Ritorno a Lisbona




Sono tornato a Lisbona dopo tanti anni dalla prima volta, tantissimi anni e da allora sono cambiato, molto cambiato. Anche Lisbona è cambiata, tanto cambiata che quasi non ci riconoscevamo l’uno l'altra. Sono risalito lungo la strada che va verso la Patriarcale, la cattedrale antica, seguendo le rotaie del vecchio tram che ancora ha le vetture di una volta. Ora però si chiama il tram turistico anche se di turisti là sopra non se ne vedono. Quelli arrivano all’Alfama in pulmann o in taxi.
Volevo camminare per i vicoli dell’Alfama ed ho continuato sulla destra della chiesa. Davanti ad un negozio , un magazzino di vini, che sembrava piuttosto una grande cantina, la proprietaria vedendomi guardare verso il buio dell’interno mi ha rivolto la parola. <<Dove sta andando? - Voglio rivedere l’Alfama dopo tanti anni - Non ci vada, a quest’ora da solo e con quella macchina fotografica. Non è come un tempo. Non ci si può più fidare a passeggiare da soli. Una volta si, ma ora i tempi sono cambiati>>.
Non ho proseguito per non deludere la sua premura. Sono tornato indietro ed ho preso il vecchio tram che ansimando e sferragliando mi ha portato su verso il Castello. I vicoli erano ancora al loro posto, i negozietti pure, anzi molti di più, ma ora pieni di paccottiglia turistica. In basso, la piazza del Commercio. Non ricordavo che fosse così grande. Sotto i suoi grandi portici dormivano ancora i barboni coprendosi il viso con un giornale per la grande luce che la stessa piazza con la sua immensità ingigantiva, una luce così abbagliante come non ricordo di aver visto in altre piazze.
In un angolo, in quello a destra volgendo le spalle al mare che fa da confine alla piazza, un “caffè-restaurante Martinho Da Arcada Casa fundada em 1782”. Non lo ricordavo, anche se sicuramente era là la prima volta che ero venuto a Lisbona. Ma allora non sapevo che sarebbe diventato famoso. Ed era proprio la sua fama che mi ha portato a cercarlo sotto i portici del “Terreiro do Passo”. In quel caffè Ferdinando Pessoa aveva scritto molte delle sue opere. Entrai e domandai di lui.Un cameriere e poi il padrone mi portarono all’angolo del suo tavolo mostrandomi con orgoglio le sue foto alla parete proprio sopra il tavolo. Sembrava che Pessoa dovesse arrivare lì da un momenta all’altro e loro lo stessero aspettando. Il bar era deserto, solo in un angolo un tale, vestito di scuro, seduto ad un tavolo con un caffè davanti, con lo sguardo nel vuoto, assente ed indifferente alle nostre chiacchiere. Ecco, in quel momento credetti di ritrovare la Lisbona di tanti anni fa. Quasi ci riconoscevamo l’un l’altra.
Il silenzio assorto della gente nei caffè, l’atmosfera surreale fatta di pensieri inespressi ma aleggianti nell’aria che io ricordavo da allora. Il contrasto fra la luce delle sue strade e l’ombra silenziosa dei suoi interni, la discrezione ad aprirsi con gli estranei della gente che scivolava lungo le sue ruas e le sue pracas. Per ritrovare tutto questo dovevo fare un grande sforzo di memoria e di ricerca nei ricordi. Così uscii e mi incamminai verso un altro punto anch’esso un caffè del quale avevo sentito parlare. Dalla piazza lungo la rua Arsenal e poi su verso il Chiado a ricercare il caffè “A Brasileira” dove Pessoa passava molto del suo tempo. Lo trovai facilmente, non si poteva sbagliare.
Davanti o quasi davanti, una statua in bronzo, non un monumento ma un vero ritratto dello scrittore a grandezza naturale, seduto con una sedia accanto, vuota. Veniva la tentazione di sedersi a conversare con lui. Entrai nel caffè. Era ben diverso da quello della Praca do Commercio. Tutta un'altra cosa e si può capire come Pessoa stesso preferisse, per scrivere i suoi versi, l’altro. Questo era sfavillante di luci e di specchi, il soffitto tutto decorato con stucchi dorati, i tavolini in ghisa con un sottile piano di marmo color crema, le sedie in legno e cuoio imbottite ed un lungo bancone in ottone con dietro file di bottiglie di ogni genere. Pieno di gente seduta ed in piedi e rumorosa. Sono rimasto perplesso. Non mi sembrava più la Lisbona che cercavo. La stessa immagine in bronzo, là fuori, mi sembrava congelare nella materia statuaria lo stesso Pessoa che così non avrebbe più potuto essere altro, non più Alberto Caeiro, Alvaro de Campos o Riccardo Reis, ma solo Fernando Pessoa così come lo descriveva in modo immutabile la sua immagine bronzea.
