oltre al governo inglese e quello del Ghana, la British Aluminium , la canadese Aluminium Ltd e l’Unione Sovietica. Lo stabilimento doveva sorgere a Tema sulla costa. Finalmente dopo un intervento del presidente del Ghana e del presidente americano Eisenhower il progetto si realizzò. Nel febbraio del 1961 una compagnia italiana, Impregilo , vinse la gara di appalto,era la stessa che già aveva costruito la famosa diga di Kariba in Rodesia.
Dalla finestra del suo piccolo ufficio in cantiere, che domina l’ampio panorama della valle, Baldassarini mi illustra il suo lavoro, le sue difficoltà, le sue speranze. Il Volta scorre in una regione collinosa ricoperta di fitta vegetazione; solo pochi villaggi di pescatori lungo le rive,destinati a venire sommersi dal grande bacino che la diga formerà; un bacino di 400 km. di lunghezza, con una superficie di 8000 kmq e una capacità di 1500 miliardi di mc. Cifre sbalorditive, dette con assoluta semplicità e naturalezza da chi è abituato a questi ordini di misura.
Il Volta è un fiume a regime africano tipico, con forti variazioni di portata fra la stagione secca e quella delle grandi piogge ed obbliga il lavoro ad adeguarsi ad esse. Qualunque difficoltà imprevista può produrre danni enormi nell’economia del cantiere. Ecco perché tutto il personale tecnico è impegnato ad una dedizione completa ed a una disciplina di lavoro quale non si immagina facilmente. La diga è del tipo “Rckfill” di concezione americana, costruita interamente in pietra con strati impermeabili in argilla. Lunga in cresta &00 metri alta 120 darà energia ad una centrale elettrica per iniziali 6 turbine per 128000 Kw. La diga in Rokfill costa assai meno di quella in cemento armato come quella di Kariba.
Al momento della mia visita in cantiere si sta lavorando a delle gallerie laterali che avrebbero permesso la deviazione del fiume e resa possibile la costruzione della diga stessa. Non aggiungo altri dati tecnici ma dirò che il personale impiegato è arrivato a 200 operai bianchi e 2000 di colore locali. Tutto questo per dare un idea della mole di questa opera ciclopica realizzata dagli italiani in terra d’Africa.
Alle difficoltà tecniche per la sua realizzazione si aggiungono in misura forse non minore, quelle logistiche con tutti i problemi connessi all’organizzazione in piena foresta equatoriale, di una comunità di persone di disparate provenienze, livello e razza. Ho vissuto per poco nel villaggio, ma abbastanza per rendermi conto della vita di questi pionieri moderni, una vita che si impernia quasi esclusivamente sulle vicende racchiuse in quella breve area disboscata nella foresta attorno alla diga.
Molte le famiglie dei tecnici italiani; le donne ed i bambini si sono facilmente assuefatti ed oltre il prevedibile, alle condizioni di vita e di ambiente. Il grande caldo c’è ma rimane fuori dai graziosi ambienti di soggiorno e dalle camerette tutte con aria condizionata. Gli appartamentini sono tutti uguali: da quello del direttore a quello dell’ultimo carpentiere; sono le donne che li personalizzano e li differenziano con arredi ed ornamenti portati dalla patria lontana e tenuti quasi come reliquie. Alle cinque del pomeriggio, quando sembra che il torrido sole allenti la sua morsa, le signore si fanno visita per una tazza di tè. Come in tutte le comunità, si formano piccoli clan, dei salotti dove i fatti del giorno, dal vestito nuovo arrivato da Milano via aerea, al comportamento dei boys ed ad altri piccoli fatti, sono oggetto di giudizio, di critiche e di pettegolezzo. Come a casa. Il supermarket, la scuola ai margini del villaggio, la chiesa, sono altrettanti punti di incontro.
Dall’altra parte del fiume il villaggio dei lavoratori con il loro colorito mercato, le donne avvolte nei loro colorati costumi sedute al margine della strada ed il festoso baccano caratteristico. Dietro questa facciata i consueti piccoli drammi: la moglie dell’ingegner Y ha perduto il suo boy, la moglie del caposquadra ashanti vuole abbandonare il marito, la corrente non arriva e così via. A tutto questo provvede un uomo che racchiude in se tante funzioni: da capo dei pompieri a giudice conciliatore a sindaco di questa eterogenea collettività. Ne ricordo il nome , il signor Bicelli che con accento romanesco risolve tutti i problemi anche i miei piccoli nel breve mio soggiorno.
