Il Lungo Fiume e la Grande Diga delle Tre Gole
Viaggio nel cuore di una Cina in movimento


di
Fabrizio Eva - www.fabrizio-eva.info


La Cina fa impressione. Viaggiando dall’interno a Pechino, prima lungo il Fiume Azzurro fino alla grande diga delle Tre Gole e poi verso la capitale si vede dovunque un’opera in corso di potenti cambiamenti, che convivono con una Cina che lascia vedere le condizioni socioeconomiche di qualche decennio fa e fa percepire la lunga, lunghissima dimensione storica di questa cultura.

Qualunque proposta politico-sociale deve fare i conti con l’applicazione pratica in un territorio concreto e perciò l’organizzazione del territorio è un indicatore fondamentale per capire cosa sta avvenendo (o è avvenuto) in una determinata società.

L’aeroporto di Pechino non è diverso dagli altri anche se è meno pretenzioso e questo perché non ha ancora un traffico internazionale a livello dei grandi hub; quando ci arriverà, e non manca molto, sicuramente i dirigenti di Pechino non baderanno a spese per garantirsi una immagine adeguata al ruolo che la Cina intende svolgere nel contesto mondiale. Per il momento questa operazione di immagine, ma con basi molto concrete, è sviluppata in altri ambiti e la grande diga delle Tre Gole ne è l’esempio migliore.

Per chi ha una certa età e la conoscenza del passato fortemente ideologizzato cinese fa un qualche effetto l’accostamento dei simboli e dei segni di una repubblica “popolare” comunista a pubblicità di prodotti di consumo d’élite, insegne di società di affitto di automobili, apparecchi di cambio e distribuzione automatica di banconote dove è possibile usare tranquillamente la propria tessera bancomat per avere gli yuan cinesi (cosa che in Giappone non è possibile).

Arrivare in un paese dalla scrittura ideografica o simile (Cina, Giappone, Corea) fa tornare ad uno stato di analfabetismo puro. Ci sono per fortuna molte scritte in inglese all’aeroporto, ma l’effetto spaesamento è forte. Il visitatore incerto viene facilmente arpionato da qualche gentile cinese che intuisce a gesti le necessità e ti aiuta a risolverle; questo in cambio di una mancia, contrattata quanto alla cifra, e magari anche con il tentativo di approfittarne nel veloce giro di documenti, soldi, timbri. Del passato sembra rimanere la evidente preoccupazione nei confronti di qualunque soggetto in divisa che sia nelle vicinanze.

L’arrivo all’aeroporto di Chongqing non è diverso dal solito, anche se c’è un controllo effettivo in uscita del numero dei bagagli; nella hall anche qui si trovano persone coi cartelli che indicano il cognome di chi stanno aspettando. La gran parte dei cognomi (ma c’è anche qualche nome proprio: Peter ad esempio) è straniero. Mentre si viaggia lungo le arterie principali inizia un inconsapevole gioco a cercare di capire quali costruzioni e quali aspetti della vita che si osservano oltre il finestrino sia “nuovo” (cioè post riforme di Deng Xiaoping)  e quali invece siano “vecchi” (cioè del periodo maoista). Non sempre è facile distinguere la cosa, anche perché il periodo maoista, a dispetto delle rappresentazioni catastrofiche e pauperistiche, è stato un periodo di modernizzazione del paese e le città possono apparire squallide, ma esattamente come i quartieri dormitorio e periferici di molte metropoli occidentali.

L’enorme cantiere  che si vede alla sinistra della superstrada, per ora fatto quasi solo di potenti sbancamenti, è quello del futuro aeroporto e le dimensioni sono un indicatore della grandiosità de progetto. Del resto Chongqing (ed un vasto circondario) è stata dichiarata recentemente area metropolitana autonoma, quarta dopo quella di Pechino (Beijing), Tientsin (Tianjin) e Shangai (Shanghai). E’ uno degli effetti secondari della costruzione della grande diga; più autonomia e fondi per far fronte alle necessità connesse alla rilocalizzazione da queste parti di centinaia di migliaia (o forse più di un milione) di persone a causa dell’innalzamento delle acque. Inoltre con la maggiore navigabilità del Fiume Azzurro (Yangtze o Yangzi, Chang Jiang in cinese) è previsto un aumento considerevole del traffico fluviale (fino a cinque volte di più) e questo aumenterà ancor di più il ruolo di interscambio commerciale e di polo di attrazione rispetto all’intero bacino del Sichuan che la città ha sempre svolto. Sono già state fatte opere di consolidamento e ristrutturazione dell’area degli attracchi navali (già sparite casette e catapecchie lungo la riva) in previsione della crescita economica e dell’innalzamento delle acque, che per qualche metro toccherà la città anche se si trova a circa 600 chilometri a monte della nuova diga.

