Incontro con i Gorilla


di Claudio Chiumello


Nel mese di Ottobre ho avuto finalmente la possibilità di poter organizzare un viaggio breve ma con un programma di visite abbastanza intenso in Uganda e Rwanda.
Oltre ad un mio desiderio di ritorno in Africa dopo qualche anno, il motivo principale è poter vedere finalmente quegli animali unici che è possibile trovare solo in questi paesi: i gorilla di montagna.
Il trasferimento con un mezzo fuoristrada condotto da una guida locale, da Kampala fino alla zona del parco dei Tre Vulcani, situata sul confine di Congo, Uganda e Rwanda, è risultato tranquillo ed interessante. L’unica strada asfaltata che attraverso l’Uganda porta al confine con il Rwanda è frequentata principalmente dagli abitanti locali che si spostano utilizzando l’unico mezzo naturale a disposizione: le loro gambe, raramente fornite di scarpe adatte, molto rare le biciclette trasformate in mezzi di carico di caschi di banane.
Piantagioni di banane e di patate dolci fanno infatti da sfondo al corridoio grigio della strada che in maniera repentina inizia ad attraversare le colline, quasi tutte coltivate fino alla loro sommità dalla forza manuale di questi abitanti
Prendiamo alloggio direttamente alle pendici di una delle tre montagne, caratterizzate da un colore verde intenso della vegetazione ed una persistente nebbiolina dovuta alla forte umidità atmosferica. Questa zona dell’Africa è rimasta infatti l’unica dove alcuni gruppi di gorilla sono riusciti a sopravvivere ed a riprodursi in maniera autonoma: rimane quindi una eccezionale riserva naturale giustamente preservata dai governi locali.
Abbiamo deciso di iniziare la ricerca dei primati partendo dalla zona del Rwanda per poter visitare in seguito anche la capitale Kigali ed alcuni luoghi legati alla recente tragedia del genocidio che ha coinvolto le due principali etnie di questo paese alcuni anni fa.
Alti alberi d’eucalipto fanno da contorno alle solide costruzioni in muratura dove i rari turisti sono alloggiati in attesa di poter iniziare il percorso di ricerca, con un permesso di ingresso prenotato con largo anticipo e pagato profumatamente in dollari americani. Bisogna inoltre seguire delle regole precise sempre rigorosamente accompagnati da guide locali, guardiaparchi e soldati armati. Nel caso poi si riuscisse ad incontrare i gorilla la durata dell’osservazione è stata stabilita in 1 ora soltanto, per evitare di trasmettere eventuali malattie che potrebbero danneggiare la salute di questi primati.
Dopo le indicazioni tecniche e operative fornite dai guardiaparchi si inizia a salire attraverso un percorso prefissato tra alberi secolari e macchie di bambù, con il fondo del sentiero reso scivoloso dal fango persistente. I nostri accompagnatori si prodigano nell’aiutarci nei tratti più difficoltosi e sconnessi: la salita è comunque fattibile da chiunque con un minimo di attenzione e allenamento fisico.
Dopo più di un’ora e mezza di cammino e il ritrovamento di rami di bambù spezzati con i germogli rosicchiati insieme a segni e tracce inequivocabili, la gradita sorpresa: un folto gruppo di primati sta comodamente passando la giornata nel mezzo di una piccola radura erbosa, ancora abbastanza incurante del nostro improvviso arrivo.
Comodamente sdraiati sull’erba oppure in continuo movimento, con lo sguardo intenso e profondo, gli esemplari più adulti cercano di scrutare nei nostri volti un cenno di interesse. Cercando di fare meno movimento possibile per non suscitare reazioni improvvise e violente riusciamo ad avvicinarsi fino a qualche metro: le dimensioni degli esemplari più anziani, quelli con il pelo della schiena argentato, sono veramente impressionanti, soprattutto quando si erigono sulle zampe posteriori e si battono rumorosamente il petto con quelle anteriori lanciando urla stridule: abbiamo anche capito dove gli sceneggiatori del film King Kong si sono ispirati.
Gli esemplari più giovani, con il pelo arruffato si rotolano giocosamente tra loro, amorevolmente seguiti ed accuditi dalle femmine. La manualità di questi animali è impressionante: riescono infatti a scalare gli alti fusti dei bambù fino alla sommità, afferrare e sbucciare velocemente i germogli, e divorarli anche offrendoseli reciprocamente.