Attorno a tutto questo piccolo universo il “bush”, che si vede drammaticamente distrutto pezzo a pezzo e che vanamente assedia il cantiere che cresce.
Ho voluto prima di partire conoscere questo mondo attorno, destinato a finire e sono andato con una barca a motore lungo il fiume a trovare i villaggi che spariranno quando la diga sarà finita. Ecco quello che ho trovato.

Un villaggio sul Volta
Per tutti loro e “giu-giu” la grande diga dei bianchi

La grande barca a motore scivolava sulle acque gialle del fiume risalendo verso le rapide, a nord dei lavori della diga. L’indigeno dalla prua scrutava lungo le rive coperte dal fitta vegetazione equatoriale per trovare un approdo. Akosombo era ormai lontano e lontano era il frenetico fervore di vita che si muoveva intorno alle basi della grande diga in costruzione: la foresta era tornata a dominare e lo spazio dilagante al di sopra delle colline verdi di Akwipim dilatava il silenzio al di la dello sciabordare dell’acqua sui bordi della barca e del sordo ronzio del motore. Gli intrigati grovigli di foglie degli alti alberi sulle rive, nascondevano alla vista i branchi di scimmie che si intuivano dall’agitarsi improvviso del fogliame.
La barca ora costeggiava la riva destra sfiorando i rami degli alberi ricurvi sulle acque che segnavano piccole scie nel lento scorrere del fiume. Nessuno di noi parlava. Vi era come il timore di rompere un attonito incanto della natura con un suono, un gesto ad essa estraneo; l’uomo di prua ad un tratto segnò con la mano indicando avanti sulla sponda un triangolo giallo di terra nuda. Nell’acqua una piroga semi sommersa legata ad un paletto. Eravamo giunti ad un approdo.
Lentamente ci portammo a riva e per primo scesi a terra avviandomi poi subito per un erto sentiero che saliva e spariva in mezzo all’intrico dei rami. Mi inoltrai più avanti lungo la traccia appena segnata, penetrando in una atmosfera di luce filtrata attraverso minutissimi schermi di tutte le tonalità del verde, sul tappeto morbido del sottobosco. Era sufficiente aver perso il contatto con gli altri, per aver la sensazione di esser immerso in un mondo in cui i valori temporali e spaziali avevano una diversa unità di misura. Un senso di solitudine che incuteva timore, ma che destava più nel corpo che nell’animo sensazioni spontanee di uno stato difensivo attraverso una apparente acutizzazione dei sensi.
La foresta immota rispondeva solo con un lieve stormire e con sommessi ed indistinti fruscii. Camminai ancora e finalmente raggiunsi la meta del nostro viaggio: un villaggio perduto, un villaggio la cui vita era ormai segnata e decisa dai grandi lavori che a valle preparavano lo sbarramento al fluire delle acque. Un villaggio senza nome che non avrebbe lasciato ricordo alcuno, destinato a sparire silenziosamente , sommerso dalle acque del grande bacino che la diga di Akosombo avrebbe creato, interrompendo il millenario corso del fiume.
Si apriva al fondo del sentiero una piccola radura, quasi una pausa nell’incalzare verde della foresta: le capanne sorgevano tutte attorno creando al centro un piccola piazza. Vi giunsi lentamente per non turbare con una improvvisa apparizione la vita silenziosa e tranquilla che là si svolgeva. I bambini, piccoli animaletti sensitivi, avvertirono per primi la mia presenza e mentre il terrore si dipingeva negli occhi dei più piccoli in fuga, i grandicelli ci circondarono e ci scortarono circospetti sino alle capanne. Gli uomini, pochi, e le donne assisi in cerchio, erano intenti alle loro solite occupazioni e al nostro arrivo non interruppero il loro lento lavoro. Notai che erano donne vecchi e invalidi; i giovani erano forse sul fiume alla pesca o forse si erano spinti fino ad Akosombo, per spiare le incomprensibili manovre del cantiere. Tutta quella gente era stata informata del destino che l’attendeva ma aveva accolto la notizia come una paradossale predizione alla quale era assolutamente impossibile dar credito; il vecchio capo che passava tutta la giornata seduto sotto la sua tettoia regale, rideva divertito ai racconti dei giovani che narravano come gli uomini bianchi perdessero un inutile tempo nel tentativo di svuotare il fiume, prendendo l’acqua del fiume a monte e portandola a valle attraverso un grande tubo. Non altrimenti erano interpretate le operazioni di dragaggio del fondo del fiume, in corso ad Akosombo. Nella somma saggezza dei suoi lunghi anni vissuti, il capo poteva rassicurare la sua gente che le predizioni dei bianchi non si sarebbero mai avverate.
