L'incredibile gioia della vetta
prof. Giacinto Bollea

La notte porta consiglio, dicono; la notte della Festa porta un'idea - una sola basta, anche se è travestita da domanda - nascosta e tuttavia palese in un libro come nella sua tana preferita (Kurt Diemberger, "K2 il nodo infinito", Corbaccio Editore, Milano, 2000): affiora e si manifesta senza che neppure la si ricerchi, fortunato dunque il libro cui essa è affidata. Libro questo, di Kurt Diemberger - frutto prediletto dell'intenzione, ricerca, scavo a posteriori di un presente più di altri incancella bile... - incentrato di fatto sulla tragedia dell'agosto'86 sul K2, quando sette alpinisti morirono sulla montagna; tra essi Julie Tillis, compagna dell'autore e fortissima alpinista anch'essa.
L'idea quasi angosciosamente si muta nella domanda e s'interseca con essa: perché l'alpinismo - e dunque "che cosa è" l'alpinismo - e perentoriamente quella domanda vorrebbe una risposta adeguata quanto rassicurante quando la nera ala della tragedia tocca l'esistere di un protagonista.
Ora, come ben si sa, è facile lasciarsi attirare dalle grandi questioni, dalle domande gigantesche e risolutive, in una parola dai "primi principi": ma non si sarebbe a questo proposito neppure originali per ciò che si sarebbe capaci di rispondere, anche se proprio dei "primi principi", quali che sia il senso delle domande e delle risposte che li riguardano, tutti hanno il diritto di parlare, quando di quelle domande sentano una salvifica urgenza o una importanza esistenziale. Qui ci si vorrebbe in particolare (non dirò semplicemente) chiedere: perché questo alpinismo estremo, disperato, totalitario, umanamente "impossibile" in confronto a tanti altri? Perché si rischia la distruzione psicologica - la follia, in concreto - prima ancora dell'annientamento fisico? Perché ci si fa rubare dalla montagna - da montagne come queste - quella consapevolezza, quella scintilla divina in grazia della quale le montagne si sono volute, cercate, amate? Perché si vanno a ricercare le bocche di questo inferno che si aprono salendo verso il cielo?
Ogni risposta possibile, com'è ben evidente, porta con sé la zavorra di qualche neppur bene individuabile presunzione; ma è pur sempre un bene credere di saper rispondere. Credo comunque che ci si possa muovere, forse rischiando, su due direttrici: il mito e l'indicibile. Voglio dire: il mito di queste montagne, il loro richiamo mitico è immensamente lontano da quello di un alpinismo che potremmo intendere come naturale e istintuale (e i cui fondamentali movimenti non sono neppure esclusivamente umani, a dire il vero); di una elevazione che mi sbarra il passo e mi chiude la vista, per esempio, voglio avere ragione comunque e in ogni caso: basta salire - un movimento appunto istintivo ed elementare, e lo sguardo farà festa; se si troveranno difficoltà si proverà uno strano piacere nel superarle; si cercheranno così di proposito altre occasioni simili e possibili, il mondo è pieno di montagne, il piacere del viaggio può essere anche questo o unito a questo, può mutarsi nella necessità di una esplorazione verticale...
La ricerca, invece, di queste montagne estreme dev'essere fortificata dal mito, dal fatto che esse si prestano a essere trasformate in mito (e senza presumere ovviamente di poter indagare la psicologia di questo mutamento): il "Tetto del Mondo", la seconda montagna più alta della terra (e più difficile della prima)... Credo, comunque, si possa dire: si procede per estremi, per estreme intenzioni, con (o dominati da) uno spirito di conoscitivo possesso planetario: il piane è commensurabile all'uomo, non esiste montagna che non si possa salire né deserto che non si possa attraversare, il giro del mondo si può fare con una barca a vela... Naturalmente tutto ciò sottende un approccio dal quale non è assente, appunto, una componente di possesso. Non è così, ovviamente e per contrapporre un classico e toccante esempio, per le migliaia di pellegrini che ogni anno compiono un epico pellegrinaggio al Kailas, montagna sacra a indù e buddisti, e che si trascinano esausti e appagati (felici?) tra gelo fame e preghiere.
