Ricordi della guerra italo turca 1911-1912
Alpini in  Lybia
di Mario Dalmazzo
Non sono ormai molti  quelli che hanno ricordi diretti o indiretti ma comunque vissuti, di questa avventura coloniale italiana; è passato quasi un secolo, e fra quelli che ancora possono ricordare, al di là delle informazioni storiche e dei libri di testo sull’argomento ormai numerosi, qualcuno ha ancora delle sensazioni epidermiche vive, per avere sentito direttamente raccontare dai reduci qualcosa di vissuto in quegli  anni di vicende belliche.
Non importa se sono notizie imprecise, informazioni distorte ma comunque sofferte, perché appunto vissute sulla propria esperienza personale sulla propria pelle, originate  da situazioni che forse non hanno nulla a che fare con quello che poi gli storici invece racconteranno e preciseranno con loro criteri scientifici. E’ questa una premessa che dovrebbe giustificare le poche parole che si diranno in queste brevi righe di memorie riesumate da anni lontani, quanto possano essere lontani gli anni della vita di un uomo dalla fanciullezza alla vecchiaia.
In questo momento chi scrive è uno di coloro che ha sentito raccontare queste storie nei suoi primi anni ed anche sentito cantare nelle voci familiari canzoni come “Tripoli bel suol d’amore….. “ ed altre parole che ora non ricordo più . Mio padre aveva “fatto” la guerra di Lybia sommersa però nel ricordo da un altro grande evento la “grande guerra 15-18” i cui racconti  tendevano già a far dimenticare  quel tempo passato in Africa sulle sabbie del deserto costiero.
L’occasione dei racconti da parte del babbo erano le foto che noi ragazzi, anzi bambini, prendevamo in mano; foto di quelle storie, e su quelle  cercavamo immagini di oggetti comprensibili alla nostra fantasia, la sabbia, le pietre, i cannoni, i fucili ed i volti neri, stranamente neri ma veri, degli ascari eritrei che accompagnavano i nostri alpini.  Dico alpini perché mio padre era un alpino ed aveva lasciato le sue valli della montagna cuneese per andare ad affrontare un ignoto nemico ed ignote situazioni fra dune di sabbia, distese senza fine in torridi paesaggi dove gli alberi erano palme eleganti che svettavano al vento bruciante che veniva dal sud e che i locali chiamavano “ Simun”. Diceva mio padre che era come essere avvolti in una nuvola di sabbia finissima che penetrava ovunque e attraverso i vestiti, arrivava caldissima sulla pelle, entrava nelle gavette del rancio ed anche nelle casse degli orologi.
Notti passate nelle trincee ad aspettare l’alba e con essa gli attacchi degli “arabi” che avanzavano urlando contro il fuoco dei nostri soldati, incuranti delle pallottole che piovevano loro addosso e che li falcidiavano facendoli cadere inesorabilmente a terra. A parte le impressioni e la paura della cosa in sé, che si generava in noi ascoltatori, quasi quasi ci nasceva dentro  un senso di ammirazione per questi terribili quanto incoscienti arabi . I morti loro erano tanti, i nostri molto meno a parte episodi di agguati terribili come quello famoso di Sciara- Sciar  dove molti dei nostri caddero.  Nomi come Bengasi, Derna, Zanzur, Homs mi suonavano quasi familiari ; le foto sbiadite che guardavamo, ce li trasformavano da suoni in immagini, e li rendevano reali. I fortini costruiti con mattoni fabbricati in posto o le “ridotte”, così si chiamavano quelle specie di torrioni, che  proteggevano da quel mondo esterno pieno di pericoli, erano familiari alle nostre fantasie.
Naturalmente la guerra che vedevamo attraverso i racconti e le foto era quella degli alpini. A ben pensarci fa un certo effetto tuttora vedere in una foto un soldato  con il suo cappello e la penna, la sua divisa in grigio verde e le gambe fasciate e ben strette nelle mollettiere di ordinanza, le fasce, così si chiamavano, lo zaino affardellato sulle spalle con la coperta di lana arrotolata ad U rovesciato ,e dietro un paesaggio desertico con palme e sabbia.
Diceva mio padre che le notti erano lunghe a passare con quel caldo soffocante e lui che non fumava proprio, lì cominciò a fumare e non in modo blando ma fortemente deciso, così deciso che si sarebbe portato quel vizio per tutta la vita senza sapere o forse sapendolo, che proprio le sigarette sarebbero state la causa della sua prematura scomparsa.
Ricordo le  dita della sua mano destra, l’indice ed il medio che avevano un colore avorio bruciato per il fumo delle decine di sigarette giornaliere fumate. La cosa mi piaceva e mi dava un certo senso di ammirazione, come mi piaceva il sentore di tabacco che emanava, un odore forte e sottile nello stesso tempo, un ricordo che è rimasto nelle mie nari. Naturalmente appena mi fu possibile cercai di imitarlo ma senza riuscirvi, Il mio vizio percorse un’altra strada e dopo molti anni smisi di fumare.
