Note di viaggio del viaggiatore Ganeo


 

MIA CARA, FEDELE, AMATA VALIGIA


Posso affermare che la mia più fedele compagna, dopo mia moglie naturalmente, è sempre stata la mia valigia. Con lei ho iniziato a lavorare, ho fatto una discreta carriera, ho mantenuto una famiglia. Con lei ho condiviso liste di attesa, ritardi e cancellazioni di voli. Era sempre lei che attendevo, al tapis roulant della consegna bagagli, in non so quanti aeroporti del mondo; il cuore cominciava a battere forte se tardava, non la vedevo, poi eccola e tiravo un respiro, sennò....cominciava davvero male. Si, perchè le valigie possono anche non arrivare, ma c'è una grande differenza tra il non arrivare in andata oppure al ritorno, provare per credere.
Un vero viaggiatore si fa la valigia da sè, per me questo è vangelo, non si discute, sento di tanto in tanto dire "la valigia me la fa mia moglie", orrore! Farsi la valigia è una passione e un'arte, da migliorare, affinare, perfezionare. Farsi la valigia significa compiere il viaggio in anticipo, in tutti i suoi momenti, impegni, riunioni, clienti, tempo libero, cene di lavoro e quant'altro, come fare il sopralluogo di un percorso di gara, qui serve questo, là posso fare a meno di quest'altro. Tutto con l'obiettivo di disporre di tutto quanto serve, nulla di più nulla di meno, mezzo chilo guadagnato qua, dieci centimetri quadrati là e assaporare la soddisfazione di quel piccolo spazio avanzato, dove ci starà giusto giusto il regalino per chi ci è caro.
Ho detto "valigia", in realtà è più giusto "valigie", al plurale, perchè i viaggiatori di mestiere ne hanno una serie, da quella per passare una sola notte fuori (nessun problema, la portiamo con noi in aereo) fino a quella da due settimane e passa, cercando di stare dentro i 20 chili concessi con un biglietto di "turistica", con la prudenza però di avere una borsa a mano dove mettere il necessario per sopravvivere almeno un giorno (dentro ci saranno comunque le pastiglie, che anno dopo anno diventano sempre più numerose). Ci sono le valigie da spiagge lontane, splendide, abbastanza piccole, coloratissime di camicie e costumi da bagno e ci sono quelle da lavoro, magari verso paesi a stagione "rovesciata", dove ci aspetta un clima esattamente opposto al nostro e quindi abiti e scarpe (che prendono un sacco di posto) per i tanti impegni di lavoro, del resto se non è elegante un italiano, chi dovrebbe esserlo?
Qualche lettore sorriderà, ma devo confessare che io, a suo tempo, ho fatto anche "scuola di valigia", più precisamente ho insegnato a giovani "commerciali export" il modo migliore, secondo la mia esperienza, di farsi la valigia. Che tipo di valigia innanzitutto, non ho dubbi: rigida. Se facciamo un viaggio in auto e la nostra valigia la depositiamo nel bagagliaio, con la sua bella moquette, va benissimo che sia morbida, elegante, in pelle o tessuto, ma se invece dovrà venire scaraventata su un nastro trasportatore, malmenata dai facchini, cadere dal carrello che la porta all'aereo (quante volte l'ho visto), schiacciata nella pancia di un 747, bagnata di pioggia o di olio, strisciata da innumerevoli punte, ganci e sbavature fino all'estremo oltraggio della zampetta alzata del cagnolino della signora che sta in coda dietro a noi ai taxi (pure questo è successo), allora c'è solo lei, quella rigida a "semigusci uguali", non "a pozzo". Mi spiego meglio, le due parti della valigia devono essere uguali, come le due metà di un uovo di Pasqua, non come una scatola, più alta sotto e con un pò di coperchio. Le due metà uguali permettono di ripartire meglio il contenuto e, attenzione, di tenere poi la valigia aperta sopra il secondo letto in camera doppia "uso singolo" (che costa solo poco di più della singola ed è molto più comoda), accedendo alle cose che ci servono, senza mai disfarla del tutto, cosa utilissima quando gli impegni ci portano a cambiare città e albergo quasi ogni giorno.
Per quanto riguarda la disposizione delle nostre cose, nel fondo della metà inferiore ci va tutto ciò che pesa di più e poi via via le cose più leggere. Nella metà superiore (il teorico "coperchio") vanno stesi i pantaloni in tutta la loro lunghezza, poi si distribuiscono le camicie (con i calzini e le mutande dentro il collo delle stesse per tenerli un pò su), si posano sopra le giacche piegate in due ed infine "ripieghiamo" sopra i pantaloni, quasi come chiudere un pacco regalo. La mia valigia ha non una, ma tre chiusure, a combinazione, a chiave e poi la cinghia di sicurezza, non è troppo, va bene così. Ci stanno poi bene un paio di targhette con nome e recapito, non adesive, proprio quelle con la cinghietta da fissare bene al manico, due perchè se una disgraziatamente si strappa la valigia non resta orfana. Ed infine, su tutto il perimetro, un coloratissimo nastro adesivo con tinta in contrasto con la valigia, così da poterla riconoscere da lontano, non appena apparirà in consegna sul nastro trasportatore.
Il cuore si riempirà di gioia, è lei è lei, è arrivata!

