Il viaggio



La parola "Viaggio", ad ascoltarla, dà subito una duplice sensazione che genera due aspetti contrastanti del tema stesso, uno di curiosità, fascino, ricerca, l'altro di timore, ansietà, paura dell'ignoto. Queste due, sovente inconsce, sensazioni si ritrovano anche nelle parole, nei vocaboli che al viaggio si riferiscono e che appunto lo presentano come evento che insieme unisce desiderio, curiosità, attesa dell'ignoto,fascino del nuovo, timore, sacrificio, rinuncia, impegno ed ineluttabile fatalità
La parola viaggio deriva dal latino "Viaticum", il corredo cioè da portare da chi, accingendosi a partire, deve avere con sé le provviste necessarie al lungo cammino, la bisaccia, il bastone, la lettera di raccomandazione. "Viaje" in spagnolo, "Voyage" in francese.
Nella lingua inglese la parola più usata è "Travel", che ritroviamo in francese nella parola "travail", ove il suo significato diviene "lavoro", mentre in italiano diventa invece travaglio. Ci sono, in queste variazioni di significati nelle varie lingue, sensi ed interpretazioni diverse assai significative, quali prova, sofferenza, fatalità. Nelle lingue germaniche analoghi riscontri dalla radice "Fern", che dà luogo a termini di vario significato, sempre intorno ai concetti di esperienza, perizia, rischio.
Il viaggio ha, dunque, questo duplice aspetto di attrazione, preoccupazione, ricerca, fatalità. Si può dire che il viaggio non è mai stato studiato a livello antropologico quale disciplina particolare delle scienze umane o quale elemento fondamentale ed importante dello sviluppo ed evoluzione della civilizzazione umana. Si preferisce usare questo termine in luogo della parola civiltà.
D'altra parte l'antropologia stessa può aiutarci ad arrivare a questa conclusione. Si può citare un piccolo esempio: 30 anni fa, in un'isoletta delle Filippine meridionali, in una valle chiusa da montagne di difficile accesso, è stata scoperta una piccola popolazione, i "Tasadays", che da molti secoli viveva in quell'area, ad uno stadio culturale paragonabile a quello dell'epoca neolitica. Fu scoperta e richiamò molti studiosi: tra loro il rotariano di Venezia Giancarlo Ligabue, dell'Istituto omonimo, che effettuò una spedizione per studiare quelle genti. L'interrogativo che s'imponeva era come mai i Tasadays vivevano ancora a tale livello culturale. La risposta probabilmente era nel perfetto equilibrio del rapporto con l'ambiente circostante. Essi traevano le risorse vitali dall'ambiente al quale, a loro volta, davano un loro contributo equilibrante, né necessitavano di cercare altrove il soddisfacimento delle loro esigenze. Il contatto con altre civiltà come la nostra ha rotto subito quell'equilibrio. Un semplice coltello di metallo, od un secchio di plastica, od un pezzo di stoffa, ne sono stati la causa dirompente.
Oggi i Tasadays non ci sono più.
Altri esempi si possono trovare in mille altre parti del mondo: in Amazzonia, in Africa, nella Nuova Guinea, e così via.
Forse l'uomo viaggia per cercare qualcosa che manca nel suo sito ?
Nella lunga storia dell'umanità, il primo documento sul viaggio risale a molti secoli fa, con l'epopea di Gilgamesh: uno dei primi libri scritti dall'umanità nel III millennio avanti Cristo. In poesia (era più facile tramandare versi che non in prosa) si racconta la storia di un re di Uruk. il quinto della dinastia accadica. Giovane, forte e violento, dominava i suoi sudditi in modo tale da preoccupare anche gli dei che vollero intervenire per ridurlo a più miti pretese. Mandarono così ad incontrarlo uno strano essere, un selvaggio venuto dalla foresta, un tale Enkidu, perché combattesse contro di lui. Lo scontro avvenne, e Gilgamesh vinse e quando già stava per uccidere il selvaggio, colpito dal suo sguardo gli lasciò la vita. Da quel momento i due divennero amici inseparabili.
La morte di Enkidu in combattimento, la perdita dell'amico, il suo tentativo di cercare l'immortalità, spinse Gilgamesh ad un lungo e periglioso viaggio fino al regno dei morti, in una varia ricerca.
Ed ecco che nasce così il primo racconto di un viaggio, come condanna voluta dagli dei.
Ne segue quindi il dubbio, l'interrogativo che sorge per l'interpretazione di questo atteggiamento umano, interrogativo che qualche volta ho posto durante seminari sull'argomento che è però rimasto senza risposta: "L'uomo è un animale da tana o un migratore?". Lo spostamento su questa nostra terra, ed oggi possiamo anche dire "oltre", è una esigenza interiore come per certi animali predisposti ad essere migratori, o esteriore? Forse non è ancora nata una disciplina che studi il viaggio dai vari punti di vista antropologico, psicologico, filosofico, sociologico con il contributo delle diverse scienze. Forse è immediato il rispondere che l'uomo esce dalla propria tana quando il bisogno lo spinge, almeno inizialmente, ma forse anche altre motivazioni lo spingono ad errare per i mari o i deserti. Ricordiamo i Tasadays.
Comunque il viaggio è tale quando presuppone un ritorno. L'uomo parte sempre per tornare al punto di partenza, anche se non lo vuole, anche se non ritorna. La storia dei viaggio, dei vari aspetti di esso, è varia e significativa nei diversi periodi storici.
