Giava- Imogiri

La necropoli dei re

Anche se in questi ultimi anni molte cose sono cambiate con gli ultimi avvenimenti a livello mondiale, la cultura giavanese è ancora ben rappresentata dalla parola “Kejaven” che potrebbe tradursi con “giavanesità” o simile , come l’attitudine del mondo giavanese ad assorbire le influenze esterne, assorbirle, però modificandole ed adattandole alla proprio cultura secolare di fondo. Kejaven significa soprattutto un modo di vivere e qui mi piace riportare una interpretazione di Laura Romano, una vera esperta nel campo che mi accompagnò nella mia visita ad Imogiri: “Secondo il Kejaven, uno dei motivi principali per cui siamo limitati nella visione della nostra personale esistenza come un qualcosa separato dal tutto, consiste nel fatto che l’individuo è quasi sempre centrato sul suo ego ed utilizza come strumento di interpretazione della realtà e di interrelazione con essa, principalmente se non unicamente, il pensiero e le sue facoltà centralizzate ed interpretative”.

Faccio questa breve premessa per porre l’accento sull’attitudine del popolo giavanese al sincretismo religioso e la sua capacità di assorbire e rielaborare culture diverse, prendendo da ciascuna di esse di volta in volta degli aspetti particolari per integrare i diversi elementi e dar luogo ad una diversa cultura la cui matrice resta però senza il minimo dubbio talmente giavanese che l’osservatore esterno ha l’impressione di trovarsi sempre di fronte ad un “Unicum” culturale”. Dalle antiche radici della cultura Dongson, dall’Induismo shivaita proveniente dal Gujarat e poi il Buddismo mahaiana che ha prodotto i più bei capolavori della scultura giavanese, fino all’Islamismo e poi infine all’influenza della cultura occidentale, tutto si è fuso in un solo corpo giavanese nel quale si riconoscono tuttavia le diverse origini. La necropoli reale di Imogiri mi sembra riassumere in essa tutte queste esperienze che si possono ancora ritrovare visitandola. Ho avuto la possibilità di farlo in modo particolare per una serie di fortunate combinazioni durante un mio lungo soggiorno a Giava.