Chongqing sta subendo l’impatto della forte “occidentalizzazione” che si manifesta nei numerosi cantieri di grattacieli e di infrastrutture. Accanto ad aree con edifici di una Cina povera e più vecchia (case basse, molti negozi di piccole e piccolissime dimensioni, poche insegne luminose, ristorantini e banchetti alimentari di ogni tipo) ci sono zone con una edificazione moderna di stampo socialista (casermoni di 7-8 e più piani, fabbriche, spacci, strade e passaggi pedonali, palazzoni di uffici anonimi con poche variazioni architettoniche); infine ci sono le aree e i settori di recente costruzione che ripetono fedelmente il modello occidentale, in particolare quello statunitense: grattacieli a vetri, linee e decori postmoderni, sfavillio di luci e insegne, spazi ampi, hotel e grandi centri commerciali, parcheggi, arredo urbano molto curato. Succede spesso che metà via sia del tipo Cina povera e dall’altra parte della strada ci sia una disneyland di luci e forme. La tipologia dei vestiti e dei frequentatori delle due differenti e opposte aree lascia trasparire una differenza di reddito e di possibilità di spesa, anche se non marcatissima. Differenza anche di età: nelle zone nuove la presenza di giovani (moltissime ragazze in ruoli di servizio e assistenza) è notevolmente superiore al resto, dove si aggirano anziani (alcuni ancora con la blusa maoista), donne che fanno la spesa, gente in bicicletta, nullafacenti e i soliti gruppi da marciapiede di giocatori di carte, domino e ma-jong.

Chongqing (la parte più vecchia) si trova su una lingua di terra in rilievo alla confluenza dello Yangtze con un suo affluente Jailing. Le foto d’epoca mostrano passerelle di legno che collegano le navi fluviali alla terraferma e lunghe (e abbastanza ripide) scalinate che portano alle zone abitate; su queste scale ancora si vedono cinesi che portano, con i bilancieri o a spalla, dei pesi e dei volumi che hanno dell’incredibile. Ci sono situazioni in Cina che ti trasmettono una potente impressione di fatica fisica insostenibile e di vite segnate dal lavoro.

Qui il cielo è spesso nebbioso e il (vecchio) colore dominante è il grigio; se ne ricava una impressione di sporco che unito all’affollamento visibile non mette allegria. I cinesi sono gentili e incuriositi dalla presenza di facce “altre”, isole in un mare. Rispondono con curiosità e divertimento ai tentativi di mettersi in comunicazione, cosa sostanzialmente impossibile perché non solo non parla inglese quasi nessuno, ma anche perché la lettura dei vocaboli e delle frasi fatte cinesi, prese dai libretti per turista, provoca quasi solo ilarità per l’evidente incapacità di pronunciare correttamente non solo vocali e consonanti, ma anche i toni (che sono ben quattro e che cambiano il significato di una stessa sillaba).

Nella aree cittadine postmoderne la presenza umana è più rarefatta, e anche qui è difficile trovare chi parli inglese; nei centri commerciali quei rari giovani che sanno un inglese veramente elementare vengono immediatamente coinvolti e delegati a trattare con i barbari stranieri alla presenza della curiosità degli altri. Per fortuna i numeri in uso sono gli stessi e allora si concludono trattative o si fanno pagamenti grazie a ripetute scritture di cifre su foglietti o ovunque sia possibile. Nel circuito degli alberghi, dell’affitto di auto e simili si trovano persone che sanno l’inglese, ma alla lunga ci si accorge che è un inglese molto specialistico e mirato alle funzioni. Appena si chiede qualcosa di diverso dallo standard o si cerca di fare conversazione il blocco comunicativo scatta immediatamente.

Nelle relazioni con la gente comune si passa da quello che si offre di aiutarti se hai un problema, in cambio di una mancia o a un prezzo che si capisce che è “per straniero”, alla curiosità di chi non ha mai avuto contatti con occidentali, per finire con la cortesia disinteressata di uno sconosciuto. Appare comunque già fortemente visibile che la maggiore capacità di spesa degli stranieri occidentali ha innescato la consueta differenziazione di comportamenti (e reddito) a seconda del maggiore o minor grado di relazioni. L’assalto al turista non ha segni eclatanti tranne che nei pressi degli uffici che vendono i biglietti delle crociere sul fiume e lungo l’imbarcadero, dove la concorrenza dei portatori di bagagli con bilanciere diventa quasi una battaglia per la conquista del diritto a portare le tue valigie. Il compenso richiesto parte da 10, sperando che lo straniero intenda dollari, per passare a 20 yuan per collo e giungere ai 5 yuan a collo che la parte dei turisti che tratta in modo deciso finisce per pagare.

Dal 10 giugno 2004 il livello dell’acqua è salito a 139 metri (misurato alla grande diga) e due terzi del corso dello Yangtze hanno ora acque più profonde; questo consente di navigare a navi più grandi ed un cinese della diaspora statunitense ha investito notevoli capitali per far costruire subito una flotta di navi da crociera fluviale a cinque stelle. Victoria Cruise è il nome della società e nella stanza computer della nave, da cui ci si collega col mondo (anche se con molta lentezza), sono appese alle pareti le foto del proprietario e della famiglia ad una cena di sostegno della campagna elettorale di Hillary Clinton. La gestione di questo hotel galleggiante è tipicamente statunitense e il direttore è un canadese molto professionale che parla un ottimo cinese; ne ha dato prova al karaoke cantando una canzone alla moda molto apprezzata dagli ospiti cinesi presenti.