Dopo i primi attoniti sguardi i bambini acquistarono confidenza con gli ospiti straordinari ed incuriositi incominciarono a toccare le macchine fotografiche, l’orologio e ad accettare strabiliati i piccoli doni e le monetine
offerte. Intanto la vita del villaggio continuava a fluire intorno a noi con la secolare lentezza di coloro che non avevano nulla di nuovo da attendere se non il verificarsi di eventi naturali, senza alcuna possibilità alcuna di modificarne il corso. I gesti più comuni apparivano quasi rituali per la lenta compostezza del movimento. La piccola società era organizzata secondo la legge del “clan”. Il capo è padre di tutti e tutti in lui sono fratelli; egli regola la vita di ogni giorno ed amministra la giustizia; la sua saggezza per i lunghi anni di vita, lo pone al di sopra degli altri. Egli sa guardare nel cielo, predire l’avvicinarsi delle piogge e degli uragani, sa legger nel volo degli uccelli. La manifestazione della sua potenza è data dalla sua immobilità. Un grande saggio, un grande capo, limita i gesti all’essenziale. Egli vide il nostro gruppo avvicinarsi, ma restò immoto seduto in attesa del dovuto omaggio.
Ci guardammo e ci parlammo, ognuno nella propria lingua , tenendoci reciprocamente le mani. I bambini gli portarono le monete avute in dono: nessun abitante del villaggio ha una proprietà; tutto è in comune, solo il capo può ricevere ed in un secondo tempo distribuire.
Mentre si svolgeva lo strano colloquio e lo scambio dei convenevoli, il “giu-giu” del villaggio cercava di far notare la sua presenza e di misurare il suo potere, egli è l’unica forza contro la quale il capo è talvolta impotente, è la forza dell’inconscio, la forza della magia di cui è permeata la loro vita.
“Giu-giu” è lo stregone, “giu-giu” è tutto ciò che i nostri sensi non percepiscono, tutto ciò che sta al di là della loro comprensione, ma che è vero e reale come il fiume, la foresta e la pioggia. Nell’anima dell’ indigeno non c’è differenza tra ciò che accade e ciò che si vorrebbe accadesse.
Man mano che la nostra visita si prolungava, i pochi abitanti divenivano per noi dei personaggi con la loro piccola storia. Una storia di lotta dura per la sopravvivenza in un mondo ostile, in una estrema miseria di mezzi e di cose.
Il villaggio moriva: la sua agonia era iniziata da molto tempo e la sua fine era decisa assai prima che i bianchi la decretassero. I giovani validi se ne erano andati già da tempo, uno ad uno si erano allontanati verso sud attratti da un mondo misterioso e da un fermento nuovo di vita della civiltà incalzante. Restavano solo le donne, i bambini e gli invalidi che sopportavano le loro infermità con sereno fatalismo, quasi a sostituire con quella rassegnazione analgesici mai conosciuti.
Era ormai tardi ed il ritorno lungo il fiume ci imponeva la partenza: una giovane donna seduta con il suo piccolo in grembo non si era mai mossa ed aveva continuato a guardare quietamente i visitatori inattesi. Sul suo volto di una strana bellezza gli occhi erano miti e dolci e ci seguivano senza alcuna espressione di timore nè di sorpresa o curiosità. Attraverso di lei ci guardava un mond o primordiale le cui ancestrali radici si affondano nelle più remote origini umane. La fissai a lungo prima di andarmene, quasi cercando di scorgere in lei un lampo di comunicazione che avvicinasse i nostri due mondi così distanti quasi a cercare una continuità di vita nel villaggio ormai condannato dalla mia stessa gente. Ma ella continuava a guardarmi come un qualsiasi altro oggetto estraneo, come se non fosse assolutamente possibile un qualsiasi punto di intesa.
Quello sguardo intenso eppure lontano e staccato è rimasto per me come ultima immagine di questa insolita visita ad uno dei tanti villaggi che sarebbero scomparsi sotto le acque del grande lago. A valle i lavori della diga continuavano intensi ed il loro rumore mentre la nostra barca era sulla via del ritorno, mi richiamava a poco a poco alla mia realtà di uomo moderno sollevandomi dall’incantesimo di un mondo solo intravisto ed ormai tanto lontano.