A circa una ventina di kilometri da Jojakarta sulla strada che conduce a sud verso le spiagge dell’Oceano indiano, si trova il villaggio di Imogiri. Quasi nascosto in una fitta vegetazione di un verde intenso in una campagna fiorente e con risaie ben coltivate, Imogiri è un tranquillo paese di agricoltori; le abitazioni ordinate, con i tetti in tegole in terracotta ed i prodotti agricoli esposti lungo i muri, certamente non attirerebbe la curiosità di un viaggiatore se non fosse stato scelto a suo tempo come ultima dimora dei sovrani di Jogiakarta e di Surakarta (Solo) soprattutto per una erta montagnola che come un tempio, quasi come un sacro monte che ricorda la tradizione indù, una specie di simbolico monte Meru che si innalza nel cielo quale sede di spiriti divini. Amici indonesiani di nobile stirpe e Laura Romano che ho più sopra ricordato , mi avevano invitato a partecipare ad una cerimonia propiziatoria a ricordo di un avvenimento che in verità non so bene quale fosse, nel mausoleo di Imogiri: un occasione da non perdere! Da una piccola piazza ai piedi di una altura, sale una larga scala verso la sommità del monte dove si trova la grande necropoli della dinastia Mataran. Fu nel 1645 che il grande sultano Agung fu seppellito per sua scelta e volontà sulla cima rocciosa della collina e da allora fino ai nostri giorni tutti i discendenti delle famiglie reali di Jogia e di Solo in compagnia dei loro famigliari sono stati lì tumulati. Era l’epoca dei grandi sultanati islamici che in quell’epoca vivevano nel loro massimo splendore e che si trovavano in lotta contro la invadente potenza commerciale dei Portoghesi e degli Olandesi. Fu in quel tempo che sorsero i grandi Kraton, i palazzi reali simboli del potere dinastico e fu proprio Agung che, ottenuto il titolo di Sultano riunì nella sua persona il potere politico e religioso del suo regno. Una storia assai interessante forse da noi non troppo conosciuta. Attorno alla tomba di Agung, in piattaforme degradanti attorno al culmine del monte, chiuse da alte mura in un complesso maestoso e suggestivo, ,sorse un cimitero monumentale destinato ai defunti delle dinastie di Giojakarta e di Surakarta. Una grande scalinata di 350 gradini arriva poco sotto la sommità della collina fino alla tomba di Agun quasi protetta ed ombreggiata da grandi alberi che filtrano i raggi del sole e creano un’atmosfera suggestiva e magica. Bisogna affrontarla con calma ed ammirare il paesaggio attorno che in certi punti non nasconde il mare lontano. In alto, sotto un grande “pendopo”, una specie di padiglione aperto sui lati, ci fermammo ad attendere i dignitari della casa reale mentre cortesi e dignitosi personaggi ci offrirono fumanti tazze di thè. Tutti erano abbigliati con bellissimi abiti da cerimonia, splendidi batik drappeggiati, i cui disegni stavano ad indicare la funzione di corte di questi nobili ed il loro rango. Naturalmente tutti portavano il loro “kris”, la celebre arma che ha acceso le nostre fantasie giovanili di avventure esotichesalgariane. Quali invitati, per poter accedere alla tomba di Agung, noi stessi dovemmo indossare abiti adatti alla cerimonia, abiti cioè giavanesi che i dignitari stessi assai gentilmente ci avevano preparato in modo conveniente: un lungo sarong in batik, kain panjang, spalle e piedi nudi,dopo aver tolto di dosso tutti gli orologi, anelli e gioielli. Al nostro piccolo gruppo si aggiunsero tre nobili, belle e giovani dame i cui leggeri passi sui gradini ripidi fino alla tomba ridicolizzavano il nostro goffo ed incerto incedere, ostacolato dai lunghi costumi. Di loro ricordo soprattutto i capelli, di un nero quasi blu incredibilmente luminosi raccolti in modo semplice ed armonioso che ben difficilmente uno dei nostri grandi parrucchieri alla moda potrebbe ripetere.

Dopo aver salito lentamente gli ultimi gradini raggiungemmo la grande porta che introduceva alla parte più riservata del cimitero: il mausoleo di Agung, una piccola cella scura di circa un metro e mezzo di altezza, entro la quale non si poteva accedere che in ginocchio. Prendemmo posto assisi a gambe incrociate nella posizione del loto attorno al sarcofago di pietra, semplice senza ornamento alcuno. Ne poteva essere in modo diverso essendo la cella alta non più di un metro e mezzo. Nell’umida penombra regnava il silenzio ed un momento dopo iniziò la cerimonia con la recitazione di preghiere ed invocazioni propiziatorie. Ciascuno di noi aveva una ciotola di acqua lustrale e di petali di fiori come offerta da depositare sulla pietra tombale. L’officiane ad un certo momento ci invitò a formulare mentalmente un desiderio che l’anima del sultano avrebbe esaudito. L’oscurità del luogo, il tono di voce cadenzato dell’orante, quasi un canto, le sue parole per noi incomprensibili, il silenzio che ci isolava e dal mondo esterno e dal sole violento, tutto contribuiva a creare un intenso sentimento mistico profondo ed indefinito anche in noi miscredenti occidentali senza pregiudizi. Tutto il rituale della cerimonia fu un concentrato della religiosità giavanese Kejawen: la concezione della tomba situata al sommo della collina, la divinizzazione del monarca, l’acqua lustrale, l’offerta dei petali dei fiori e tanti altri particolari provenienti da culture sovrapposte nei secoli: animismo, induismo, buddismo, islamismo, tutto quello che abbiamo definito all’inizio con la parola: “Kejawen “. Ognuno di noi visse quella piccola esperienza in modo assolutamente personale ed uscimmo dalla tomba con le ginocchia doloranti per la seduta prolungata e senza parole e commenti.

Un ultima piccola cosa: non ho poi saputo dai miei compagni se il desiderio espresso durante la cerimonia si sia avverato, ed io certo per parte mia non lo dirò.

Mario Dalmazzo