Novembre 2004

 

"VOLARE", CI SONO CASCATO ANCH'IO

Si! E' capitato anche a me, io che ero sfuggito alle azioni Cirio, che  avevo dribblato i bond Parmalat ho messo il piede su un'altra porcheria italiana ed in questo momento ho in mano due biglietti "Volare", Venezia-Madrid, andata e ritorno. Non è proprio la stessa cosa, non si tratta di un investimento andato male, ma pur sempre di una fregatura dovuta ad un'azienda che dalla sera alla mattina (o quasi) se ne va a gambe all'aria.  Non l'avevo mai fatto prima, sono un pò tradizionalista, non mi piaceva l'idea di andare in aeroporto con un numero di codice e fare il check-in con quello, per me  è sempre stato quasi un rito passare in agenzia a ritirare i biglietti, portarli a casa e mostrarli a mia moglie, quasi come un regalo (del resto un viaggio in coppia un poco lo è) e alla sera controllarli con calma, date, orari, numero di volo, ecc. Poi un giorno, così, senza una precisa ragione, forse un raptus di modernismo, ho comprato via internet quei due biglietti, da utilizzare per il ponte dell'8 dicembre.

Alla soddisfazione dell'avere portato a termine quella, per me difficile, operazione telematica, si aggiunse anche quella del prezzo; non certo i 9, 19, 49, 99 euro tanto reclamizzati, alla fine tuttavia quasi la metà di una normale tariffa week-end, bene dunque. Di più, un amico spagnolo mi aveva trovato un albergo proprio in centro alla capitale iberica, accogliente e a buon prezzo, che però, dato il periodo prenatalizio, aveva voluto il pagamento anticipato delle 3 notti.  Oramai ero in ballo ed ho ballato, cioè pagato.

Gli eventi hanno poi cominciato, sempre più frequenti, ad arrivare alla mia attenzione, proprio come un crescendo rossiniano, un breve articolo sull'ultimo amministratore delegato dell'azienda che si dimette dopo un mese dalla nomina, una "lettera al direttore" di un giornale con la quale un passeggero lamenta pesanti disservizi, dichiarazioni più o meno sfumate di esponenti del vertice aziendale sullo stato di difficoltà, notizie che i voli della compagnia sono in perenne ritardo (tre ore, sette ore, un giorno) verso tutte le destinazioni. Io faccio appena in tempo a ricordarmi dei miei biglietti ed ecco che arriva venerdì 19 novembre. Non so se avete notato, ma un sacco di brutte notizie (nuove tasse, aumenti di prezzo, licenziamenti, ecc.) vengono date di venerdì, forse perchè si pensa che il fine settimana imminente aiuti a ingoiare meglio il rospo, di sicuro fa un pò da paraurti al primo impatto. Quel giorno, all'improvviso, gli arei rimangono a terra, passeggeri furibondi, caos negli aeroporti, programmi sfumati in un attimo, vacanze attese da tempo dissolte come neve al sole, viaggi di nozze consumati in un hotel vicino all'aeroporto (poveri sposini!), niente da fare.

Il seguito è un brutto film; scopriamo (qualcuno forse lo sapeva già) che una compagnia aerea spesso opera con aerei non suoi, anzi, di solito li noleggia, ma i canoni vanno pagati sennò il proprietario sequestra l'aereo, questo è quanto è accaduto. Per volare gli aerei devono essere assicurati, ma se non si paga la polizza di assicurazione non ci si alza da terra, neppure noi possiamo girare con la macchina se non siamo assicurati. Ci sono poi le spese del carburante, i diritti di scalo, il personale (quasi 1.500 dipendenti più l'indotto) e tutto il resto.

