Eraclito - panta rei

Diceva Eraclito, più di duemila anni fa, che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume. Dicevano i Greci sempre più di duemila anni fa che l’ "adunaton", l’impossibile per eccellenza, è che ciò che è avvenuto possa non essere avvenuto. Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro, da un tempo all’altro. Tutto cambia dentro e fuori di noi anche se non sempre riusciamo a percepire questo continuo cambiamento. La cosa più appariscente di noi, il nostro corpo, da un istante all’altro è sempre diverso e noi viviamo in questa continua diversità e di questa continua diversità. In noi nasce e muore qualcosa in ogni momento della nostra esistenza ed in ogni momento noi non siamo più quello che eravamo un momento prima, il nostro corpo è cambiato, la nostra mente è cambiata, il nostro pensiero è un altro pensiero che lo si voglia o no. Perdiamo cellule del nostro corpo perdiamo neuroni del nostro cervello che non torneranno mai più, perdiamo ricordi sommersi da altri continuamente sorgenti che si sovrappongono pronti anch’essi a sparire nel nulla, nel vuoto della nostra memoria e gli stessi che crediamo di conservare sono diversi da un momento all’altro. Per quanto grande sia quello che noi chiamiamo memoria, essa non è mai capace di trattenere fermare per un attimo il nostro continuo divenire. Tutti gli eventi sono continuamente mutevoli come il paesaggio che ci corre via veloce da un finestrino di un treno e del quale ben poco riusciamo a trattenere. Un po’ di anni fa ne ebbi questa precisa sensazione in un particolare momento. Mi trovavo un giorno nell’isola di Giava sulla costa sud orientale ed era verso il tramonto. Avevo lasciato la via asfaltata e mi ero addentrato a piedi in un sentiero appena segnato in una fitta vegetazione equatoriale per cercare le rive di un fiume che non doveva essere molto distante. Non c’era nessun motivo per farlo se non la curiosità di vedere qualcosa che supponevo ci fosse, qualcosa che era semplicemente un fiume, un fiume come un altro, come tanti altri fiumi. Ma volevo vedere proprio quello. Dopo un tortuoso percorso del sentiero in un mondo di ombre sempre più fitto, nel silenzio profondo che spesso precede il calare del sole, arrivai improvvisamente sulla riva fra la fitta vegetazione, uscendo nella luce. Non c’era neppure la sponda del fiume perché le piante sorgevano dall’acqua nascondendola completamente e dovetti attaccarmi ad un piccolo albero per non scivolare. La corrente era veloce, molto veloce e l’acqua di color grigio cupo come il cielo che si rispecchiava, si frangeva in superficie in un infinità di sottili rivoli che intrecciandosi fra loro, componendosi e ricomponendosi in mille modi, creavano una serie di disegni in continua mutazione che l’occhio percepiva ed immediatamente perdeva senza possibilità di fermarne uno, di individuarlo e ricordarlo. Un silenzio assoluto, Il moto stesso dell’acqua non produceva neppure un leggero fruscio. Gli uccelli che fino a pochi istanti prima mi avevano accompagnato con il loro canto ora tacevano. Non so quanto tempo sono rimasto là, forse un secondo o forse un’ora. In quegli istanti guardavo l’immobilità del moto e questa espressione contraddittoria solo in apparenza, mi ha accompagnato poi per tutti gli anni seguenti e l’immagine più ?vera? dell’immobilità del moto che non oso chiamare eterno perché ancora non ho compreso il significato di questa parola. Ma mentre, attaccato al mio albero, quasi sospeso sull’acqua che fuggiva via dai miei sensi verso una dimensione irraggiungibile, improvvisamente alle mie spalle il ?tempo? irruppe con la violenza della sua inesorabilità, con il suo ?verbo?, con il suo suono, riempiendo anche gli angoli più nascosti della boscaglia ma anche le mie fibre più interne. Il suono di una enorme campana invisibile era esploso improvviso e le vibrazioni si propagavano attorno e si prolungavano verso un tempo ed uno spazio inesauribile ed indefinibile senza direzione. Non sapevo che era una campana, una enorme campana di bronzo che avrei trovato di lì a poco sulla via del ritorno e che percossa con una grossa mazza di legno emanava quel suono basso e profondo che vibrava a lungo nella foresta. Lungo il sentiero del ritorno c’era una tettoia nascosta nel folto della vegetazione, costruita con grossi tronchi che sorreggevano la grande campana e ne sopportavano il peso. Era lì da gran tempo e chi passava poteva far risuonare il suo richiamo. Provai anch’io ed ascoltai il suono che si diffondeva ed espandeva, sommergendo come una ondata tutto attorno e provai ad immaginare verso chi quel mio messaggio fosse diretto nel e fuori del tempo.

Mi ricordai di Eraclito, mi ricordai di me stesso e di come cambiavo continuamente e di come non fossi mai, in ogni istante lo stesso come quelle piccole onde che il ramo di una pianta generava in continuazione sull’acqua mai uguali una all’altra mai uguali a se stesse.
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Ecco che un giorno nel quale si compivano per me un certo numero di anni della mia vita, volli cercare di documentare me stesso attraverso quelle variazioni che sono di più immediata percezione e per me e per chi mi guardi da fuori, le variazioni della mia fisionomia che avrei potuto definire con “variazioni fisionomiche di essere umano nel corso del ventesimo secolo. Per registrarle in qualche modo ho ricercato fra le vecchie fotografie quelle che bene o male mi rappresentavano sia pure con discontinuità nelle varianti fisionomiche nel corso degli anni, la maggior parte foto di vecchie tessere. Eccole qua ed eccomi qua a domandarmi che cosa ha a che fare questa figura di vecchio con quella del giovane soldato o quella dell’infante. Ma!! Chissà se hanno mai avuto qualcosa in comune fra loro se non il tempo inesorabile che le portava via.