Se volevo ritrovarlo dovevo ricorrere ad Antonio Tabucchi al quale un giorno avevo detto di non essere certo di sapere quale dei due fosse eteronimo dell’altro. Devo riconoscere che questi due personaggi con la loro incombenza, rischiano di farmi travisare l’immagine che avevo di Lisbona di un tempo e di quella che oggi ritrovo. Più avanti oltre il caffè, una grande libreria dai begli scaffali in legno dal sapore di vecchia biblioteca. Ho girovagato ed ho trovato intere file di volumi di Pessoa e Tabucchi, gli uni accanto agli altri. L’aria ovattata del negozio imponeva un certo rispetto quasi religioso. Mi sono trattenuto a lungo curiosando e cercando fra le pagine righe e parole a me note. uasi ovattata del negozio incuteva un certoovattatata
Lasciati Pessoa e Tabucchi ridiscendo al Terreiro do Paco ed alla Praca do Commercio. Molte delle strade attorno ora sono diventate strade pedonali. La gente vi passeggia tranquillamente, l’aria marina si sente di più nelle narici e camminando si ha un senso di serenità che prima nel traffico non si poteva avere. Si scoprono facciate di case con le loro decorazioni di azulejos bianche e blu e l’illusione di essere tornati indietro nel tempo. Bello ma illusorio; in realtà non c’e nulla di più moderno nella urbanistica di una città che la creazione di spazi pedonali, quale artificio per difendersi dall’incalzare del traffico.
Nella Rua dos Correeireos fra la serie senza fine di restaurantes, snack, cervejarias e, per fortuna poche, pizzarias, ne individuo uno che mi sembra il meno artificiale, il più lisbonese. Una grande stanza rivestita in azulejos bianco sporco, dei tavoli ed un bancone, il nome” O PORTAS de Mario e Martins, cozinha regional”, il pubblico portoghese, io e Silvana gli unici stranieri. “Sopa à alentejana e bacalhau con patatas cenouras e couve flor e vinho verde”. Il padrone di poche parole ma cordiale come i portoghesi in genere. Ad un tavolo, in fondo vicino alla cucina, una vecchia signora vestita di nero con decoro demodè, era seguita dal personale con affettuosa attenzione. Un ricordo della vecchia Lisbona.
Sono passati ormai più di trentacinque anni da quando ero venuto per la prima volta in Portogallo. Anche allora avevo scritto un breve articolo su quella mia prima esperienza e l’ho ritrovato nelle mie vecchie carte. Per ritornare a quel tempo ormai lontano e riscoprire le mie prime impressioni e ritrovare sensazioni ed immagini dimenticate, riporto alcune frasi di quanto scrissi allora. Il titolo era “Saudade do Lisboa”. Cominciava così:
<<Novembre 1963—Si racconta che Campbell, il noto pilota del Bleubird, dichiarò un giorno che non avrebbe mai conosciuto la paura in automobile se non fosse salito su un taxi di Lisbona. Se l’aneddoto può sembrare paradossale sulla bocca di Campbell, per chi abbia avuto l’esperienza diretta di un viaggio in taxi nella capitale del Portogallo esso diviene del tutto credibile.
Le vie strette, i saliscendi dei colli sui quali si stende la città, le curve ad angolo retto, i rondò delle grandi piazze vengono affrontati dai taxisti con velocità ed audacia veramente straordinaria. Ciò che però più colpisce un attento osservatore è l’atteggiamento serio e distaccato, direi pensoso, con il quale l’autista affronta la strada. Questa è la prima impressione che il viaggiatore, giunga egli dalla stazione o dall’aeroporto, riceve arrivando in Portogallo, sensazione che verrà poi approfondita tanto da divenire nozione precisa man mano che si prenda più contatto con il paese>>.
