La magia dei deserti dell’Akakus e del Fezzan


La Libya, estesa per più di 1.750.000 kmq., è per la maggior parte del suo territorio occupata dal deserto del Sahara. 
Questo immenso deserto,  il più esteso del mondo con i suoi 9 milioni di kmq. di sabbia e roccia e che nella lingua araba viene chiamato “grande vuoto”, un tempo (ca. 12.000 anni fa)  era invece ricco di vegetazione, laghi ed animali di specie diverse.
I primi segni della presenza umana risalgono proprio a tale periodo e sono costituiti da graffiti ed incisioni rupestri straordinari, raffiguranti scene di caccia, di vita quotidiana, di esseri umani ed animali. Tali reperti tracciati dall’uomo sulle pareti interne dei ripari di roccia e preservati nei millenni grazie al clima secco, nonostante l’esposizione all’erosione della sabbia e del vento, sono visibili nell’Akakus e nel Fezzan, a sud verso l’Algeria, in uno straordinario paesaggio lunare di  pinnacoli dalle forme bizzarre, rocce come scogli che emergono da un mare di sabbia, alti massicci e guglie di arenaria nera.
Ancora oggi, nel mezzo del deserto, nella ramla dei Daouda, incastonati nella sabbia, vi sono dei laghi di acqua salmastra, per lo più perenni essendo alimentati non dal regime delle piogge, ma da una falda freatica, Gabr’ Aoun, Mahfou, Mandara, Oum el Ma sono  i nomi di alcuni laghi,  che confermano la tesi riportata in apertura e cioè del continuo modificarsi della natura.
Il lago di Mandara con il suo villaggio abbandonato è fra i più belli della ramla: un vero scenario  da film! Il lago non è direttamente addossato alla duna, ma occupa una depressione ben marcata: fa pensare ad un imbuto eolico ingrandito da una soluzione di sali solubili. Ai piedi della duna di Mandara, si estende una scarpata in lieve pendenza con gli antichi giardini ed il palmeto, con le miserabili zeriba del popolo Daouda.
L’origine di questa popolazione, un tempo profuga e straniera in una della regioni più inospitali ed inaccessibili del Fezzan, rimane misteriosa. Isolata come è stata, è dubbio che fosse di origine araba. Gli anziani sostenevano che il loro antenato fosse un certo Aoun, venuto dal Wadi Ech Chati, da cui deriva il nome Gabr’Aoun, uno dei laghi, che significa tomba di Aoun.  Potrebbe trattarsi semplicemente degli abitanti del Fezzan, autoctoni dalla carnagione scura, la cui origine risalirebbe alla preistoria e che frequentavano il Sahara nelle grandi epoche. Potrebbero pure discendere dagli antichi Garamanti, che avrebbero lasciato la loro capitale Germa, dopo la sua decadenza ed il suo abbandono.
Come testimoniano i ruderi intorno ai laghi, per secoli, essi vissero in tali luoghi di miseria con la  pesca dei  “vermi”,  minuscoli animali rossastri che pullulavano i laghi e con l’estrazione del natron, un carbonato idrato di sodio che rivendevano alle carovane di mercanti di passaggio nel deserto. Per la verità non si trattava di vermi, bensì di piccoli crostacei chiamati “Artemia Salina”, una specie di plancton lacustre, talvolta straordinariamente abbondante. Poichè in arabo Doud significa “verme”, quelli che li mangiavano erano qualificati come Daouda, o “mangiatori di vermi”.  Ben strana e complicata fu la vita di questi indigeni attorno agli stagni nell’incavo delle dune. Oltre alla miseria ed al clima che li opprimeva, la loro vita era piena di tabù e superstizioni. Solo le donne nate nella tribù avevano il diritto di pescare i vermi che assicuravano la base dell’alimentazione e la minima infrazione alle regole dava la convinzione che, per lungo tempo, avrebbe fatto sparire quest’unica risorsa alimentare.  
La  regione del Fezzan, sempre nella parte sud, è un’immensa conca, formata da strati orizzontali di arenaria e calcare. Si presenta sia come grande altopiano allungato (hamada), sia come deserto pietroso nascosto sotto le dune di sabbia (ramla).

E’ il Sahara in tutta la sua bellezza e maestosità, in una delle regioni più spettacolari a suscitare interessi quasi opposti, per non dire sproporzionati, a seconda che si tratti della zona orientale (deserto libico) o della zona occidentale (Fezzan).
La straordinaria varietà dei paesaggi è la sorpresa maggiore, per chi si addentra per la prima volta nel Fezzan (da “Phazania”, nome con cui i romani designarono la regione abitata dai miti garamanti, antico ed indomito popolo berbero), area desertica che occupa tutta la zona sud-occidentale della Libia.