Nulla è lasciato al caso e tutto è organizzato per far girare come un orologio il personale (sovradimensionato) composto prevalentemente da giovani maschi e femmine. C’è l’artista ufficiale, l’artigiano degli aquiloni, la boutique, l’agenzia viaggi, la palestra con attrezzi, il bar-lounge, la sala ristorante e la sala riunioni. Il modello di nave ricalca quello delle navi del Nilo, ma con una struttura più affusolata perché il Fiume Azzurro è più impegnativo e tortuoso da navigare. Il servizio è eccellente, la qualità del cibo e della sistemazione molto buona; se non fosse per la faccia del personale e di parte degli ospiti sembrerebbe di essere in pieno “occidente”. Purtroppo è prassi sostenuta dalla direzione la politica delle mance a fine viaggio, come apprezzamento del servizio.

La partenza da Chongqing avviene in un giorno grigio e umido, ma siamo a fine novembre e inoltre, qui, la nebbia è spesso presente. Lungo le rive colpiscono soprattutto tre cose: 1) l’estrema semplicità (e spesso povertà) delle case e dei villaggi rurali, 2) lo smantellamento di vecchie navi e la costruzione di nuove e più grandi fatti sulle secche a riva, 3) i segni (sbancamento, tralicci, ecc.) di potenti opere infrastrutturali in fase di costruzione. Le rive non sono molto ripide e nemmeno molto alte, ma il fiume da un’impressione di essere grande e “potente”.

Si arriva abbastanza presto a Fengdu, la città degli spiriti dei morti. Secondo la tradizione qui convergono gli spiriti dei morti per il giudizio finale del re dell’inferno che decide la destinazione in base ai meriti. La città lungo il fiume è già stata svuotata degli abitanti e le case distrutte per tre quarti. Rimangono solo edifici lungo l’area dove passano i turisti e solo per ospitare negozietti di generi alimentari e souvenir. All’arrivo alla porta bassa del tempio inizia la carica (discreta all’andata) di venditrici di frutta, carte geografiche, ombrelli (visto che piove) e altro. Nel primo cortile interno ci sono molti banchetti che vendono le stesse cose. Si può salire alla parte alta (quella che conta) in seggiovia o a piedi, con un paesaggio molto bello…. se ci fosse bel tempo. Per chi ha visto altri tempi buddisti e/o cinesi questo non ha molte particolarità; è la collocazione che è speciale: lungo una bassa cresta affacciata sul fiume, con scalinate e edifici a diversi livelli, e terrazze affacciate sul fiume. Per chi lo sa l’elemento notevole è che ….. è quasi tutto falso! Durante la Rivoluzione Culturale più di una brigata di giovani Guardie Rosse si è accanita a più riprese contro statue, arredi, strutture. L’attuale complesso è stato restaurato, ridipinto e statue ed arredi rifatti o sostituiti con manufatti provenienti da altre località non più restaurabili; visto che c’erano hanno costruito ex novo una pagoda a molti piani perché ai turisti piace e fa molto “cinese” ed è in costruzione un edificio “in stile” che ospiterà un ristorante e negozi.

Ad ogni modo il grado di sensibilità artistica e di sensibilità religiosa dei cinesi (per non parlare del turista-massa occidentale) è ormai così rozzo e elementare che l’impatto visivo è comunque turisticamente produttivo. Si rimane soddisfatti di poter decidere su quale dei tre ponticelli si vuole passare (salute a sinistra, fedeltà di coppia al centro, soldi a destra), di provare qualche sconcerto per i volti e le terrificanti espressioni dei demoni messi per scacciare gli influssi malvagi, di notare le somiglianze “dantesche” per quanto riguarda la pene che dovranno subire gli spiriti dannati per l’eternità.

Per fortuna che siamo distanti dalla diga e quando l’acqua salirà a 175 metri solo la grande porta d’accesso in basso e la partenza della seggiovia saranno sommersi. Al ritorno l’assalto al turista si fa più insistente, ma si possono fare anche buoni affari se si è disposti a trattare molto sul prezzo.

La discesa riprende che è buio. Il viaggio notturno servirà a portare la nave fino a dove l’acqua ormai è così alta che non c’è più pericolo di secche e la nave può navigare con molta più tranquillità anche perché è più facile tenere distanze di sicurezza rispetto al traffico in salita e discesa.

L’appuntamento è di primo mattino, tra le 7 e le 7,30 per l’ingresso nella prima Gola: Qutang Gorge. Le rive del fiume sono ormai pareti a strapiombo di centinaia di metri, con le cime immerse in nuvole e nebbia. L’accesso alla gola e alcuni tratti sono costituiti da strettoie (cento metri: poco più, poco meno) che presentano un colpo d’occhio effettivamente impressionante. L’innalzamento dell’acqua di qualche decina di metri ha scalfito solo parzialmente l’impressione di maestosità naturale. Certo, a guardare le foto di “prima”, la presenza di secche, le rive sassose in vista, e il “sentire” che la nave manovra per seguire il filo della corrente, doveva rendere la discesa più drammatica e sensazionale, ma chi arriva “solo ora” non sente di aver perso qualcosa.

