Islam
il profondo travaglio di una civiltà
d
el Prof. Paolo Branca
Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

1. Il radicalismo islamico fra miti e realtà

Da molti anni il mondo musulmano è interessato da una progressiva crescita e affermazione di correnti e movimenti islamici radicali che propugnano la loro opzione come l'unica in grado si risolvere, insieme ai molti problemi che affliggono questa parte del mondo, la sua stessa crisi di identità e di rispondere all'ansia di riscatto che la pervade. Così facendo essi pretendono di riproporre semplicemente il giusto rapporto tra religione e politica che l'Islam implicherebbe necessariamente e che sarebbe stato alla base della straordinaria espansione e fioritura dei secoli d'oro della civiltà musulmana. Fino a che punto questa ideologia si riallaccia effettivamente alla tradizione islamica e in che misura è invece una sua reinterpretazione funzionale a situazioni recenti e contingenti? Parole d'ordine e strategie dei gruppi che se ne fanno promotori appartengono veramente a un presunto modello islamico originario o riproducono in chiave religiosa qualcosa di analogo a quanto fino a poco tempo apparteneva ai movimenti di tipo nazionalista o rivoluzionario? Perché queste due ultime impostazioni, prevalenti fino a non molto tempo fa, sembrano inesorabilmente entrate in crisi e quali sono i motivi della grande fortuna incontrata dal radicalismo musulmano che ne ha preso il posto? Tenteremo qui di fornire alcune linee di lettura di questo fenomeno, cercando soprattutto di ricostruire un dibattito interno che è più intenso e vivace di quel che potrebbe apparire all'osservatore esterno, assordato spesso da chi fa la voce più grossa, scarsamente ragguagliato a proposito di chi si esprime invece in toni più pacati e quasi del tutto ignaro della gran massa di chi non ha voce in capitolo. La nuova polarizzazione internazionale che sembra decisa ad assegnare all'Islam il ruolo di grande antagonista dell'Occidente e i recenti tragici avvenimenti impongono una valutazione più attenta di quella realtà articolata e complessa che troppo spesso viene sbrigativamente qualificata come "fondamentalista", "intollerante" e "fanatica", mentre rappresenta soltanto uno dei volti attraverso i quali una grande civiltà torna a farcisi incontro, in una stagione di rinnovati e inediti contatti, carica di oscure minacce non meno che di potenziali opportunità.


2. La "globalità" islamica

Una delle caratteristiche della civiltà musulmana che emergono con maggiore evidenza nelle tormentate vicende che travagliano il mondo arabo e islamico contemporaneo sembrerebbe la mancanza di una netta separazione tra spirituale e temporale, fede e politica, religione e società. Questa sorta di assunto di base - diventato ormai un luogo comune per quanto frequentemente e insistentemente ribadito - se pure in parte dipende da concezioni e atteggiamenti diffusi, non deve comunque indurre a considerare come un'entità indistinta i paesi di un'immensa area che si estende dalle coste occidentali dell'Africa fino all'Estremo Oriente e che, nel corso della sua storia plurisecolare, ha visto svilupparsi - anche nella sfera politica - una straordinaria varietà di situazioni, spesso non molto dissimili da quelle che si producevano altrove, quando non addirittura, particolarmente nel periodo coloniale e post-coloniale, ispirate direttamente a modelli occidentali. Se il superamento e talvolta l'eclissi quasi totale di questi ultimi, che troppo affrettatamente ci eravamo abituati a ritenere consolidati se non addirittura del tutto scontati, potranno essere considerati da un lato come la prova della loro precarietà e del loro scarso radicamento nelle società musulmane, dall'altro il fatto che essi abbiano avuto una stagione di non trascurabile affermazione segnala la complessità di una situazione che mal sopporta di essere ridotta a semplificazioni eccessivamente schematiche. In altre parole, chi voglia considerare l'attuale diffusione e il crescente successo dei movimenti musulmani radicali come una necessaria e ineluttabile conseguenza degli stessi principi insiti nell'Islam, dovrebbe almeno tenere presente che lungo quattordici secoli di storia e in un'area compresa tra il Marocco e l'Indonesia i musulmani hanno avuto occasione di dar vita a forme molto diversificate di relazioni tra la loro fede religiosa e le strutture fond
Una breve analisi di quanto, nell'esperienza del Profet amentali delle società di rispettiva appartenenza. Nello stesso momento, però, alcune premesse di tipo ideologico non vanno trascurate poiché di molti fenomeni sono, oltre che una delle cause remote, molto spesso la principale e imm ediata giustificazione teorica che soltanto alcuni e con grande sforzo giungono a mettere in discussione, mentre dai più viene data per scontata, per quanto spesso in forma implicita e quasi inconsapevole.

