L’ULTIMO MANISCALCO
 
In viaggio tra i mestieri scomparsi

Una volta il cavallo era il fido compagno dell’uomo, utilizzato nel lavoro dei campi, come bestia da soma, per gli spostamenti, per trainare carretti, calessi, carrozze e landò. E allora il maniscalco era una figura importantissima tra gli artigiani, per la ferratura e la cura degli animali così preziosi e utili alle attività umane.
Poi sono arrivate le macchine, il cavallo è rimasto un meraviglioso animale fido compagno dell’uomo, ma utilizzato ormai solo per hobby, divertimento e sport. Il calessino è stato sostituito dalle utilitarie, le carrozze dai pullman e le botteghe dei maniscalchi dalle autofficine.
Ma la mascalcìa, l’arte appunto della ferratura degli equini, sopravvive in un paese poggiato sulle colline dei Monti Gemelli della Laga, nell’Appennino teramano.
E’ a Campli, cittadina ricca d’arte, storia e tradizioni, che passeggiando tra antiche chiese e palazzi storici, a due passi dalla Scala Santa, s’incontra la bottega di Giuseppe Gentili, maniscalco da 7 generazioni.
La sua vita è fatta più di ricordi e nostalgie, ormai, “e cos’altro potrei fare?” - dice – “ho fatto questo per tutta la vita, da quando ero bambino e aiutavo mio padre in bottega” e intanto mi mostra i ferri che ha realizzato, quelli più grossi per un grande piemontese, quelli per le zampe davanti o dietro e quelli rinforzati, in base alle caratteristiche del cavallo. Ogni ferro va forgiato “su misura” per ciascun animale, mi informa il signor Giuseppe; va considerato se è mancino, se è un cagnolo o un po’ rampino dietro, perché bisogna adattarsi all’andatura del cavallo o correggerla, se presenta qualche difetto. Un ferro forgiato male può danneggiare lo zoccolo e creare un problema irreparabile per l’animale.
“Perché il maniscalco, di quei tempi, era meglio di un veterinario!” mi ammonisce il signor Giuseppe quando ricorda di suo padre Domenico, al seguito delle truppe nella guerra del ‘15-’18, capace di salvare un cavallo pronto per il macello, perché non mangiava più, pareggiandogli i denti e ripristinando la masticazione. E ancora i sacrifici fatti durante la Seconda Guerra Mondiale, quando non si trovavano neanche i chiodi e la gente arrivava con i carretti da tutto il circondario, per ferrare le bestie da sella, da soma o da traino; e allora bisognava farli a mano, i chiodi, forgiandoli in quel particolare modo con la capocchia quadrata, stando attenti a farli bene per non far male al cavallo, quando lo ferri, andando troppo in profondità nello zoccolo col rischio di toccargli la parte viva.
E ancora mi mostra i suoi attrezzi; quasi religiosamente gira la manovella della forgia a carbone, dove si arroventano le barre di ferro “che si doveva andare fino a Teramo a comprarle”, dice con enfasi ripensando ai difficoltosi spostamenti dell’epoca per raggiungere la città capoluogo.
Mentre lo ascolto penso di essere l’unica a chiamarlo “signor Giuseppe”; con la bonomia immediata e simpaticamente cinica degli antichi borghi sarà, come minimo, “Peppe lu ferrare”. Ma poi scopro, da alcuni suoi conterranei, l’indecifrabile soprannome di famiglia “Giangujone”, di cui nessuno più conosce l’origine.
Mi ridesto dai pensieri col rumore delle barre di ferro lavorate con la mazza e le tenaglie sull’incudine, “ma questo sono buoni tutti a farlo” dice quasi con ritegno, ma riferendosi con puro slancio generazionale a quei giovani che adesso credono di sapere tutto di cavalli e ferri e ferrature… adesso che a cavallo si va solo per hobby e per sport e che, addirittura!, i ferri si vendono belli e fatti! “Gli danno un’aggiustata e via, senza considerare dove cresce l’unghia” – si rammarica – “E che ne sanno di come cammina?”
Dietro all’antico mestiere, in realtà, c’è un grande amore per il cavallo, “che si accorge se lo tratti bene” – sostiene con entusiasmo – “ti riconosce dalla camminata e ti nitrisce per salutarti!”. E volge lo sguardo, con nostalgia, alla vallata su cui affaccia la bottega, dove una volta aveva il suo cavallo “a cui mancava solo la parola, e che ci fai con le partite di calcio? Il cavallo è molto più divertente”.
Ma allora era giovane, poi i tempi sono cambiati, “…sai… una cosa e un’altra…” e la sospensione della sua voce racconta di società mutata, condizioni di vita modificate, forse anche l’età… non abita neanche più lì, al piano di sopra, in quelle tipiche costruzioni “casa e bottega” che accomunano tutti i borghi che affacciano sulle sponde dell’Adriatico (a Kor?ula, in Croazia, hanno persino pensato di riscoprirle e sfruttarle turisticamente!).
Il maniscalco, una volta, era un mestiere d’oro, si facevano soldi e ci si campava bene, “perché qui venivano da tutte le parti” ripete con forza il signor Giuseppe.
Adesso, ogni tanto, qualcuno lo chiama ancora, quando c’è bisogno dell’atavica esperienza per risolvere qualche problema delicato, o quando qualcuno tenta di riscoprire l’antica arte della mascalcìa, “ma i giovani non vogliono fare i sacrifici e imparare a fare bene questo mestiere costa fatica”.
Lo saluto rivolgendogli la stessa domanda che ho fatto all’inizio del nostro incontro, più con ammirazione che curiosità: “Ma perché ha continuato a fare il maniscalco?”
“E che altro mi mettevo a fare? Ho fatto questo tutta la vita, sono stato sempre in mezzo ai cavalli”. Ma non è triste nel darmi la stessa risposta.

Carla Dragoni