La “perdita” maggiore è la scomparsa dei trascinatori; in lunghe file, con un’imbragatura fatta di fibre di bambù, nudi, inclinati in avanti fino a toccare terra con le mani, tiravano le barche e le navi controcorrente dove le rapide erano più possenti ed era impossibile risalire il fiume altrimenti. In certi tratti avevano scavato nella roccia delle rive il sentiero che affrontavano in fila indiana composta anche da trecento uomini. Ne sono rimasti ancora lungo un affluente, ma solo per riportare a monte le barche vuote dopo aver fatto provare ai turisti l’emozione della discesa in una sorta di rafting “tradizionale” alla cinese. L’introduzione delle navi a vapore un secolo fa aveva cominciato a ridurne il numero, ma le attuali acque calme del lungo lago artificiale provocato dalla diga gli ha dato il colpo di grazia.

Anche la risalita dell’affluente Daling ha subito notevoli cambiamenti e altri ne subirà con il raggiungimento di quota 175. Fino al primo giugno 2003 i turisti venivano portati da strette e lunghe barche a motore su per le anse del Daling, su acque decisamente più colorate e pulite dello Yangtze. Questo percorso era stato battezzato Piccole Tre Gole perché presentava le stesse caratteristiche di quello più grande. Dal 10 giugno 2003 l’acqua è salita di una ventina di metri e sono scomparse le rapide, le rive sassose dove attraccavano le barche e dove i locali approntavano banchetti di souvenir, artigianato e alimentari. Oggi si può fare la risalita con piccole navi molto più capienti. Naturalmente siamo noi occidentali a utilizzare questi nuovi mezzi, mentre i turisti cinesi continuano ad usare quelli di prima di media grandezza. Solo le barche più vecchie e tradizionali, molto affusolate per poter passare le strettoie delle rapide più a monte, non sono più convenienti perché possono portare 12-15 passeggeri contro i 25-30 delle medie ed i 200 circa di quelle grandi e recenti. Il colore dell’acqua è di un bel verde come pure le scoscese rive, che hanno moltissime macchie rosse dei piccoli aceri giapponesi. Il Daling ha un corso tortuoso e la scenografia cambia ad ogni curva. A mezz'altezza si vedono i sarcofagi che la popolazione locale di più di tremila anni fa aveva l’abitudine di fissare alle pareti in posizioni e lungo scanalature apparentemente irraggiungibili. Anche qui ogni tanto ci sono grandi cartelli con scritto 156 e 175, che sono i prossimi livelli che raggiungerà l’acqua del fiume (attualmente a 139); poiché le rive sono vicine si distingue nettamente cosa (case, campi, cimiteri, rocce) verrà sommerso.

La nostra nave è più veloce delle altre barche più piccole per turisti e la cosa curiosa è che durante i “sorpassi” …. siamo noi l’oggetto della curiosità! E’ un effetto divertente essere continuamente osservato da decine e decine di occhi e fotografato da decine di apparecchi fotografici. Il ciao-ciao con la manina è d’obbligo. Sulla nave si può comprare un libro di fotografie con immagini della situazione precedente l’innalzamento dell’acqua; è solo in quel momento che si percepisce cosa si è perso, soprattutto quando si vede sulla sinistra, semi sommersa, una balaustra in legno di una passerella che si trovava a circa 20 metri di altezza. Anche lungo il Daling, però, la bellezza dell’ambiente consente di provare sensazioni che vengono solo minimamente scalfite dal rammarico di essere arrivati “tardi”.

Si riprende la discesa dello Yangtze e quando si osservano le aree abitate, grandi come Wanxian o più piccole fino ai villaggi, si vede una netta linea di separazione tra il “sotto” quota 175 e il “sopra”. Scuro il sotto (le vecchie abitazioni sono vuote o sono state abbattute), chiaro il sopra perché quasi tutte le case sono nuove e piastrellate di bianco. Anche qui sono visibilissime le opere infrastrutturali in costruzione: strade, ponti e attracchi meccanizzati per il movimento merci e passeggeri visto che le rive del fiume sono ovunque sempre molto alte e inclinate. Restano da attraversare le Gole Wu e Xiling, lunghe ciascuna decine di chilometri, e in effetti le strettoie (gole) sono ben più di tre, che è una definizione convenzionale. Il paesaggio rimane sostanzialmente uguale, ma nella realtà cambia continuamente per scorci, colori e condizioni atmosferiche. Le nebbie e le nubi basse, come pure l’ora e la presenza o l’assenza del sole sono fattori che incidono notevolmente nella percezione del paesaggio. Qualcuno, però, può anche rimanere deluso.