3. L’eredità del passato
a e della prima Comunità di credenti, possa costituire il precedente sul quale si fonda la pretesa totalizzante di molti movimenti islamici contemporanei non sarà quindi inutile, né rischierà di risultare fuorviante, se si terrà opportunamente conto di quanto abbiamo fin qui richiamato. Nel quadro estremamente frammentato della società araba antica, ignara di strutture gerarchiche e di forme consolidate di autorità, la religione fungeva da sistema di riferimento comune in forza del quale era possibile stabilire la validità e la permanenza di un certo numero di regole fondamentali. Uomini dotati di particolare abilità oratoria, custodi della tradizione dei padri e assistiti da una speciale grazia celeste (baraka) svolgevano essenzialmente il ruolo di mediatori tra differenti interessi nel precario equilibrio che caratterizzava la società beduina particolarista e conflittuale quanto altre mai. Non diversa da queste figure, per funzioni e tipologia, fu quella del Profeta: anch'egli depositario di un messaggio destinato a imporsi per la sua forma eloquente e innestato nel solco di un'antica e autorevole tradizione, riconosciuto dai suoi seguaci quale arbitro super partes non soltanto per le sue doti personali ma anche a motivo del suo rapporto privilegiato con la divinità. Quanto queste prerogative della figura di Maometto (in arabo Muhammad), agli occhi dei musulmani, siano sempre apparse essenziali e per niente secondarie risulta evidente dall'enfasi che essi hanno voluto attribuire alla migrazione (egira) compiuta dal Profeta dalla Mecca a Medina nel 622 dC, significativamente considerato l'anno zero dell'era islamica. L'autorità anche religiosa di Maometto era infatti rimasta incompleta alla Mecca dove, a causa dell'opposizione incontrata, egli non aveva potuto che raccogliere attorno a sé un piccolo gruppo di fedeli, distinti dal resto della popolazione dalle nuove dottrine alle quali aderivano. Per quanto traumatico e inaudito, l'abbandono della città d'origine fu quindi la premessa indispensabile per il passaggio della figura del Profeta alla pienezza del suo ruolo e per la completa maturazione del suo messaggio. Quest'ultimo non si limitò a inserirsi nel quadro della cultura del proprio ambiente d'origine, ma introdusse anche alcune novità che sarebbero state di fondamentale importanza nel determinare i futuri sviluppi della civiltà arabo-musulmana. Nella celebre Carta di Medina - documento nel quale venivano stabilite le norme che regolavano i rapporti tra i differenti gruppi che popolavano la città nella quale il Profeta era emigrato coi suoi seguaci - si introduce il concetto di Comunità dei credenti o Umma che da allora costituisce per i musulmani di ogni tempo e luogo il modello sociale di riferimento alternativo ad ogni concezione che privilegi legami di carattere etnico (ius sanguinis) o territoriale (ius soli) rispetto a quelli religiosi. Questa "svolta universalista" non si realizzò una volta per tutte, ma dovette costantemente fare i conti con la permanenza delle tendenze proprie del particolarismo beduino. Nel complesso essa comunque finì per imporsi e portò a compimento l'ambizione unificatrice che già la religione pagana aveva invano cercato di realizzare. A Medina l'Islam era diventato adulto e pretendeva di costituire l'elemento fondante di un nuovo ordine sociale. Quegli anni della vita e della predicazione del Profeta e il periodo dei primi Califfi sono dunque di enorme importanza per comprendere come l'Islam abbia costituito un’autentica rivoluzione nell'ambiente dell'Arabia antica e quanto alcune premesse poste proprio in quegli anni fossero destinate a influenzare profondamente la futura evoluzione della storia degli arabi e della comunità musulmana. E ciò non soltanto