I primi conti parlano di un "buco" da 270 milioni di euro, ci sono poi 3 o 4 mila passeggeri che sono partiti e sanno già che quando la loro vacanza alle Maldive o a Santo Domingo sarà finita, non arriverà l'aereo di "Volare" a riprenderli. Questi ultimi giorni non li passeranno sotto le palme, ma a cercare (e pagare) un altro aereo che li riporti a casa. I biglietti emessi, pagati dai clienti e non ancora utilizzati, sarebbero 200.000, di cui due miei, ed i suggerimenti su che cosa farne variano a seconda se l'interlocutore è sboccato o meno. La Guardia di Finanza appone i sigilli alle varie sedi della compagnia, gli amministratori si chiamano fuori (tranne che dai gettoni di presenza), gli avvocati presentano memorie e rilasciano dichiarazioni.

Un'altra brutta vicenda, made in Italy anche questa, direi non esportabile, non certo per il livello dell'euro rispetto al dollaro. Mentre chiudo questa nota, che quando verrà letta magari saranno successe altre cose, so che un pubblico ministero ha aperto un'inchiesta a carico di ignoti in quanto nessun nome risulta tra gli indagati, mi sembra normale, ma solo "persone informate dei fatti". Così vanno le cose, la sconfitta è sempre orfana. I miei due biglietti? Ah già! dimenticavo, la signora Elisabetta, dell'agenzia di cui mi servo, ha trovato una soluzione con "Iberia", la compagnia di bandiera spagnola, pagando il prezzo pieno, d'altra parte avevo preso l'impegno con mia moglie. Poi manderò una raccomandata alla compagnia per chiedere il rimborso, questo è il consiglio delle associazioni dei consumatori.

Se "Volare" fallisce io entrerò nella "massa passiva" quale creditore chirografario, nel senso che privilegiato lo sarà qualcun altro. Se tutto andrà bene, tra qualche anno riceverò una lettera da un curatore o da un giudice dove sarà scritto "......spiacenti......distinti saluti". Non è successo niente, il bel Paese va avanti, chi sarà il prossimo?

Dicembre 2004

 

TSUNAMI

La globalizzazione ci ha insegnato una parola nuova, erano in pochissimi a conoscerla, tsunami , che in giapponese vuol dire "onda di maremoto", o "onda anomala". Dopo le prove generali di fine del mondo tenutesi il 26 dicembre scorso nel sud-est asiatico, ne sappiamo tutti un bel po' di più. Non farò di certo cronaca, ora darebbe solo noia o nausea, solo qualche riflessione su questo giocattolino quale in effetti il mondo è.

E’ accaduto dunque che, in qualche parte dell’Oceano Indiano, un terremoto sottomarino ha scatenato un’onda che ha fatto piazza pulita di tutte le coste lungo il Golfo del Bengala, un’area ampia quanto l’Europa e poi, viaggiando a 7/800 chilometri l’ora, se n’è andata a dare gli ultimi colpi di coda sulla costa africana, in Kenia e in Somalia, a 5/6000 chilometri di distanza da dove era partita. Prendendo quale macabro metro di misura il numero dei morti (mentre scrivo 150.000, ma non so quanti quando leggerete), i paesi disgraziati, in ordine decrescente, sono: Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia, poi Maldive, Malaysia, forse Myanmar (ex Birmania), ma qui hanno blindato le informazioni e quindi si sa poco.

Possiamo dire, senza troppe paure, che se non ci sono state colpe - per carità, persino le compagnie di assicurazione chiamano questi eventi “atti di Dio” - qualche negligenza, trascuratezza, pigrizia, lentezza, leggerezza da parte di qualcuno, in qualche parte del mondo, c’è stata. Qualche funzionario ha trattato un’informazione dalle conseguenze terribili, né più né meno come una raccomandata che, se non viene consegnata oggi, lo sarà domani.

Ecco una piccola sequenza, così come l’ho letta, riportata all’ora italiana: alle 0,29 del 26 dicembre, avviene la scossa di terremoto a Sumatra, l’onda di dieci metri rade immediatamente al suolo la tristemente nota città di Banda Aceh, all’1,50 l’onda è in viaggio verso Sri Lanka e Thailandia, che verranno investiti alle 2,30. Perché non era stato lanciato l’allarme? Pare che in India il funzionario di servizio si sia prima consultato col capo, che si è consultato col capo, che... Alle 3,00 in punto l’informazione è sul tavolo del direttore, giusto nel momento in cui l’onda si abbatte sulle coste indiane. Alle 5,30 passerà sopra alle isole Maldive (alte un metro e mezzo) e alle 7,30 concluderà la sua corsa sulla costa somala. Sono passate esattamente sette ore.