Quando si esce dall’ultima gola e si apre davanti il territorio con le rive che si allontanano e diminuiscono come altezza si prova una sensazione mista di rammarico perché l’esperienza è finita, ma anche di sollievo perché non ci si sente più così piccoli e sovrastati da montagne di rocce così vicine. Si comprende come un tempo la “percezione” della discesa abbia così tanto influenzato scrittori, poeti e viaggiatori. In effetti sono passati solo due giorni, ma lasciano il segno.

E’ buio quando si arriva alle chiuse della grande diga. Si entra nella chiusa con altre navi, che sono tutte più piccole della nostra, e ci si mette circa tre ore per scendere nei quattro settori. Quando la diga sarà completa saranno cinque. Siamo affiancati da altre navi turistiche che hanno solo passeggeri cinesi e ancora una volta diventiamo l’oggetto di curiosità e soggetti da fotografare. A valle si scende lungo le rive dove si vedono le costruzioni illuminate di una città e passiamo sotto un grande ponte (nuovo) del tipo Golden Gate di S.Francisco.

L’hotel dove ci sistemiamo è di proprietà della società statale che costruisce la diga (Three Gorges Project) come pure è sua la città. In effetti tutta la zona è un’area speciale riservata agli addetti, cioè i responsabili, i tecnici, gli stranieri delle società coinvolte in sub-forniture, e i circa 25.000 lavoratori che in turni continui, 24 ore su 24, stanno completando la diga. L’albergo è ampio e lussuoso sul modello USA-internazionale: marmi a profusione, struttura standard, negozio interno, giovani portabagagli con berrettino tondo, due ristoranti, sala computer, fitness, bowling (con bar aperto anche agli esterni), 25 piani, sala-bar all’ultimo piano, 4 ascensori interni più due “esterni”, cioè sulla facciata laterale e cabina trasparente come si vede nei film. C’è un edificio a tre piani a lato con sale conferenze attrezzate. Sul retro ci sono altri due edifici albergo destinati ai soli cinesi: solo quattro e sei piani, stanze a più letti (alcune tipo piccola camerata), ristorante e bar-night esterni. Dall’alto dell’hotel si vede un interessante paesaggio urbanizzato. La città ha forma regolare con strade ampie lungo il fiume, edifici moderni con spazi a verde intorno; nelle vie più arretrate si distinguono edifici di tipo militare (con perimetri supersorvegliati), caseggiati in costruzione con le solite piastrelle bianche, ed anche un’area più irregolare con edifici bassi e di qualità inferiore che sembra, però, la parte più abitata e dinamica. Infatti è la zona dove risiede buona parte della forza lavoro e soprattutto dove ci sono i negozi, il mercato, i ristoranti, perfino le locande tipo Bed & Breakfast alla cinese. Andare al mercato o passeggiare in quest’area significa sentirsi lo straniero e il diverso insieme. I cinesi sono sorridenti e curiosi e commentano tra di loro la tua presenza. Quando ti avvicini per chiedere un prezzo o per visionare un prodotto la cosa diventa occasione per altri commenti e risate dei vicini. La richiesta dei prezzi e le eventuali contrattazioni vengono fatte scrivendo i numeri su bigliettini; le cifre richieste e i toni di chi dà consigli fa chiaramente capire che vengono proposti prezzi “per occidentale”, il che significa in qualche caso quattro-cinque volte il prezzo “per cinese”. Per certe merci si possono anche fare buonissimi affari, soprattutto se il venditore è più interessato al fatto di avere un cliente straniero che a cercare di spillarti una cifra più alta. Così si può comprare uno zainetto per l’equivalente di tre euro e magari portarsi via una piccola borsa marcata pretenziosamente Prada-Milano per cinque. Ci sono CD a un euro e DVD a 0.80 centesimi (salvo poi scoprire a casa che i sottotitoli di alcuni non corrispondono al parlato in inglese, prova evidente del “riciclo”, chiamiamolo così, effettuato).

La Grande Diga è già una meta turistica per gruppi cinesi organizzati ed infatti hanno approntato un osservatorio da cui si può vedere il lungo muro di cemento e le potenti chiuse. C’è un edificio con un grande e dettagliato modello dell’opera e del territorio circostante. La città dei lavoratori è destinata a diventare un centro di residenza turistica con possibilità varie di divertimento compreso un parco con molti laghetti, che un tempo era una collina granitica e ora è il luogo da dove provengono le esplosioni di dinamite che hanno sbancato tutto il materiale collinoso per rifornire di materiali rocciosi il cantiere. La diga è effettivamente impressionante per lunghezza e dimensioni; sono stati approntati alcuni punti di osservazione, molto ben tenuti anche se alcuni sono destinati ad essere sommersi. Si vede lo stile statunitense: stupire con la grandezza e tutto ciò che si fa va presentato come la più straordinaria cosa che si potesse fare. I cinesi sono molto determinati quando si muovono, soprattutto quando sono in gioco il prestigio e la dimostrazione che loro sono il meglio. Per questa diga, viste le critiche internazionali, hanno deciso di autofinanziarsela contando, giustamente, sul fatto che molte società occidentali avrebbero comunque cercato di partecipare ufficiosamente ai subappalti anche se i governi e le istituzioni finanziarie internazionali adottavano provvedimenti restrittivi del credito. Del resto i flussi finanziari diretti in Cina nell’ultimo decennio sono stati di circa 40 miliardi di dollari annui in media.