Oggi l’aumento del traffico della città non consente più la disinvolta guida di un tempo ma in fondo è rimasto nel modo di guidare dei taxisti di Lisbona un piglio particolare che li distingue. Non perdono tempo ed approfittano di ogni opportunità di spazio libero che il traffico loro consente. Ogni città d’altra parte ha i suoi taxisti con il loro carattere particolare. Pensiamo a quelli di Roma così diversi da quelli di Milano, o a quelli di New York o delle città indiane per la maggior parte Sik. Quelli di Lisbona, oltre alla loro disinvolta guida, hanno una particolare disponibilità al colloquio con il loro passeggero, un modo tranquillo di entrare in contatto quasi confidenziale ma trattenuto dalla naturale riservatezza del temperamento portoghese.
Ricordo che, nella mia prima visita di tanti anni fa,nell’epoca della dittatura di Salazar, avevo preso un taxi per andare dalla piazza del Marques de Pombal, dove risiedevo, fino a Belem per vedere la famosa torre manuelina di Sao Vicente ed il Padrao dos Descobrimentos, il monumento alle imprese d’oltre mare del Portogallo. Durante la folle corsa il pilota cominciò a parlare, il che attenuò per fortuna la velocità dell’auto ed il colloquio divenne particolarmente interessante.
Come ho detto eravamo in un periodo difficile di dittatura e la gente era molto cauta ad esprimere giudizi di qualsiasi genere. Le spie del regime erano dovunque ma l’interno dell’auto sembrava essere sicuro ed il passeggero, io, affidabile. Perduto il grande impero coloniale il Portogallo cercava con cocciuta ostinatezza di salvare gli ultimi lembi dei territori d’oltre mare, il Mozambico e l’Angola, con un regime di falso paternalismo più duro in realtà dello stesso “apartheid” sudafricano.
L’amico taxista, ormai eravamo in un certo modo divenuti amici, mi raccontò questa penosa e tragica situazione, il dramma dei giovani mandati a morire nelle terre d’oltre mare in un vano e folle tentativo di salvare ciò che era irrimediabilmente perduto. Ed il racconto del taxista, chiaro e lucido, correva con le sue parole, tristemente senza un indice di volontà o di rivolta ma come segno di una fatalità ineluttabile.
Trentacinque anni dopo, un altro taxista, mentre mi sta portando all’aereoporto lungo l’avenida da Liberdade mi racconta gli scempi architettoni degli ultimi decenni che hanno portato alla distruzione di vecchie costruzioni proprio lungo la grande avenida per sostituirle con i nuovi palazzi di vetro e cemento delle banche, delle società, delle multinazionali. Con orgoglio mi mostra quanto ancora è rimasto di edifici dell’epoca Liberty che una provvida, quanto tardiva legge, ha salvato dalla distruzione.
Ritorno ora per un momento a quanto scrivevo tanti anni fa.
<<Lisbona è una bellissima e moderna città, ricca di colori, di angoli insospettati di varie e mutevoli prospettive. Ciò nonostante l’atmosfera che si respira nelle vie movimentate del centro, nelle vecchie calli dei quartieri di Alfama e Mouraria, lungo le rive del Tago, è piena di un senso di sottile malinconia, di nostalgia indefinita, di rimpianti inespressi, di tutto quello che una intraducibile parola portoghese dal suono dolce ed insinuante può significare: “saudade”.
Percorrete le viuzze della vecchia Lisbona, dei pochi quartieri che si salvarono dal tremendo terremoto del 1755, ove ancora si vive la vita della gente del mare fra costruzioni di vago sapore moresco; salite verso il castello di San Giorgio ove solenni e regali fanno la ruota i candidi pavoni dagli striduli richiami d’amore, incuranti delle timide coppie che passeggiano tra vialetti; discendete verso il porto, il “mercatino dei ladri”, dove i rigattieri, i robivecchi, i venditori di vestiti usati offrono le loro mercanzie; risalite le spaziose vie moderne ancora funzionali nonostante siano state progettate da quasi due secoli; guardate nei grandi saloni seminterrati dei caffè ove la gente sosta ai tavoli di marmo dai sostegni di ghisa, ad ogni tavolo una persona che legge o fissa lo sguardo nel vuoto; ovunque respirerete questa strana e penetrante malinconia portoghese>>.