Qui il Sahara si manifesta in tutta la sua grandiosità ed in tutta la sua varietà: distese sabbiose, il cui profilo è continuamente ridisegnato dal vento, splendidi laghetti azzurri che si schiudono fra le dune e poi le macchie verdi degli wadi, grandi valli fertili in cui, grazie alla falda acquifera sotterranea, crescono rigogliose palme, eucalipti, tamerici e colture di ortaggi.
 Nella zona meridionale, la sabbia scompare sugli zoccoli pietrosi del Mathendush e dell’Akakus, dove si trova la maggior parte dei graffiti rupestri di epoca preistorica.
Un’altra area di sublime bellezza è l’Erg Adahan Murzuk, non ancora molto frequentato. E’ un’unica distesa di sabbia, dalle tinte rosate, quasi cremisi nelle ore serali, con elevate dune che raggiungono anche l’altezza di alcune centinaia di metri, alternando vallate a creste improvvise, dove il vento e la luce creano effetti alquanto affascinanti e dove si concentrano straordinari siti rupestri. L’intera conca sabbiosa dell’erg, è circondata da un’hamada che conduce agli altipiani dei Messak: il nero (Amsak Settefet) ed il meridionale o bianco (Amsak Mellet), con a destra le enormi dune dai colori pastello dell’Edeyen Murzuk, il più arido ed esteso erg del Sahara.
Nel Messak le pareti più ricche di incisioni rupestri sono quelle dei siti: El Aurer, In Habeter, Galghien,  In Anous, e del sito stesso di Mathendush. Vi si trova una collezione di graffiti di animali (elefanti, giraffe, struzzi, coccodrilli, ippopotami, bovini domestici,  animali strani e figure con il corpo umano), alcuni dei quali sono di un realismo mai raggiunto e mai sorpassato.
Molte epoche, molti modi di vivere, molti stili si sono succeduti nelle vallate del Mathendush. In campo artistico, nel cuore del Sahara si è sviluppata una civiltà che ha raggiunto livelli molto alti. Questa regione, oggi desertica, contava un tempo molti animali domestici: forse è stata addirittura la culla della domesticazione, il crogiolo delle civiltà pastorali.

Sulle falesie del Mathendush si può osservare un gran numero di bovidi: enormi bufali e buoi con le corna a lira. Molti portano collari e cavezze che attestano il loro addomesticamento e scene di mungitura indicano l’esistenza di una vita pastorale. In  queste rappresentazioni i mostri sono tanto numerosi quanto sorprendenti. A volte di tratta di corpi di scimmie dal viso quasi umano e talvolta di forme umane dalla testa di sciacallo, Ci sono scene che raggruppano vari personaggi, come quelle raffiguranti uomini-cane che trasportano a dorso un rinoceronte ucciso. Qualcuno ha voluto vedere un legame tra questi personaggi e le divinità egizie, che mescolano fortemente le forme umane a quelle animali.

Ci si trova per la prima volta in presenza di  un’arte, di una religione, forse di una saga o di una canzone di gesta preistoriche, di cui intere scene sarebbero evocate sulle pareti delle falesie del Mathendush. Siamo ben lontani dai graffiti di pastori che operavano per diporto. Ma veramente si tratta di rappresentazioni di riti magici o di un culto della caccia come qualcuno ha azzardato? In ogni caso, siamo in presenza dell’illustrazione di una mitologia già elaborata.

Bisogna notare che la maggior parte delle incisioni del Messak Settafet si trova in punti ancora oggi raggiunti dall’acqua a intervalli più o meno frequenti. Se questi luoghi erano conosciuti già dagli uomini preistorici, significa che il regime idrografico allora non era molto diverso dall’attuale; probabilmente era di tipo torrentizio, come lo è oggi, ma con quantità maggiori di precipitazioni.

Il massiccio dell’Akakus, con i suoi picchi di pietra vulcanica, con i suoi archi di sasso piegati sul giallo oro della sabbia, regala davvero scorci indimenticabili.
Qui, si compendiano elementi di grande fascino ambientale ed i segni che le civiltà passate hanno lasciato sulle rocce.
Ciò che colpisce è il contrasto tra l’assenza del presente ed i segni di un’antica presenza, testimonianza incredibile di come il deserto fosse, un tempo, un luogo pieno di vita, poi abbandonato, come vuole l’etimologia latina del termine.
La visita di questa parte del deserto del Sahara, è davvero un’esperienza unica ed indimenticabile, che nell’animo dei viaggiatore lascia segni profondi.
Sicuramente un viaggio nel deserto è sempre magico, impossibile da dimenticare, ma anche difficile da raccontare.
Forse le parole più appropriate per farne una descrizione, sono quelle di un grande viaggiatore dello spirito, Giacomo Leopardi, che non vide mai il deserto, ma di esso scrisse “interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete”.  




Svegliarsi ogni mattino in un
punto diverso del vasto
deserto. Uscire dalla tenda e
trovarsi davanti allo splendo-
re di un nuovo mattino:
tendere le braccia, stirarsi
 nell’aria fredda e pura;
 riempirsi di luce e di spazio;
 conoscere, al risveglio, la
straordinaria ebbrezza di
respirare solamente, di vivere
solamente ...
(Pierre Loti)

Laura  Salvaterra – CIGV Italia; novembre 2003