Riceviamo dal nostro socio prof. Alfredo Petralia il testo di una sua memoria scritta per la rivista "Il Grifone" dell'associazione ambientalista italiana "Ente Fauna Siciliana" e riteniamo interessante portarlo a conoscenza de nostri lettori per l'attualità dell'argomento che investe anche tutta la nostra attività di viaggiatori del mondo.

2002 Anno Internazionale dell'Ecoturismo
prof. Alfredo Petralia

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2002 Anno Internazionale dell’Ecoturismo. Un momento significativo in tale contesto è stato il World Ecoturism Summit tenutosi lo scorso maggio a Quebec, Canada, preceduto da una fitta serie di conferenze regionali, seminari ed altre attività che hanno preparato l’evento mondiale.
Il Summit ha espresso un ampio scacchiere di interessi per una tematica di crescente importanza non solo come settore di notevole potenzialità per lo sviluppo economico, specialmente in aree dove esistono poche altre possibilità, ma anche come potente strumento per la conservazione dell’ambiente naturale a condizione che esso venga adeguatamente gestito.
Si tratta di linee generali in sintonia con la filosofia delle Nazioni Unite nel campo dello sviluppo sostenibile che si è via via organizzata nelle sua articolazioni concettuali già presenti nelle indicazioni della Convenzione sulla Diversità Biologica relative al turismo sostenibile che, secondo la World Tourism Organizzation, deve mirare a conciliare le richiesta dei turisti di fruizione delle risorse naturali, sociali, etiche e culturali, con l’esigenza di garantirne nel contempo l’integrità accrescendone anzi le potenzialità per il futuro.
L’ecoturismo in questa prospettiva è caratterizzato da alcuni aspetti peculiari che lo contraddistinguono. E’ mirato alla promozione di una positiva etica ambientale; non determina il degrado o l’esaurimento delle risorse; concentra l’attenzione sul valore intrinseco delle risorse naturali rispondendo ad una filosofia più biocentrica che antropocentrica; richiede all’ecoturista di accettare l’ambiente nella sua realtà senza pretendere di modificarlo o adattarlo a sua convenienza; si fonda sull’incontro diretto con l’ambiente il che esclude che la visione di filmati o la visita di parchi zoologici possano essere considerati una esperienza ecoturistica; si ispira ad una dimensione cognitiva diretta.
La International Ecoturism Society ha adottato una definizione sintetica di ecoturismo che suona come “ l’immergersi nelle aree naturali per comprendere la cultura e la storia naturale avendo cura di non alterare l’integrità degli ecosistemi e di garantire opportunità economiche che rendono la conservazione delle risorse naturali vantaggiose per le popolazioni locali ”.
Nel caso particolare dell’ecoturismo nelle aree protette la sua sostenibilità va ricondotta ad una serie di principi, solennemente proclamati in varie sedi internazionali a partire dalla Conferenza Mondiale sul Turismo Sostenibile del 1995, che costituiscono la “Carta per lo sviluppo sostenibile nelle aree protette”. Vi si afferma tra l’altro che la possibilità di accogliere visitatori in una area protetta non e illimitata; che l’impatto delle attività turistiche va pianificato e gestito in modo da minimizzare l’uso delle risorse e dei danni collegati al turismo stesso; che è importante creare nuove e appropriate opportunità come il riuso o la conversione di edifici abbandonati o il coinvolgimento dei turisti in azioni di tutela delle aree di loro interesse; che va incoraggiato il coinvolgimento delle popolazioni locali nei processi di decisione finalizzati a garantire i benefici del turismo ecologico; che vanno sviluppate attività di fruizione basate sulle intrinseche qualità anche culturali delle aree protette.
Non c’è dubbio che ormai tutto questo è un patrimonio di idee largamente incorporato o visto almeno come obiettivo teorico dalle strutture e dagli staff di gestione delle aree protette ovunque nel mondo: forse non è ancora sufficientemente presente nella coscienza collettiva dei fruitori che va educata e incoraggiata a condividerlo e a farlo proprio.
Ma l’ecoturismo, superata la fase pionieristica, sta ormai facendo un salto di qualità caratterizzandosi sempre più come un campo di studio e di indagine che si inserisce nella articolata diversificazione della ecologia applicata. Una testimonianza, tra le tante, viene dal Department of Natural Resources Planning & Interpretation della californiana Humboldt State University che, con il suo Institute for Ecological Tourism, affronta le problematiche dell’ecoturismo sotto il profilo scientifico e in tal senso offre i suoi programmi di formazione universitaria di vario livello.
Padre dell’ecoturismo scientifico è appunto ritenuto Alexander Von Humboldt nato a Berlino nel 1769: a 30 anni compì un viaggio di 6000 miglia nel Nuovo Mondo motivato dal proposito “di scoprire come le forze della natura agiscano reciprocamente ed in che modo l’ambiente geografico eserciti la sua influenza su animali e piante”. Il viaggiare era dunque per Humboldt una necessità legata alla ricerca in quanto, pensava, “…non si possono studiare le relazioni nella natura rimanendo seduti tra i confort di casa propria. Bisogna andare nel mondo, in ogni suo angolo che si possa raggiungere, se si vuole saggiare e provare una teoria. Imparare, viaggiare e così imparare ancora”. Era quindi fermamente convinto dell’importanza delle interrelazioni tra tutti gli oggetti naturali, minerali, rocce, suolo, piante animali, esseri umani: un concetto rivoluzionario per i suoi tempi che ispirerà tutta la sua intensa carriera scientifica nel campo naturalistico, della geografia e della meteorologia. Dai suoi contributi prenderanno origine nuove discipline come la climatologia comparata più tardi incorporata nella ecologia.
E’ facile riconoscere la modernità del pensiero di Humboldt così come è auspicabile che esso sempre più si diffonda come manifesto ideale di fondo per le riflessioni proposte dal Summit, nel contesto dell’ecoturismo, sul punto chiave strategico della sfida per la ricerca dell’equilibrio tra sviluppo economico e conservazione delle risorse naturali: è questo il significato dell’appello conclusivo che il Summit (più di mille i partecipanti convenuti da 132 paesi) ha indirizzato ai poteri pubblici di qualunque livello, al settore privato, alle organizzazioni non governative o istituzionali di ogni genere, alle comunità locali, nella sua Déclaration de Québec sur l’Ecotoutisme.
Tutto questo offre certamente stimolanti spunti per un dibattito sul tema ma altrettanto ci si rende conto delle difficoltà che si presentano sul piano concreto quando si passa dalla teoria alla pratica. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il problema, non ancora risolto, delle priorità: troppo spesso, di fatto, finiscono con il prevalere le ragioni dello sviluppo su quelle della conservazione come si può costatare, senza grossi sforzi, guardandosi attorno sia a livello locale che più ampio.
La questione naturalmente non è chiusa e le discussioni di Quebec avranno un seguito nel prossimo importante appuntamento planetario che verrà celebrato tra la fine di agosto e i primi di settembre, il “Johannesburg Summit 2002 on Sustainable Development”. Sviluppo sostenibile, uno slogan diventato, da quando è stato coniato, una sorta di tormentone che un autorevole ecologo italiano, in vena di amenità, ha tradotto in termini elementari ma efficaci, come la arcaica aspirazione ad avere la botte piena e la moglie ubriaca.