Pare che anche l’osservatorio americano delle Hawaii avesse registrato il sisma, ma si fosse mosso con prudenza in quanto, statisticamente, queste cose dovrebbero accadere solo nell’Oceano Pacifico e non in quello Indiano, inoltre vi sarebbero state difficoltà di comunicazione con le autorità indiane. Totale dell’operazione, 150.000 morti per ora, feriti non si sa, dispersi non si sa, vittime future per epidemie e quant’altro, non si sa.

Questo evento ha tuttavia una particolarità rispetto ad altri simili, seppure numericamente meno tragici, verificatisi in quelle aree; la particolarità è di essere globale, mondiale, internazionale. Moltissime altre volte sono avvenute catastrofi del genere in India, Filippine, Indonesia, Cina, ma le abbiamo vissute lontane, come non nostre. Stavolta no. Stavolta, in quel Titanic moltiplicato per mille c’erano dentro tutti, ricchi e poveri, dal nord e dal sud del mondo, chi per vacanza e chi per lavoro, tutti insieme.  Siamo, putroppo, talmente abituati agli occhi grandi e alle pance gonfie dei bimbi africani che muoiono di fame, che facciamo zapping col telecomando: stavolta però c’erano svedesi, danesi, tedeschi, belgi, francesi e naturalmente italiani, numerosissimi, specie in Thailandia, specie a Phuket.  

Conosco abbastanza Phuket, ci sono stato; una serie di baie bianche dai nomi esotici: Kata, Karon e soprattutto Patong. Mare, sole e tutto il resto 24 ore su 24, a costi decisamente meno cari di Lignano o Jesolo, con in più il “pepe” che solo l’esotico e il senso di lontananza riescono a dare. Il discorso comunque, in linea generale, vale per tutti quei luoghi dove un’economia di sopravvivenza, basata sull’agricoltura e un po' di pesca, è stata convertita al turismo. Un turismo che ha davvero cambiato la vita di tutti, ha fatto arrivare denaro per gli investimenti (non poco quello riciclato) e poi per la gestione, ha attivato tour operator, ha dato lavoro, fiducia, speranza. Qui il cliente è davvero importante ma, si badi bene, non è “la vacca da mungere”, bensì l’ospite pagante, da tentare, coccolare, viziare.

A tutto ciò si mescolano anche alcuni aspetti legati, specie nel bhuddismo, alla religione. Per cui vi è una costante e latente riconoscenza verso colui che, a vario titolo, anche come cliente per l’appunto, ti fa del bene, ti aiuta.

Forse è anche in questo che va cercato quell’altruismo, quella generosità che ha fatto sì che quei poveretti, coinvolti nella stessa disgrazia, abbiano messo a disposizione dei “fratelli” stranieri il poco che avevano, cibo, coperte, vestiti, acqua.

Mi pare ci sia molto cristianesimo in tutto questo, ma sono io a chiamarlo così, cosa ne so che gli stessi princìpi non vi siano anche nel confucianesimo, induismo, shintoismo, animismo, e che questi emergano, esplodano proprio quando un evento catastrofico ci sommerge? 

E se fosse solo la natura umana che, senza dichiarazioni e proclami, ha superato barriere e confini e si è “globalizzata” come nessun trattato avrebbe meglio saputo fare?

 

Gennaio 2005

IO SONO UN VIAGGIATORE; RANGIROA E POI? 

Io sono sempre stato un viaggiatore, la famiglia, il lavoro, la vita mi hanno portato a viaggiare. Sono stato in molti luoghi di questo mondo, sono anche socio di un club internazionale di viaggiatori, per esservi ammessi bisogna essere stati almeno in 50 paesi, io, fino ad ora, sono stato in 65, di tutti e 5 i continenti. Non è poco, ma diventa quasi nulla se si pensa che quel mio club ne ha in elenco 224, tanti sono in sostanza quelli esistenti sulla terra.

Ognuno di noi ha il proprio viaggio "una volta nella vita" e la destinazione non è, ovviamente, la medesima per tutti, dipende dalla "dimensione" che ognuno di noi ha del mondo, dall'età, dal tempo disponibile, dai soldi, dalle occasioni, nel mio caso anche dalla professione. Mia nonna, me lo raccontava ogni tanto, andò in treno da Montebelluna a Venezia, per il suo viaggio di nozze, quello fu il suo viaggio più importante, forse l'unico, credo che a Venezia sia stato concepito mio papà, classe 1916. Molti italiani, anche veneti, fecero il loro viaggio "una volta nella vita" all'inizio o a metà dell'altro secolo, attraversarono l'Atlantico in nave (allora si preferiva dire "piroscafo"), chi diretto a nord, Canada e Stati Uniti, chi a sud, Brasile e Argentina. Per moltissimi fu un viaggio di sola andata.