nei primi e decisivi secoli che videro la nuova civiltà svilupparsi e raggiungere, insieme alla massima espansione territoriale, anche la compiuta fioritura culturale, ma anche per le epoche successive e fino ai giorni nostri. Quel passato infatti è costantemente riletto e recuperato da ogni generazione non tanto per averne una più completa ed esatta ricostruzione storica, quanto per costituire la lente attraverso la quale poter interpretare le vicende del presente e orientare quelle future. Nonostante le profonde trasformazioni che il loro mondo ha subito, l'aurea "età delle origini" non ha mai perso infatti per i musulmani il suo carattere di modello ideale e paradigmatico e il richiamo ad essa e agli insegnamenti e ai principi che vi avrebbero trovato compiuta espressione conserva un carattere di autorevolezza che il tempo non ha sostanzialmente ancora alterato. I personaggi e le vicende che le sono propri non hanno subito presso le grandi masse gli effetti corrosivi della critica storica e quindi nessuna relativizzazione ha potuto comprometterne il valore simbolico che rimane di conseguenza intatto e dotato di una forza di suggestione talmente efficace da risultare insostituibile. A questa ricostruzione "mitica" delle origini dell'Islam contribuiscono tanto le istituzioni culturali ufficiali quanto la propaganda dei movimenti religiosi di opposizione. Da un lato la scuola e i mass media, direttamente controllati dai governi, celebrano le glorie del passato alimentando un diffuso desiderio di rivalsa che si unisce ai gravi problemi relativi al sottosviluppo economico e sociale in una miscela potenzialmente esplosiva, senza favorire per lo più la maturazione di una coscienza consapevole del carattere evolutivo dei processi avvenuti nel corso del tempo. Dall'altro la contestazione islamica ha buon gioco a far leva su questi stessi sentimenti denunciando l'ipocrisia di quanti, pur riempiendosi la bocca di lodi e celebrazioni della grandezza passata dell'Islam, non operano poi coerentemente per riportarlo all'antica dignità e assicurargli di nuovo i successi dei suoi secoli d'oro In sede storica sarebbe facile contestare il carattere idilliaco universalmente attribuito al periodo delle origini: molte conversioni all'Islam prodottesi sulla scorta del suo successo militare rivelarono il loro carattere effimero e opportunistico; ben tre dei quattro Califfi definiti "ben diretti", che seguirono il Profeta alla guida della comunità dei credenti, morirono inoltre di morte violenta, vittime di risorgenti e indomiti conflitti particolaristici o di nuove rivalità; in quegli anni si produssero infatti le prime grandi scissioni all'interno della Umma, come quella tra sunniti e sciiti, i cui protagonisti non esitarono a ricorrere ad argomenti religiosi per giustificare dissidi dalle motivazioni spesso in realtà ben più contingenti. La consapevolezza di tutto questo rimane appannaggio di una ristretta cerchia di intellettuali che spesso non osano e comunque non riescono a opporla alla versione semplificata molto più facilmente ed efficacemente utilizzabile per legittimare tanto le politiche dei governi quanto la mobilitazione delle opposizioni. Gli uni e le altre tentano di avallare la propria immagine di custodi o promotori di un autentico sistema islamico. Il fatto che i due contendenti si confrontino ormai su questo campo dimostra ampiamente quanto si sia ormai affermata l'idea che di questo e non di altro vi sia bisogno: ridare all'Islam la possibilità di plasmare la società umana, non soltanto come remoto punto di riferimento ideale, ma come preciso modello alternativo a ogni altro e capace di fornire risposte puntuali per ogni problema della vita individuale e di gruppo, in tutte le epoche della storia, compresa la nostra.