Ma c'è mito e mito, come ben si sa; e non sarò certo io a pretendere di chiarire i plurimi significati di questa immensa parola. E tuttavia, nella prospettiva di ciò che può apparire, insieme, mitico e irragionevole (ma di nuovo, non pretendo di giudicare), un esempio per così dire fulminante è proposto, in tutt'altro campo, dalle cronache. Andy Warhol è stato un pop-artista ed è oggi un mito e come tale consegnato alla storia. Questa sua carismatica virtù si concretizza, tra l'altro, in un'"opera d'arte" che è stata venduta a centoquindici milioni di lire: si tratta di una "Brillo box" (scatola di detersivo, non so se la scatola vera e propria o la sua riproduzione serializzata). Il grande Andy l'ha rivoluzionariamente proposta appunto come opera d'arte: si tratta di accettarla come tale, forse prima di perdersi nel giudizi che certo possono competerle (a cominciare naturalmente da quello sul valore che il mercato le ha attribuito).
Ora, con la stesa cifra, un buon alpinista (e soprattutto adeguatamente resistente) si fa portare da guide esperte e giustamente ben pagate in cima al mito dell'Everest; e da qui da "in capo al mondo", telefona con il satellitare. Preghiere vecchie di mille anni - ma non si consumano mai le preghiere in cerchio alla Montagna Sacra? - contro la banalità di una trionfante telefonata dall'estremo limite del pianeta. Comunque, si ripete, non è il caso di giudicare, è così difficile: perchè quella chiamata non è certo banale, anche se lo sono le sue parole; come non può essere banale una scatola elevata alla potenza dell'arte da una travalicante intenzione.
Si tocca dunque qui, com'è evidente, la seconda componente del discorso, quella che riguarda l'indicibile.
L'emozione della vetta scontata (vedi letteratura!) quanto difficilmente esprimibile e forse - al limite e nella sua essenza o sostanza - appunto indicibile. Folle gioia, giubilo immenso, esaltante consapevolezza che il pianeta è stato donimato, sensazioni quasi orgasmiche di apertura sull'universo... Le parole si sprecano e specialmente gli aggettivi - e nessuna basta, forse a delineare, a rendere ciò che veramente "si prova" in quegli istanti. Non è questione di stile o di capacità letteraria, quanto di vera e propria inadeguatezza del gesto verbale a certe situazioni (non soltanto queste. ovviamente). L'alpinista normale, e forse anche il modesto escursionista, possono comprendere, per illuminante esperienza propria, la natura (e la grandezza) della questione, ma non quel suo estremo esplicitarsi, non è una questione di proporzionalità: si può godere di una vetta (e spesso quasi allo stesso modo di un valico) senza rischiare la vita ed essendo dunque ben certi di ritornare - dopo essersi fatti accarezzare dal sole.
... Ma non è così su mille altre vette, e specialmente quando si va oltre la "zona della morte" dei 7500 metri, C'è, dunque, una parola alla quale, credo non ingiustamente, si possa ricorrere a questo proposito: sublime. Due o tre fotografie del libro la suggeriscono; ma è inutile parlarne, cercare di esplicitarla in parole, bisogna rifarsi proprio alle immagini - anche se alle parole non si potrà infine sfuggire. Così che s'intravede qui quella componente visiva che primariamente veicola implacabile l'intenzionalità operativa dell'alpinista: il K2 è una montagna gigantesca quanto regolare, ha l'apparenza di un cristallo, se ne può naturalmente parlare in termine di bellezza visiva, si impone prodigiosamente su orizzonti sterminati, i jet di linea quasi se la trovano alla loro quota e la evitano concedendo ai passeggeri la vista (o la visione?) di una immane forma di ghiaccio che si erge sulle nubi, come qualcosa di non più terrestre...