I cinesi sono anche molto abili e veloci nell’imparare; si sono avvalsi della consulenza di esperti stranieri (molti australiani e molti professori universitari). Quando hanno identificato gli esperti di cui si fidano non pongono problemi e passano velocemente alle fasi operative; con una immediatezza che può porre problemi di responsabilità. Ci diceva un docente australiano esperto di turismo che gli era capitato di commentare negativamente le operazioni di sterro per la costruzione di una strada che doveva raggiungere una zona naturale di pregio da sfruttare turisticamente; il responsabile ha fatto fermare immediatamente i lavori, ha voluto sapere cosa non andava, si è fatto dare indicazioni su cosa sarebbe stato meglio fare e …. un mese dopo ha invitato l’australiano a vedere che le sue indicazioni erano state realizzate! Questa condizione per cui quello che si dice può trasformarsi subito in realtà aumenta la preoccupazione per gli eventuali errori di valutazione che si possono commettere.

Un altro suggerimento del docente australiano messo in pratica è la costruzione di un punto di osservazione su uno dei picchi posti di fronte alla diga, dall’altra parte del fiume rispetto alla città. Si deve fare un percorso un poco tortuoso e in salita lungo una strada che attraversa un’area rurale. La strada è in corso di allargamento per adeguarla la futuro traffico turistico, ma per il momento parte del selciato viene spesso usato per far seccare prodotti agricoli; ogni fazzoletto di terra ai lati della strada, anche le aiuole di fronte alle case sono coltivate. Le case sono piccole ma non sono male, molte hanno le facciate rifatte recentemente con le solite piastrelle bianche e qualcuno ha aggiunto due-tre file di tegole a mo’ di ornamento. Scoprirò dopo che gli abitanti sono stati caldamente invitati a fare questa operazione e quando l’autorità chiede … in Cina è meglio adeguarsi senza fare storie. Alcune case rurali sono rimaste ancora quelle di una volta: piccole, malmesse, con arredamento elementare, spesso autocostruito, ma ora campeggia in un angolo un bel televisore Samsung da 25 pollici e sul tetto c’è la parabolica, anche se è fatta di materiale che arrugginisce. L’osservatorio è a forma di pagoda e con un percorso, pavimentato nel bosco, a senso unico: anche questo stile anglosassone. Il colpo d’occhio è molto bello visto che ci si trova a circa trecento metri più in alto della diga e la si può vedere tutta. Anzi, sarebbe molto bello se non ci fosse la foschia che qui è cosa frequente. Il locali che vengono per cercare di venderti le arance e pochi altri prodotti hanno la faccia cotta dal sole, sono incuriositi e sorridenti e usano ancora attrezzi tradizionali come le gerle dove portano legna, arance o bambini a seconda delle esigenze. Tutta l’area intorno alla diga sta subendo un processo di forte riconversione e quando comincerà un regolare e consistente flusso turistico l’impatto sarà ancora più forte e per certi versi distruttivo sul piano socioeconomico. Come in molte altre parti del globo la popolazione si dividerà a seconda del grado di contatto con i turisti e soprattutto con i loro soldi.

Lo stesso è già in parte avvenuto a Yichang, il capoluogo regionale che si trova a circa 30-40 chilometri e che si raggiunge con una superstrada che è stata costruita appositamente per le necessità del cantiere della diga e che ora è percorribile sono da chi ha il permesso di entrata nella zona speciale. Se si viene da Yichang in taxi questo si deve fermare al casello di controllo (con sentinelle armate) e si deve prendere un taxi “interno” dall’altra parte. Yichang era già una città di discrete dimensioni, tradizionale porto commerciale per il traffico fluviale; ha aumentato la sua importanza grazie alla vecchia diga costruita negli anni ’80, che ha reso turisticamente e commercialmente più sfruttabile il tratto di fiume che ora è tra le due dighe. Il visitatore straniero alla ricerca dell’esotico non trova soddisfazione a Yichang; già prima delle riforme di Deng era un centro moderno, località centrale commerciale e di servizio per tutta l’area circostante. I cambiamenti più significativi sono visibili per i cinesi; ci sono negozi con prodotti occidentali (pochi e molto cari), o copiati da quelli occidentali (quasi uguali e a prezzi molto convenienti). Nei grandi magazzini e nei mercati tradizionali ci sono prodotti cinesi che ormai sono di buona qualità a prezzi molto interessanti per lo straniero, ma il gusto dei vestiti è decisamente orientale e non particolarmente attraente per noi. Si nota una sorta di gerarchia nella distribuzione dei negozi: lungo le vie principali e in evidenza i negozi che vendono prodotti all’occidentale (jeans, vestiti, orologi, scarpe), meno evidenti  i negozi con produzione locale di buon livello, nelle vie interne e in spazi molto piccoli aziende artigiane, mercatini, produzione cinese per cinesi e banchetti e/o locali per la ristorazione o generi alimentari (confezionati). Le scritte miste cinese-inglese identificano i settori del terziario sviluppatosi di recente sul modello capitalista; si va dalle banche con scritta “financial supermarket” all’hotel di lusso che ha costituito in sub-società, con pomposi nomi da corporation, le proprie strutture operative (ristorazione, trasporto, boutique, riscaldamento, ecc.). Campeggiano grandi cartelloni che pubblicizzano i nuovi quartieri residenziali in costruzione e sono in vista, in grandi spazi dedicati lungo i muri di alcuni edifici, gli avvisi (30x40 cm.) con le offerte o le domande di lavoro. Questo è uno dei segni più eclatanti (contraddittori?) di questo capitalismo guidato dal partito comunista che  prende il nome di socialismo di mercato.