3. Il modello islamico: più che una "religione"

Il forte influsso che la filosofia ha avuto sullo sviluppo del pensiero religioso e l'abitudine a considerare l'evoluzione di quest'ultimo come il confronto dialettico tra differenti concezioni e dottrine potrebbero indurci a farci un'idea del periodo formativo dell'Islam piuttosto lontana dalla realtà. La fissazione dei principi del credo musulmano non avvenne infatti obbedendo principalmente a un'astratta necessità di sistematizzazione teorica completa e coerente. Furono piuttosto finalità pratiche e impellenti, legate all'urgenza di fornire a un vastissimo impero una guida autorevole e sicura, a determinare l'elaborazione di un sistema ideologico di riferimento. Come e più di altre religioni l'Islam dovette presto dare delle risposte a problematiche del tutto inedite rispetto a quelle che si ponevano comunemente nell'ambiente in cui aveva avuto origine. Il nuovo credo dei beduini d'Arabia si trovò pertanto ad assolvere a una quantità di funzioni per le quali l'antica tradizione locale non offriva che scarsi e incerti punti di riferimento. Non è infatti un caso che, subito dopo la morte del Profeta, l'Islam abbia prodotto una delle sue istituzioni più classiche (benché il Corano non ne parli affatto), cioè il Califfato, né che attorno alla legittimità di quest'ultimo si sia formato il nucleo fondamentale dei problemi che anche la teologia si sarebbe trovata a dover affrontare e risolvere con i mezzi che le erano propri. Se l'appartenenza a pieno titolo alla Umma musulmana dipendeva, come si è visto, dall'adesione alla fede islamica, occorreva stabilire quali requisiti fossero indispensabili per potersi a giusto titolo definire dei "credenti". Tale qualifica, prima ancora che interessare il destino ultraterreno di ciascuno, risultava infatti determinate per stabilirne lo status all'interno della società, con tutte le conseguenze che ne derivavano tanto per i diritti che gli erano riconosciuti quanto per i doveri che gli erano imposti. Poco incline a scandagliare gli intimi convincimenti dei singoli e scarsamente incoraggiato tanto dai dettami coranici quanto dagli insegnamenti profetici a indagare sul mistero divino pretendendo di ricondurlo nelle incerte formulazioni della logica umana, l'Islam sviluppò di preferenza la legge rispetto alla speculazione teologica e vide nell'obbedienza ai precetti la strada maestra alla quale principalmente orientare i propri seguaci e sulla quale verificarne l'effettiva appartenenza. In ciò si perpetuava l'antico principio che a ciascuno imponeva di uniformarsi alla tradizione (sunna) della propria comunità per esserne membro effettivo e ricevere quindi da essa le conseguenti forme di assistenza e di garanzia. Essere un autentico musulmano era dunque fondamentale per ogni individuo, ma tale qualifica diventava irrinunciabile per chi intendesse accedere al rango di Califfo, ossia di vicario del Profeta, custode dei principi dell'Islam e guida suprema della Comunità. Fin da quegli anni, pertanto, la religione funse da supremo strumento di legittimazione del potere politico il quale traeva da essa la sua stessa ragion d'essere. Sostenere tuttavia che l'Islam contenga nelle sue fonti una precisa e completa forma di organizzazione della società e dello stato sarebbe senz'altro una forzatura, benché sia innegabile che fin dalle origini esso costituì l'elemento cardine in base al quale ciascuno avrebbe preteso di fondare le proprie concezioni politiche Che dunque la religione costituisca un fattore fondamentale nella trasformazione della società o che almeno ad essa si ispirino tutti quanti sono coinvolti nel conflitto che vede opporsi l'autorità costituita e i suoi contestatori non è un fatto nuovo, ma piuttosto una costante nella storia del mondo musulmano. Ogni epoca ha però interpretato questa stessa partitura con caratteristiche proprie, senza limitarsi a riproporre un medesimo copione con attori e ambientazioni differenti. Quel che è certo è che la questione della natura e delle forme dei rapporti che possono e devono sussistere tra religione e politica torna a riproporsi costantemente nel tempo non come un problema secondario, ma come uno dei punti cruciali che rivelano la percezione che l'Islam ha di se stesso e il ruolo che intende svolgere in ogni epoca sulla scena della storia.