Non si vogliono certo indagare qui i sostrati che fondano il sublime (anche se sarebbe facile indicare uno di essi nel gigantismo di certe morfologie terrestri). Ora, l'alpinismo di ci ........ mostra di volerci espropriare, se mi si passa l'espressione, del sublime che è tale (anche filosoficamente inteso) solo in quanto esperito (essenzialmente visto; e diciamo anche goduto) in condizioni di sicurezza. Godersi certi "spettacoli" naturali da un luogo sicuro - e discettare poi di estetica e di sublime - è anche troppo facile, anche se gratificante.
Questi alpinisti, dunque, che scelgono di avventurarsi nel cuore di quella natura che dà il volto al sublime, non sono, comunque e ovviamente, degli eroi, anche perché le loro imprese non mi sembrano il corrispettivo di un "ideale" comunemente inteso, quanto, piuttosto, l'esplicitazione, in termini di assoluto, di una intenzionalità psicologicamente e culturalmente irremovibile, quale che sia la natura delle sue radici. Non stupisce allora, mi sembra, che un riscontro possibile di quell'assoluto accanitamente ricercato - come si potesse parlare di una legge del tutto o del nulla - sia la morte. E del pari non si ha difficoltà a credere che il sublime - questo sublime - penetrato e vissuto (e quasi violato) in prima persona risulti infine "indicibile", incomunicabile, quanto naturalmente, proprio nei suoi spesso terrificanti modi, irrinunciabile: l'ipossia confina figurativamente con l'afasia.
Un piccolo (e non importa se anomalo) accostamento tra questo alpinismo essenzialistico del nostro tempo e l'arte a noi contemporanea mi sembra possibile: in quest'arte nessuno ricerca più la "bellezza" (peraltro poco definibile, come si sa), da essa si vogliono (o sono .. poco gratificanti e poco piacevoli, assolutamente lontane da quella dell'arte tradizionale. Così come, per questi alpinisti al culmine della montagna e dell'opera che essa rappresenta, non è certo essenziale parlare di bellezza, ma di qualcosa che, forse, la comprende nella misura in cui ampiamente può superarla. La bellezza può essere arbitraria, personale, convenzionale, queste esperienze sono totali o totalizzanti, non rimandano più ad altro, portano in sé tutto - anche la morte, si può ripetere.
Ogni luogo terrestre possiede, dicono, un genius (loci, appunto) che, distinguendolo, parla e chiama; se è così, il pianeta come tale deve averne uno che chiama con voce corrispondente e terrifica, alla quale non si può resistere: bisogna andare. Perché stupirsi se la meta che questo genius loci planetario ha stabilito è posta su un elemento - non può essere che gigantesco, terribile, affascinante - del pianeta medesimo e quasi ne riassume la oscura e minacciosa potenza? Questo trono di ghiaccio che ha spesso le nuvole ai suoi piedi fa certo rimpiangere gli dei che dalla terra abbiamo cacciato, questo sarebbe stato il loro degno reame, fosse anche stato l'ultimo; se ancora ci fossero, il nostro tributo alla montagna non sarebbe forse così pesante. Bisogna andare, comunque, presi da un moto che. in termini corimmi, non ha cause né conseguenze e che, anche per questo, si pone come un mistero che chiede l'ineluttabile.
Se nessuna vetta si può vivere, su tante vette si può riposare e contemplare all'intorno, su questa e su quelle che le sono sorelle in altitudine lo sguardo si volge stupefatto in tondo - e subito bisogna scendere, spesso fuggendo e rischiando più che in salire. D'altronde, si può ripetere, la bellezza non abita più qui, dove il pianeta offre il suo volto ricurvo che soltanto parla di una grandezza subito intuita come cosmica; così che lo stesso discoprire, da parte dell'uomo, la propria commensurabilità (o non incommensurabilità) con questa dimensione deve trascendere la sfera estetica a favore di quella esistenziale, alla quale, in particolare, possono convenire più le parole.