A Yichang lo straniero è ancora una rarità e viene guardato con curiosità, ma a distanza. A Pechino la situazione è radicalmente diversa. L’uscita dall’aeroporto non presenta diversità per chi viaggia e conosce l’organizzazione standardizzata dei grandi hub internazionali; acquistare il biglietto e trovare il bus navetta per la città è abbastanza semplice. Il primo brutale impatto con l’assalto allo straniero o al viaggiatore cinese (operatore economico o turista non importa) avviene quando si scende dal bus navetta che ha il terminal davanti all’Hotel International. Mentre scendi e prendi le valigie portatori di risciò, tassisti, delegati degli hotel, gente che offre servizi ti accerchia, ti prende per il braccio, ti si para davanti, ti dice cose incomprensibili mentre da dietro e da sotto mani ti infilano bigliettini e foglietti nelle tasche. Sono prevalentemente pubblicità di agenzie di vendita di biglietti aerei. Si distinguono parole di un inglese basico: hotel, restaurant, taxi, flight, ma la bolgia è totale. I viaggiatori preparati sanno i prezzi e trattano velocemente per un passaggio in auto o per il trasporto in risciò (con valigie) se la meta è vicina; agli altri non rimane che …. essere travolti senza saper che fare, o diventare sempre più scortesi e fisicamente reattivi, o capire da che parte dirigersi per fare un segno a un taxi ufficiale e salvarsi. I taxi autorizzati hanno una targa con la lettera B e dentro c’è il tassametro, il documento con foto del guidatore e la macchinetta per la ricevuta fiscale che ti devono dare, ma questo lo si scopre a permanenza iniziata. Sempre meglio chiedere la ricevuta: non è raro riscontrare una differenza tra il prezzo chiesto e la cifra indicata

Il traffico è caotico e sostenuto praticamente sempre. Le biciclette e i tricicli sono ancora molti, ma le auto, i bus, i pulmini e i camion sono numerosissimi e anche le larghe strade a 4-5 corsie di Pechino sono in difficoltà. Arrivare quando fa scuro aumenta l’impatto visivo perché è un tripudio di luci che illuminano grattacieli, banche, alberghi, grandi magazzini, residenze, uffici, ciascuno con scritte e neon in cinese e in inglese; lo stile misto postmoderno e la profusione di marmi e vetri sono il carattere dominante. Oltre a questo la pubblicità è ovunque con insegne e cartelloni enormi. La mancanza di proprietà privata e quindi della parcellizzazione dello spazio urbano, tipico delle nostre città, qui ha consentito la costruzione di edifici o complessi che occupano blocchi quadrati o rettangolari di territorio di dimensioni del tutto inusuali per noi e decisamente enormi. I vari edifici interconnessi del Beijing Hotel vanno da semaforo a semaforo per qualche centinaio di metri lungo una delle arterie principali. Il Grand Hyatt ha diversi edifici intorno ad una piazzetta circolare costruita ad hoc.

Anche hotel “normali”, tre stelle, hanno il sorvegliante chiama taxi (nel senso che lo chiama e prende nota della targa ogni volta che un cliente viene caricato), una giovane in divisa sgargiante che ti apre la portiera, il ragazzo che ti prende i bagagli col carrello e due reception desks, una per check in e check out e una per l’assistenza al cliente. Stile standard internazional-statunitense.

Passeggiare nella zona commerciale e degli alberghi non presenta differenze rispetto a qualsiasi altra città dell’occidente ricco: alberghi, ristoranti, negozi di vestiti, elettronica, artigianato, centri commerciali, grandi insegne luminose e pubblicità ovunque. Il primo impatto con la diversità avviene alle bancarelle gastronomiche lungo il viale. Le “cose” infilzate sugli spiedini non sono certo facilmente … digeribili: topi, scorpioni, scarafaggioni neri e larve di incredibili dimensioni!!