4. Un mondo in crisi

L'irrigidimento e la decadenza che hanno progressivamente interessato la cultura arabo-musulmana e in particolare il pensiero religioso dopo la caduta degli Abbasidi (1258) hanno contribuito a rafforzare nell'immaginario occidentale l'idea della civiltà islamica come antitetica ai principi della razionalità e agli ideali del progresso. Se le cose stessero davvero in questi termini non si spiegherebbe come, per secoli, proprio dalle sfarzose corti dei Califfi e dalle loro ricchissime biblioteche siano giunti in Europa gli elementi di base di moltissime discipline, né come mai, nonostante il declino culturale, il mondo musulmano abbia potuto ancora a lungo rappresentare per l'Occidente un avversario di tutto rispetto. Se la civiltà islamica corrispondesse veramente allo stereotipo che la vuole ripiegata su se stessa, ostile a ogni innovazione e incapace di produrre alcunché di originale, gran parte della nostra stessa storia culturale resterebbe sostanzialmente inspiegabile. Ciò che ha contribuito a distorcere lo sguardo che ciascuno dei due rivolge all'altro sono i tempi e le modalità differenti con cui processi simili si sono verificati nelle nostre rispettive civiltà. L'Islam ha infatti vissuto prima il proprio Rinascimento e soltanto in seguito ha conosciuto un'involuzione che ha avuto manifestazioni analoghe a quelle comunemente considerate espressioni dell'"oscurantismo" medievale. Nei primi tre secoli della sua storia infatti esso ha saputo con grande elasticità produrre una mirabile sintesi mediando tra i differenti influssi culturali che subì durante la sua straordinaria espansione. Animato da una grande fiducia in se stesso e senza dover fare i conti con una troppo ingombrante tradizione ancora in fase di codificazione, l'Islam diede vita a una nuova civiltà dosando sapientemente elementi propri e prestiti ripresi dall'esterno. La rinascita culturale dell'Europa iniziò proprio quando la parabola dell'Islam, dopo aver dato i suoi frutti migliori, imboccava invece la sua fase discendente. Pertanto l'Islam non sembra mostrare attualmente le stesse doti di adattabilità che ha avuto in passato proprio nella fase in cui gli sarebbero maggiormente utili. L'influsso determinate che l'Occidente sta giocando ormai da un paio di secoli sulle società musulmane riesce ad essere assimilato da queste soltanto parzialmente, mediante giustapposizioni di elementi che non sanno trovare il modo di amalgamarsi organicamente. Stabilire il perché di una simile impasse non è semplice: i motivi storici (difformità dei due percorsi di sviluppo culturale) e psicologici (mancanza di autostima derivante dalla perduta supremazia) sin qui ricordati possono giustificarla soltanto parzialmente. Con maggiore probabilità la crisi appare di più difficile superamento perché non sembra possibile affrontarla con collaudate tecniche di mediazione e all'interno di consuete strategie di adattamento. Lo stringente confronto con la modernità parrebbe imporre la logica dell'aut-aut, costringendo a operare quelle fondamentali nette distinzioni e scelte radicali che si sono invece sin qui sempre evitate. Il fatto che le contraddizioni latenti non emergano per giungere alle loro estreme conseguenze lascia che i dilemmi si dipanino lungo un circuito apparentemente senza sbocco. Le ambiguità di fondo che permangono nel modo di concepire i rapporti tra assoluto e storia, tra verità rivelata e interpretazione umana, tra principi permanenti e loro contingenti realizzazioni storiche preclude il passo a effettive formulazioni originali. In questa situazione chi si dichiara rivoluzionario non ha un referente sostanzialmente diverso da quello del potere costituito che dice di voler combattere. All'uno e all'altro dei due contendenti si offrono legittimazioni teoriche del tutto analoghe, tanto che diventa spesso difficile stabilire se un movimento sia rivoluzionario o restauratore e in definitiva si assiste a una gara in cui ciascuno pretende di presentarsi tanto più credibilmente innovativo quanto più autenticamente ed efficacemente interprete del perduto ordine originario. Eppure questo Islam politico è un prodotto del mondo moderno, anche se chi lo utilizza - vuoi per mantenere lo status quo vuoi per rovesciarlo - sembra non avvedersene, insistendo anzi nel proporsi come il più genuino portatore di una tradizione immutabile. Paradossalmente, dopo aver tanto proclamato di voler introdurre cambiamenti prendendo a prestito di volta in volta le ideologie laiche più alla moda, senza in realtà riuscire a modificare sostanzialmente concezioni e strutture di base del pensiero e della società, i musulmani potrebbero trovarsi ad assorbire inconsapevolmente alcune caratteristiche tipiche della modernità - non necessariamente le migliori - proprio attraverso il movimento che a parole vi si oppone con maggiore determinazione.