La guerra di Lybia rimase nella mia memoria come un insieme di odori, di sabbia, di fumo, di immagini di  alpini, di ascari ed arabi immersi in una nuvola di sabbia dalla quale  poi emergevano le rovine di Leptis coperte dalle dune. Gli alpini parteciparono alla battaglia di Homs vicino al fiume Lebda ed alla grande città di Settimio Severo e passata l’azione bellica mio padre impegnò la sua compagnia a liberare dalla sabbia quello che affiorava , anche per  motivare gli uomini e vincere i nefasti ozi del dopo battaglia. Le fotografie di queste rovine le ho riprodotte nel nostro sito e se qualcuno le vuol vedere può andare in “Archeologia”. Sono foto che furono scattate non so da chi, ma forse da mio padre stesso. La guerra non durò molto ed i turchi lasciarono nelle mani degli italiani quella enorme distesa di sabbia.
Ci vorranno molti anni per sapere cosa le  sabbie nascondessero, ma quando il segreto fu svelato per gli italiani era ormai troppo tardi. Mi raccontava il nostro grande geologo Ardito Desio ( nostro socio onorario) della sua scoperta del petrolio sulla strada da Tripoli per Gadames ma fu una scoperta prematura. Altri ne avrebbero poi approfittato!
La storia di questa guerra fu abbastanza complicata. Il giovane Regno di Italia cercava di mettersi alla pari con le potenze sue vicine e voleva, dopo la disastrosa impresa coloniale etiopica del 1886,  rifarsi una sua onorabilità. Giolitti , allora presidente del governo, giocava in accordo con il Re una singolare partita con governi che incameravano correnti politiche diverse, destra o sinistra,  secondo le opportunità del momento, per ottenere un assenso maggioritario e raggiungere le sue mete, un possedimento coloniale nel Mediterraneo. Non fu agevole  raggiungere un accordo interno, per un impresa contro una nazione come l’impero ottomano. Fino all’ultimo ci furono opposizioni notevoli. Fra gli altri si distingueva un tale socialista di nome Mussolini che insieme ad un altro socialista di nome Nenni organizzarono vanamente numerose manifestazioni di piazza, famosa quella di Modena, in occasione del XII Congresso socialista, mentre sempre da parte socialista, Bissolati appoggiava l’azione governativa. Una azione sottile e silente che Giolitti conduceva con mano leggera, ma ferma e decisa.
Non voglio e non è nemmeno lo scopo di questo breve scritto, entrare in un campo storico che non mi compete. Come ho detto all’inizio, desidero solo ricordare sensazioni ed immagini che rimangono dalla mia infanzia e in un certo modo giustificare la presentazione nel sito di una serie di foto lasciatemi da mio padre che si riferiscono a questi eventi. Giolitti era di un paese del cuneese  Dronero sulle pendici dell Alpi Cozie, e di Dronero era mio padre, che conosceva quindi come famiglia, il Giolitti.
Indipendentemente da questo, molti droneresi, tutti alpini, partirono con il sottotenente Dalmazzo per la Lybia.
In una chiesa del paese o meglio della “città” di Dronero, il Santuario della Madonna di Ripoli, c’è ancora un grande quadro con le foto di tutti i partecipanti alla guerra e fra essi naturalmente  anche la sua foto. Si racconta che il parroco di allora, Don Bernardo Mattio avesse offerto in voto la sua vita in cambio del ritorno di tutti gli alpini droneresi sani e salvi dalla guerra. Fatto sta che tutti son tornati e che il parroco subito dopo è deceduto per cause naturali. Fra parentesi: in Vaticano c’è in corso un processo di beatificazione di questo prelato.
Di questa esperienza ,di queste sensazioni mi rimangono una serie di fotografie, alcune scattate da mio padre. Fra queste credo di riconoscerne alcune di Luca Comerio, che può considerarsi il primo foto reporter di guerra  “ante litteram” che seguì lo svolgersi delle vicende, fotografando e  filmando gli avvenimenti. Ho detto “credo” perché le foto non sono firmate, ma riconosco il suo stile che ho ritrovato in altre foto prese durante la prima grande guerra sulle vette dell’Adamello e dell’Ortler Cevedale sempre con le truppe alpine e incrociando i suoi percorsi di guerra  con quelli di mio padre.
In “Immagini” riporterò una serie di queste foto, molte delle quali purtroppo non hanno didascalie e quindi difficili da interpretare almeno, per quanto riguarda i nomi dei luoghi. Sono però comunque documenti interessanti e vale la pena di guardare e di conservare. Ho anche una serie di disegni, quasi precursori dei moderni “fumetti”, sulla guerra di Lybia che proprio in questi giorni casualmente ho trovato. Sono già stati inseriti nelle nostre “Immagini”, quasi a introduzione e commento di questo scritto su un argomento ormai quasi dimenticato.