Colpiscono anche i mendicanti di tutti i tipi ed età. Si avvicinano, ti seguono, ti prendono il braccio, ti si mettono davanti e iniziano litanie in cinese incomprensibili, ma chiarissime come significato e rappresentazione di disagio sociale. Se si è maschi si può essere avvicinati da giovani gentili che iniziano una conversazione che finisce con la consegna di un biglietto da visita con numero di telefono da chiamare se vuoi che ti raggiunga in camera. I prezzi dei negozi sono buoni grazie al cambio, ma per la maggioranza dei cinesi sono proibitivi. Nelle zone frequentate dagli stranieri c’è un nugolo di venditori che ti aspetta al varco e ti incalza insistentemente offrendoti merce varia. Anche in tutte le zone turistiche (la Città Proibita, il Palazzo d’estate, il Tempio del Cielo, ecc.) si viene avvicinati, ma anche abbordati, da venditori di pubblicazioni, cartoline, colbacchi, orologi, souvenir di vario tipo; sono numerosi e frequenti i trucchi negli scambi contando sul fatto che il turista non è pratico delle monete locali (tipico il resto con soldi taiwanesi che valgono un decimo dello yuan). Questi sono comportamenti che si trovano in tutto il mondo turisticizzato, ma i cinesi sembrano aver imparato molto velocemente e con una particolare determinazione.

Come non asiatici si viene identificati immediatamente e a volte guardati con curiosità anche se i pechinesi sembrano ormai abituati. Si viene abbordati anche da coppie di ragazzi e ragazze che parlano in discreto inglese e si presentano come studenti di scuole d’arte in difficoltà economiche per cui hanno organizzato una esibizione della produzione loro e dei loro insegnanti; vi invitano ad vederla e cercano di vendere qualche opera in modo discreto. Alcune opere sono interessanti e i prezzi sono buoni per noi, certamente molto remunerativi per il livello cinese. A sprazzi emerge la cultura tradizionale anche in questi giovani: alla proposta di comprare in blocco quattro opere della studentessa che ci ha invitato questa insiste perché venga acquistata un’opera del suo insegnante al posto di una o due sue e si dilunga in descrizioni circa la migliore qualità della produzione del docente. La struttura confuciana delle relazioni resiste ancora.

E in effetti è uno dei tanti segni della complessità della Cina  per cui è necessario essere cauti nel valutare le dinamiche interne e certamente l’ottica occidentale così autoreferenziale può portare a grossi errori di valutazione.

Finora i modelli asiatici di modernizzazione-occidentalizzazione sono stati quello giapponese, quello coreano, quello di Singapore-Hong Kong e di Taiwan. La cultura asiatica orientale, che noi impropriamente chiamiamo confuciana, ha dato ottimi risultati nel campo della produzione industriale e nell’assimilazione del tipo di organizzazione socioeconomica che del sistema produttivo industriale è corollario. Ma la globalizzazione attuale è soprattutto finanziaria oltre che produttiva ed ha tempi di sviluppo molto più rapidi e dinamici rispetto alle condizioni del passato. Il modello giapponese ha mostrato la corda ed anche quello coreano; Taiwan resiste meglio, ma è in difesa e non riesce più ad essere propulsiva come in passato. I cinesi di Singapore e di Hong Kong hanno mostrato grandi capacità di gestione finanziaria, ma hanno potuto contare sul vantaggio di essere colonie di un impero come quello inglese e poi, paradossalmente, proprio sull’autoesclusione della Cina dal sistema economico internazionale. Inoltre sono città stato con territorio ristretto, non comparabili con la realtà di uno stato vero e proprio.

La Cina, con la scelta del modello produttivo capitalista, ha imboccato decisamente la strada per arrivare ad essere “la” superpotenza; oggi è già la seconda, l’unica in grado di tenere testa agli USA e a costringere il suo presidente G.W Bush a scusarsi (si ricordino i due very sorry nella dichiarazione dell’aprile del 2001) per una dubbia violazione dello spazio aereo cinese.

USA e Cina sono per il momento complementari. La Cina mantiene un profilo discreto nelle relazioni internazionali e punta a mantenere sotto controllo la gradualità dei cambiamenti economici interni che ha innescato. La sua partecipazione alla produzione e al commercio internazionale è già consistente, in particolare con gli USA con cui ha uno scambio a suo favore di circa 100 miliardi di dollari l’anno (dati 2003).

Del resto la Cina, per dimensioni, cultura e senso di superiorità non può che paragonarsi alla superpotenza egemone. I cinesi sono determinati, pensano in grande, sono pragmatici e capaci di imparare, fiduciosi nelle proprie capacità e con un sistema politico che non si fa condizionare dalle pressioni estere e nemmeno ha molti scrupoli quando deve intervenire duramente per ristabilire o sostenere l’autorità. Tutte caratteristiche da superpotenza.

Andando all’aeroporto dal centro città, poco dopo l’alba, il “sol dell’avvenire” illumina una Pechino già trafficata che mostra innumerevoli, grandi cantieri. In una vasta area a lato della tangenziale c’è un quadro emblematico: di cinque caseggiati di abitazioni popolari due sono ancora in piedi abitati, uno è vuoto e sta per essere demolito, altri due sono già stati sostituiti da una coppia di grattacieli da più di venti piani. Dietro è già in costruzione un enorme complesso alto più di quaranta piani.

Come ho detto all’inizio, la Cina fa impressione.