Dicevo più avanti: <<Sono sufficienti le vicende storico politiche a spiegare e giustificare un atteggiamento di così marcata “saudade “? Anche nelle più spontanee manifestazioni del popolo, nella sua arte, nel suo folklore, la malinconia gioca un ruolo essenziale. Quando cala la sera e le ombre avvolgono i colli di Lisbona, nelle taverne e nei vicoli dei quartieri popolari i cantanti di “fado”, vestiti nei loro neri mantelli, cantano storie d’amore senza speranza, di vicende dolorose che separano lo sposo dalla sposa, l’amante dall’amata.
Il ricordo e l’immagine di Inès de Castro e di Pedro il Crudele, la loro tragica vicenda raccontata nella letteratura, cantata nelle canzoni popolari, sono forse il simbolo più significativo dell’animo patetico del popolo che ne ha alimentato la leggenda>>.
Comunque, per conoscere una città o almeno per tentare di penetrare nel suo spirito e riportarne un ricordo, vorrei dire personalizzato, dopo avere conosciuto qualcosa della sua storia, il che si fa anche leggendo libri, visitando con cura tutti i suoi musei e prendendo tutte le informazioni possibili dai manualetti turistici, c’è una cosa sola da fare, anzi da fare come prima cosa, e credo la più importante: camminare, gironzolare senza una meta prefissata per le strade e guardare, fare scorrere le immagini come in un film, dimenticando anche, se possibile, se stessi. E’ una cosa che cerco sempre di fare quando il tempo me lo permette. Le città sono, si, fatte di importanti monumenti, di palazzi e di chiese ma anche di cose minori ma vive e reali. Le insegne dei negozi, le cose esposte nelle vetrine, i banchetti all’angolo della via, le porte delle abitazioni, le finestre sulla strada ed i manifesti sui muri ed alla sera le luci, soprattutto le luci che vengono dall’interno delle case stesse. Anche in questa mia ultima visita a Lisbona ho cercato di farlo. Ho girovagato senza meta per le strade alla ricerca di nulla. Per caso era il mese che precede il Natale e quindi, come in tutto il mondo, della follia degli acquisti e Lisbona non poteva essere da meno ma non poteva d’altro canto rinunciare ad essere Lisbona. Infatti….. Le strade della Baixa si stavano addobbando con luci e ghirlande ma quasi a contrastare la violenta luminosità del giorno le luci erano morbide e diffuse seppur intense e tante. Non saprei descriverle ma comunque diverse da quelle che avremmo trovato a Roma o Milano, Londra o New York.
Erano comunque luci di Lisbona, con il temperamento lusitano di ritegno e rimpianto come le sue canzoni, il suo “fado”, quello che un tempo si cantava nelle taverne e nei vicoli quando calavano le ombre della sera. Ancora lo si canta nelle bettole dell’Alfama e nei locali più in voga per il turismo ma non è più lo stesso.ed è raro sentirlo, genuino libero dagli stereotipi del consumismo. La prima volta che lo sentii, lo cantava una tale che si chiamava Amalia Rodrigues, in un locale del quale non ricordo il nome ma che i portoghesi ogni sera riempivano. Amalia l’avrei poi riascoltata, famosa, in altri teatri in altri paesi.
Parlavo di strade e di vetrine. In questo mio ritorno, una cosa ho creduto di notare. Non ne sono sicuro ma ho avuto l’impressione che a Lisbona, la cosiddetta globalizzazione sia stata affrontata in modo consono al carattere della città. Mi riferisco all’impatto dei Grandi Globalizzatori che hanno invaso ormai tutti i paesi, unificando, pianificando, globalizzando appunto, tutte le comunità. Parlo dei vari Benetton, Dior, Cartier, Versace, Armani, che insieme ai Burghy, ai Mc Donnald, al seguito della più ormai vecchia Coca Cola, per citare i primi che mi vengono alla mente, con tanti altri hanno aggredito le vie delle piccole e grandi città del mondo ad est ed ovest, spersonalizzando fin dove è possibile tradizioni antiche della gente e modificando la stessa fisionomia delle vie, delle luci e soprattutto della gente stessa. Ecco, a Lisbona, mi è sembrato tutto questo impatto molto più contenuto. Forse, perchè meno interessato, non ho avuto la sensazione che si ha in molte altre città europee e no, e senza pensare alla follia della Mosca di questi ultimi anni.
Forse quanto ho scritto in queste brevi note è dovuto al mio innamoramento per questa città che io guardo probabilmente con gli occhiali rosa di tutti gli innamorati. Perciò dirò al lettore: “vai a vedere e poi dimmi se quanto ho detto è più immaginato che visto”.

Mario Dalmazzo