Ora, la sproporzione - se cosi è lecito dire - tra la quasi istantanea esperienza della vetta e il lunghissimo, penoso, sfibrante itinerario che vi porta (e che dev'essere ripetuto in discesa) non può essere in perdita e dev'essere compensata dalla memoria; così che quasi non c'è bisogno che un filosofo ci ricordi che "l'essenziale non è vivere ma rivivere". Anche perché - e l'alpinista sarà certamente d'accordo - il riempimento di senso e di valore è riferibile soltanto a ciò che proprio quella esperienza, quasi istantanea, del tempo, ha creato e posto in essere. Anche così, in definitiva, non ci si discosta molto dall'antico "primum vivere, dehinde..." non necessariamente filosofare, quanto sempre di nuovo riflettere - appunto ricordando.
Non è un caso allora che tutto il lungo racconto di Diemberger sia, in sostanza, inevitabilmente finalizzato, o comunque orientato a rendere conto della scomparsa dell'amata Julie. A rendere conto ma anche, si potrebbe meglio dire, a rendersi conto di questo evento tragico. Anche qui e anche ora è la memoria che costituisce l'unica possibilità di escludere la perdita totale; d'altronde, come si sa, pensare è ricordare. Ma la mernoria troppo poveramente può rendere conto di un tempo che si stringe, che si chiude per precipitare nel baratro di un attimo; così che essa, come rifiutando per giustizia la brutale perentorietà dell'attimo che tronca, prevedibilmente lo riannoda via via, come se lungamente lo trattenesse, all'ampìa ricchezza deglì anni trascorsi, allo spessore umano e affettivo delle loro durate. Anni attraversati dalla gioia condivisa di speranze e di progetti unanimamente coltivati, di esperienze irripetibili e per questo cosi presenti ed eloquenti. La unificante potenza della coscienza compie anche questo miracolo - è giusto che lo compia - quando sia chiamata, non importa se da una tragedia, a testimoniare di sé e di tutto.
Così, gli eventi incatenati a stringersi nella nera cruna della tragedia ben si prestano alla riflessione - è di questa che abbiamo bisogno, è fortuna che sia così - essi "danno il tempo" di essere analizzati secondo i criteri della logica, della casualità e della causalità anche se gli esiti di tutto saranno condensati e riconoscibili nella furia di un attimo, di quell'attimo. Qui un determinismo atmosferico forse neppure eccezionale (una bufera agli ottomila che dura per giorni) si presta a essere interpretato come un destino atroce, e naturalmente imprevedibile, che in un punto nodale degli eventi separa per sempre Kurt e Julie: devono fuggire dalla loro tendina schiacciata dalla neve. Nella notte lei muore, nessuno può comunicare nulla, a Kurt lo dicono la mattina dopo: "Kurt.... questa notte ci è morta Julie". Le tende distano pochi metri.
La dinamica (o l'inerzia) del vivere, che vorrebbe, della morte, conoscere tutto, quasi si precipitano: come? Ma neppure questa domanda sarà soddisfatta. Si deve chinare il capo sull'evento, dal momento che a esso non si sfugge. Lo shock è iniettato nella vena dell'esistere, non resta che attenderne gli effetti. Morta signifi ca morta. Si può scegliere (o immaginare9: spenta come la candela senza ossigeno, finita perchè sfinita, addormentata nel gelo degli ottomila, per il quale non ci sono aggettivi; ha chiuso silenziosamente con la vita, se n'è andata, non c'è più...