I giovani hanno ora la possibilità di viaggiare molto di più, grazie al migliorato tenore di vita, ad una più diffusa conoscenza delle lingue, ai voli low cost (tocchiamoci!). Non so se quello dell'estate scorsa sia stato il mio viaggio "una volta nella vita", comunque sono stato in Polinesia, correttamente Polinesia Francese (è un "Territorio d'oltremare" della Francia, dotato di vastissima autonomia) e ci sono rimasto il tempo sufficiente a capire e goderne. In assoluto non credo sia stato il viaggio più lungo, negli anni 70 ero arrivato in Nuova Zelanda, da solo e per lavoro, dunque con altro spirito e giorni contati. Per la Polinesia è stato diverso, ho avuto tempo di progettare, leggere, organizzare, coinvolgere mia moglie, entrare nello spirito con il giusto anticipo.

La Polinesia è dall'altra parte del pianeta, nel sud del Pacifico, proprio sopra il Tropico del Capricorno è può essere raggiunta andando indifferentemente verso est o verso ovest. Quando si è arrivati si è a 12 ore "prima" che da noi, da quelle parti passa infatti il meridiano numero 180, che costituisce la cosiddetta "linea del cambio di data". Polinesia, dal latino, significa "molte isole", esattamente 118, raggruppate in cinque arcipelaghi principali (Isole Australi, Isole della Società, Isole Tuamotu, Isole Gambier, Isole Marchesi) e sparse su un'area vasta quanto l'Europa. Manciate di coriandoli sull'oceano blu intenso, isole in gran parte disabitate, di origine vulcanica, come la leggendaria Bora Bora, evocatrice di memorie di Capitan Cook e del "Bounty", con il vulcano spento al centro di una laguna irreale, oppure atolli, cioè barriere coralline emerse.

Uno fra tutti, Rangiroa, Ranghì per i francesizzati, Rairoa per i maori, significa "cielo senza fine". E' vero, mare e cielo diventano la stessa cosa, non c'è punto di separazione, guardi e ti ritrovi debole e stordito. Rangiroa, un anello di corallo, sabbia e palme, una cintura larga un paio di centinaia di metri, che fuoriesce dall'acqua per meno di tre; corre ellittica per più di 200   chilometri. Dentro c'è la laguna, larga 25 chilometri (non si vede l'altra sponda), lunga 75, l'acqua è profonda fino a 30-35 metri, fuori dell'anello l'abisso del Pacifico, che precipita subito a 4, 5, 6mila metri. Dentro i pesci multicolori, che vengono a mangiarti in mano, come i colombi in piazza San Marco, fuori i giganteschi squali. Di quei 200 chilometri di striscia, solo un breve tratto, di una decina di chilometri è abitato, qualche centinaio di anime; ai due estremi i villaggi di Avatoru e Tiputa, in corrispondenza dei pass, cioè dei due varchi nella barriera corallina che, sfruttando i cicli di marea, permettono il ricambio dell'acqua e assicurano la vita alla laguna. Su questo tratto c'è anche l'aeroporto, una breve pista e una piccola costruzione con il tetto di paglia, apre e chiude secondo l'orario degli aerei, bimotori ad elica, che fanno principalmente la spola da e per Papeete, la capitale, sull'isola di Tahiti. Un paio di confortevoli alberghi e un discreto numero di "pension de famille", accolgono i turisti, mai numerosi, equamente ripartiti tra nuotatori subacquei e amanti dell'amaca sotto le palme.

Stupenda convivenza. Alla sera, ci si ritrova tutti insieme, a gustare una porzione di mahi-mahi (grosso pesce) alla vaniglia, mentre giovanissime vahinè deliziano gli occhi con le loro movenze, al ritmo di musiche che fecero innamorare Marlon Brando al punto da comprarsi laggiù un'isoletta tutta per lui.

Nel volo di rientro mi sono trovato già a pensare "dove la prossima volta?", ce ne sono di luoghi non banali. A Capo Horn, in Cile, si incontrano Atlantico e Pacifico; a Capo di Buona Speranza, in Sudafrica, Indiano e Pacifico; in Norvegia, il battello postale fa tutto il giro dei fiordi; a Lhasa, in Tibet, il palazzo del "Potala" emana la spiritualità del Dalai Lama; le dune rosse, nel deserto della Namibia, sembrano toccare il cielo. Forse è vero che il viaggio più bello è quello che non abbiamo ancora fatto.

Tiziano Terzani, che di viaggi se ne intendeva, disse che "il bello del viaggio non è l'arrivare, è il viaggiare stesso"; con umiltà e rispetto, mi permetto di pensarla come Lui.

Febbraio 2005
Renato Ganeo