5. Confronto e dialogo

Di fronte a una realtà tanto delicata e complessa, il problema dei contatti e degli scambi fra differenti tradizioni religiose si ripresenta come tematica d’importanza cruciale. Non è però possibile ritenerla una semplice riproposizione di quanto è già avvenuto in passato: se un tempo il conflitto religioso e il confronto ideologico parevano gli aspetti più rilevanti nelle relazioni tra Occidente cristiano e Oriente musulmano, oggi in primo piano sembrano porsi piuttosto questioni culturali, sociali ed economiche legate a una più ravvicinata convivenza. A ben guardare, però, queste nuove tematiche non sono prive di provocazioni e spunti di riflessione anche per la fede di ciascuno. I nuovi orizzonti aperti dalla teologia delle religioni e le dichiarazioni di principio delle varie autorità religiose in un campo e nell'altro sono chiamate a esprimersi e verificarsi nella viva realtà di un mondo che si è ormai fatto piccolo e nel quale nessuno può più pensare di limitarsi a sopravvivere chiuso nel proprio piccolo orto. E' chiaro che la risposta al problema della pacifica coesistenza di differenti civiltà non potrà essere soltanto il risultato di una elaborazione teorica, ma il frutto di una lenta evoluzione nella quale il nostro impegno e la nostra credibilità come interlocutori non saranno irrilevanti al fine di creare le condizioni perché quella che oggi sembra un'ardua mediazione possa sfociare in uno scambio di reciproco arricchimento e a comune vantaggio, mediante una reciprocità troppo spesso largamente disattesa. Molto abbiamo infatti da imparare dai nostri nuovi compagni di cammino: non solo dalla loro umanità ricca di valori di solidarietà o dal loro prestigioso patrimonio culturale, ma anche dalla spiritualità e dalla fede profonda che i musulmani testimoniano all'Occidente secolarizzato, dando prova di fedeltà ad alcuni valori che esso rischia di perdere se non ha già ampiamente dimenticato. D’altra parte la tradizione cristiana ha maturato una netta distinzione tra religione e stato ed enfatizza in particolare il valore dell’interiorizzazione e della responsabilità individuale, senza per questo esser disposta a ridurre la fede a un fatto puramente intimistico. La testimonianza di tali dimensioni nei confronti dei musulmani che sono tra di noi non sarà priva di effetti positivi nell’evoluzione da parte loro di un senso di appartenenza alla propria religione diversamente articolato rispetto a quegli islamici che nei paesi d’origine vivono sotto l’influsso di forti condizionamenti a tale proposito. Se da una parte è evidente che i problemi non mancano, altrettanto chiaro che la situazione descritta è carica anche di qualche interessante opportunità. Di fronte a una sfida tanto affascinante, ridursi a un atteggiamento puramente difensivo, quasi non avessimo nulla da proporre, risulta quanto meno riduttivo...

6. Considerazioni conclusive

Per quanto ormai generalizzata, l'affermazione del radicalismo musulmano non può essere in conclusione semplicemente considerata conseguenza diretta e necessaria dei principi islamici classici, benché trovi in essi in parte alcuni fattori predisponenti e soprattutto forti elementi utilizzabili efficacemente per la sua giustificazione ideologica. Le cause del fenomeno risiedono piuttosto nel contraddittorio rapporto delle società arabe e musulmane con i modelli di vita e di pensiero di stampo occidentale che la fine dell'epoca coloniale non ha risolto, ma semplicemente trasferito su altri piani e che si sono per di più aggravati a causa della situazione sociale ed economica molto precaria. I movimenti islamici radicali non costituiscono un blocco monolitico e compatto, ma presentano caratteristiche diverse e articolazioni sulle quali la storia e gli orientamenti dei singoli paesi hanno un peso determinante e intrattengono con le istituzioni rapporti di natura variabile. Il recupero della tradizione religiosa in chiave politica per rispondere allo smarrimento determinato dalla crisi in atto non sembra tuttavia un fenomeno passeggero, ma rivela piuttosto una tendenza di fondo ormai generalizzata Chi intenda contenere le possibili derive involutive e conflittuali che ne possono scaturire dovrà misurarsi con la complessità dei fattori che abbiamo fin qui brevemente ricapitolato. Il fatto poi che un numero considerevole di musulmani si trovano ormai più o meno stabilmente fra di noi, da un lato ci consente e dall’altro ci chiede di sforzarci a non considerarli meri rappresentanti di un ‘sistema’ incompatibile coi nostri valori, ma persone vive, con tutta la complessità e le stesse contraddizioni che l’esistenza porta con sé. L’opportuna prudenza sarà così contemperata dal netto rifiuto a considerare ciascuno come segnato da un ineluttabile destino a causa delle sue origini e del suo credo. Ogni altro approccio sarebbe fatalmente inadeguato e, a quanto pare, evitare di curarcene seriamente è ormai un lusso che non possiamo davvero più permetterci.
da Vita e Pensiero, n. 6/2001, pp. 501-513)