L'epopea di Gilgamesh divenne un best-seller del mondo culturale mesopotamico e si diffuse nei paesi limitrofi, tradotto nelle lingue letterarie più importanti, dall'accadico al sumero, all'ittita, trascritto sulle tavolette di argilla che oggi rivedono la luce negli scavi archeologici. Il viaggio viene così raccontato come una fatale imposizione degli Dei all'uomo.
L'altro grande viaggiatore, che segue di qualche centinaio d'anni il re di Uruk, è l'Ulisse omerico. Egli ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di trovare delle interpretazioni diverse al suo errare per i mari, che ne hanno idealizzata la figura fino a divenire, con Dante Alighieri, un simbolo dell'uomo guida. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza". In realtà, se si rilegge bene l'Odissea, la figura di Ulisse si ridimensiona alquanto. Astuto, forte, intelligente, il suo vero ed unico interesse è quello di tornare a casa, alla moglie, ai suoi greggi, un desiderio, a ben guardare, di pantofole e caldi giacigli. Né vale pensare che, forse, un giorno Ulisse si sia rimesso in viaggio per raggiungere i confini del mondo. Ecco quindi il viaggio come imposizione divina, e non umana.
Nel periodo greco e romano nacquero i cosiddetti viaggi filosofici. I sapienti e gli studenti viaggiavano per incontrare i saggi del tempo, i platonici, gli aristotelici, gli stoici. L'Egitto fu meta dì tutti i sapienti. Ben prima i Fenici avevano navigato per i mari con un solo scopo, il commercio, ed i loro viaggi avevano per questo un carattere diverso: essi erano interessati solo a porre le basi per i loro commerci e non penetravano al di là delle coste da loro toccate. I filosofi viaggiavano per trovare qualcosa che a loro mancava, la conoscenza di ciò che speravano di trovare presso altri. Non parliamo qui dei grandi viaggi militari, le spedizioni e le invasioni di interi popoli in altri territori.
Più avanti cominceranno i grandi movimenti dei viaggiatori per religione. Il Cristianesimo impose il viaggio, il viaggio di propaganda e diffusione della fede e di conquista delle anime. Le crociate hanno rappresentato un grande fenomeno che unisce stimoli religiosi, ma anche politici e commerciali.
Lo stesso fenomeno in Asia per il Buddismo, che si estenderà per tutto il mondo asiatico.
Il viaggio di guerra copre tutta la storia dell'umanità. Un libro da poco pubblicato affronta e studia il tema dell'impresa militare.
Dopo i viaggi di religione e le Crociate cominciano i grandi viaggi di esplorazione. L'uomo ha bisogno di scoprire e conoscere i continenti. Marco Polo, Ibn Battuta ed i meno noti viaggiatori cinesi, percorrono lunghi itinerari nei vari continenti, fino a Colombo, che "scopre" un nuovo continente. Viaggi nei quali le motivazioni sono le più varie, ma tutti sotto la spinta di un desiderio di conoscenza e soprattutto dalla voglia di conoscere ed affrontare l'incognito. Se pensiamo a Marco Polo che va fino alla lontana Cina viene da domandarsi qual era la molla che lo spingeva.
Senza il viaggio, forse, noi saremmo ancora all'età della pietra, forse all'epoca felice di un Eden perduto per sempre, del quale troviamo esempio nei Tasadays, ormai scomparsi come piccola unità etnica. Se avessimo trovato come loro il nostro equilibrio nell'ambiente, senza disturbare la natura a noi d'intorno, vivremmo anche noi a quello stadio.
Una domanda: oggi si viaggia ancora? Siamo ancora viaggiatori quando ci spostiamo lungo le rotte aeree dei mondo? E' il turista che cerca le spiagge dorate dei Caraibi, dimenticando quelle altrettanto belle della vicina Sardegna, un viaggiatore? Oggi spostarsi è facile, ed a ciascuno di noi il compito di considerarsi turista o viaggiatore. Il turismo di massa inconsapevolmente agisce nella direzione del mito di oggi: il villaggio globale. Ogni turista, volontariamente o no, riceve dal suo viaggio qualcosa dal mondo che visita, ma porta anche qualcosa che influisce in modo ineluttabile sul luogo che visita. Il regalo al ragazzino di una penna a sfera in un paese sperduto dell'Africa, o delle scatolette vuote dei nostri film, influiscono in modo indelebile nel mondo che stiamo scoprendo. Azione e reazione sono una legge insuperabile.
E' interessante notare come nei viaggi di gruppo si formino delle collettività temporanee, come società transitorie con le proprie leggi. In questa collettività siamo capaci di scambiare confidenze
come non faremmo a casa con un amico. fenomeno tipico delle cosiddette "società dei viaggiatori". Alla fine del viaggio esse si disperdono e non si ritroveranno praticamente più.
Il turismo è certamente responsabile di danni enormi, ma anche di pregi enormi. E poiché dietro ogni danno si può trovare un vantaggio, ed ogni azione dell'uomo ha un doppio effetto, è proprio dall'equilibrio dei due effetti che si raggiungono fini che noi non stabiliamo ma che sono insiti nella natura delle cose.
Aggiungiamo solo ancora un altro elemento importante. E' anche un viaggio quello che l'uomo compie dalla propria scrivania con la telematica, si arriva ad avere contatti con tutto il mondo con grande facilità. Ogni fatto ha sempre la sua medaglia a due facce e non è importante l'una o l'altra faccia: l'importante è la medaglia, chè, se si toglie una faccia, essa medaglia non è più.

ing. Mario Dalmazzo
Presidente Cigv Italia