Esaurito il tempo a nostra disposizione riprendiamo la via del ritorno: alle nostre spalle il rumore dei rami spezzati e i suoni gutturali del branco ci accompagnano fino alla prima curva del sentiero.
Al parcheggio veniamo accolti e inseguiti dai bambini locali festanti e curiosi, felici di poter ricevere qualche oggetto in regalo, anche solo un nostro semplice sorriso o un cenno di saluto.

Già sulla strada che dal confine conduce a Kigali si notano subito i monumenti con le targhe metalliche in prossimità delle fosse comuni che custodiscono i resti delle vittime sterminate dalla guerra fratricida del 1994 ed il loro ricordo è stato completato con la recente costruzione di un grande memoriale in questa metropoli africana, che raccoglie le informazioni, le immagini e le testimonianze dirette, accanto alle altre tragedie accadute soprattutto nell’ultimo secolo, dallo sterminio della popolazione Harare in Namibia, alla diaspora armena, all’olocausto nazista, allo sterminio in Cambogia fino alla pulizia etnica nei paesi balcanici. Una fossa comune nello stesso comprensorio del memoriale rimane ancora aperta e visitabile e continua a raccogliere i resti delle vittime che tuttora vengono alla luce.
Due luoghi simili tra loro, situati entrambi ad alcuni chilometri di strada sterrata sulle colline fuori dalla capitale sono stati eletti a simbolo di questa malvagità umana: sono due chiese cristiane dove si erano rifugiate migliaia di persone e dove sono state tutte massacrate in poco tempo dall’etnia opposta con armi rudimentali. Vere e proprie montagne di teschi umani, mucchi di ossa scrupolosamente divise per tipo, tutti i vestiti delle vittime ancora macchiati di sangue ormai rappreso sono in mostra come in un macabro museo della follia umana e dell’incapacità di fermarla. Pesante è la responsabilità del mondo occidentale ed evoluto, colpevole di non essersi sforzato abbastanza per impedire con ogni mezzo questa guerra civile durata meno di cento giorni e costata più di un milione di vittime civili accertate.
Il lento processo giudiziario dei colpevoli riconosciuti è stato demandato per la sua gestione ad ogni singolo villaggio: il paese intero vuole comunque cercare una convivenza pacifica e duratura, e tutti stanno facendo uno sforzo sovrumano di riappacificazione tra le differenti etnie, sicuramente lento ma con un risultato positivo realizzabile.

Attraverso le piantagioni di te di colore verde intenso, coltivate manualmente dai locali, rientriamo in Uganda per visitare ancora due importanti parchi nazionali dove nella savana riusciamo a vedere branchi di elefanti, enormi ippopotami tranquillamente immersi nel fango dei numerosi canali, veloci gazzelle, paurose alla vista dell’auto, robusti facoceri che si inginocchiano sulle zampe anteriori per ricercare il cibo, bovini dalla lunghe corna arcuate che vengono utilizzati anche per lavori agricoli e numerose specie di uccelli a noi finora sconosciuti, con ampie e ossute aperture alari, in diretta discendenza degli uccelli preistorici.
Il leone ci rimane invece nascosto alla vista: ascoltiamo comunque i racconti delle guide locali che trasformano questo mammifero in una vera e propria leggenda: un ottimo motivo per riuscire a ritornare in Africa.

Claudio Chiumello, Cigv Italia, 2006