La fortuna - il caso benigno, l'altra mano del destino - ha dunque la sagoma di due tende e il volto dei loro occupanti: se non ci fossero state? Se quegli alpinisti avessero rifiutato? In altri termini: è una fortuna che rimanga chi potrà riflettere su questa morte - che è certo soltanto parzialmente casuale, se così posso dire, tenuto conto delle intenzioni originarie - di una persona cara? E' desiderabile che casualità e causalità si accordino, in una vicenda, per tenere in vita chi potrà e dovrà speculare fin che vive sulla loro valenza, potenza, portata? Noti mi sembra, questo, uno dei casi nei quali non sia desiderabile essere presenti a se stessi e al mondo, anche se è ovviamente possibile pensare diversamente.
Pensare, comunque, alla morte - propria o delle persone cui si è vicini - implica necessariamente e automaticamente l'istituzione di un bilancio della vita, propria e altrui; qualunque pensiero sulla morte ha, com'è noto, la vita come riferimento. Difficilmente questo bilancio può essere dei tutto negativo, dal momento che l'esistenza pone a suo primo e basilare vantaggio la pensabilità del mondo e la conoscibilità degli altri; e di qui, come si sa, lungamente si procede.
Anche Diemberger, mi sembra, non si discosta da questa prospettiva - l'unica che sia ragionevole oltre che possibile: e come potrebbe, se il suo rapporto con Julie è stato quello che traspare da tutte le pagine che precedono? Il tempo che rimane può appunto distendersi tra questo positivo (certo) e quel negativo che può essere delineato collegando con scrupolo occasioni, coincidenze, eventi ai quali può essere imputata una maligna "casualità" o fatalità. La quale peraltro può essere vista come la posta, appunto, di un bilancio diversamente valutabile e in positivo.
Addio Julie, dunque. Te ne sei andata opponendo il tuo dolcissimo e composto silenzio - quello di chi ha compreso tutto - all'urlo inumano della bufera degli ottomila. La saggezza estrema di chi sa di fronte alla furia di ciò che è soltanto cieco. Hai scelto, forse, di scendere dal versante dei sogni: dove la neve è alta e soffice, accompagna e non tradisce, dove i crepacci riposano in fondo stretti uno all'altro. Un versante amico che si tiene stretto ossigeno abbondante, che non si fa pensare, proprio come la vita che ti dà; e amico anche del puro cobalto del cielo, libero dunque dall'ostilità delle nubi. Il Grande Cristallo è alle tue spalle, come a proteggerti, potresti scendere senza neppure guardarlo, ma non è così, naturalmente, perché Lui ti chiama ormai con la voce chiara dell'immagine e non ti vorrebbe più.
Non ti stancheresti di scendere, da questo tuo versante, perché è facile e bello e anche riposante - neppure i ramponi ti sono più chiesti, qui. Eppure anche lui avrà fine, nessuna montagna si scende per l'eternità, dovrai riposare, sarà giusto che sia cosi anche per te. Ma non prima di essere giunta a Tashigang, l'ultimo villaggio della valle e il primo per te, da questa tua parte. Perché c'è tanto verde, là, che si prenderà in seno il candore accecante ed estenuante dei ghiacciai da troppo tempo incombenti; e così questo ritorno sarà festa, rinascita, nuova illuminazione. Ampio e dolce sarà il sorriso di prati e campi, la foresta è poco discosta, come in attesa di offrire la sua ricchezza. Il verde è il colore della prima e più antica vita, quella che non teme di abbracciare i monti di ghiaccio e di risalirli per provarsi fin dove può: fino al Campo Base, per esempio, dove il piccolo criceto -ricordi? - contava scrupoloso le foglioline prima di divorarle ...
E così, Julie, nulla ti è più negato: la Grande Montagna si fa pura visione e perenne apparizione che sovrasta il mondo dall'alto del tempo; e la vita che non sa di soffrire ti accoglierà quietamente e senza invidia. Fermati dunque e riposa, non pensare al tempo che è ancora nostro, il tuo viaggio va bene anche per noi. Addio Julie, e grazie per averci fatto comprendere così tanto senza sapere tutto.