La Montagna Sacra
prof. Giacinto Bollea
La montagna ha partorito il topolino? Questa è la prima (e non mediata) impressione che nasce dalla lettura di "Scorciatoia per il Nirvana" di Dario Guidi (EDT Editore. Torino). Perché bisogna dire subito che la montagna è nientemeno che il Kailash, in Tibet: e allora scriviamo Montagna (con la maiuscola) e ricordiamo almeno che essa è sacra a quattro religioni - forse anche perchè dal suo territorio nascono quattro grandi fiumi dell'Asia e forse principalmente perché intorno ad essa si può chiudere un cerchio di cammino, dunque senza essere, propriamente, alpinisti.
Già queste minime considerazioni possono far presumere, forse incautamente, che un viaggio al Kailash si muti in un pellegrinaggio o equivalga in qualche modo ad esso. Incautamente perché non necessariamente un periplo intorno alla montagna, compiuto dagli occidentali, è inteso o vissuto come un pellegrinaggio, mentre questa è la regola - si direbbe assoluta - per una quantità di asiatici di ogni provenienza che vi accorrono ogni anno. Un viaggio di questa natura concede comunque, di questa montagna, un possesso che possiamo dire "territoriale" e che va oltre quello visivo senza essere alpinistico. Ci si potrebbe quindi aspettare che esso sia esperito, vissuto e "sentito", se si accetta la parola in qualche modo del tutto particolare.
Ora, il libro in parola è piuttosto il resoconto "comune", ordinario, di questo viaggio, certamente, assolutamente sui generis, che non la esplicitazione di sentimenti, intuizioni - diciamo anche illuminazioni o rivelazioni? - che (sempre presumendo) da esso dovrebbero nascere, originarsi e quasi sprigionarsi. Il libro (un volumetto che si legge in due ore) descrive dunque il viaggio che, lungo una celebre quanto disagiata strada, al Kailash conduce dalla lontanissima Lhasa; il periplo della montagna non ha in esso, come tale, un particolare rilievo.
Nulla esiste al mondo, come si sa, che non meriti una bibliografia: in questa, per definizione, tutto deve avere una collocazione che vorrei intendere attiva e proficua. Questo libro fa giustamente pensare, in particolare, alle infinite cose alle quali, in una prospettiva mitico-religioso-naturalistica della montagna, fatta centro del viaggio, di solito non si pensa come si dovrebbe: la povertà estrema della gente nomade dei luoghi, la sua commovente e quasi stupefacente ricerca di tutto ciò che per i ricchi viaggiatori occidentali è il nulla di un oggetto da abbandonare dopo l'uso... E poi le difficoltà, anche banalmente fisiologiche, della quota ed dell'adattamento alla medesima, la sporcizia dilagante, esplicita, quasi esibita en plein-air, dei luoghi di sosta, la ottusa, implacabile occupazione cinese tesa a distruggere, giorno per giorno. Una cultura che è unica anche per l'ambiente che, ospitandola, ha contribuito a determinarla. Lo stile del libro é, quasi corrispondentemente, semplice, quasi dimesso, scarno, di basso profilo: anche quando, ben s'intuisce, l'autore ha a che fare con luoghi e paesaggi che sono eccezionali e che scatenerebbero diversamente il concorso delle sensazioni e degli aggettivi.
Si potrebbe tranquillamente concludere che ciò che si è sopra ricordato merita ampiamente un libro, e si vorrebbe anzi che questo fosso più ampio ed esauriente sotto ogni aspetto, a cominciare da tutto ciò che riguarda l'occupazione cinese e il suo futuro ormai prevedibile e quasi incombente. E tuttavia anche (o proprio) a chi questo viaggio non potrà mai compiere, il Kailah qualcosa deve concedere in termini di riflessione immaginativa ed estetico-naturalistica, e se si vuole dì suggestione mitico-religiosa. Questo, in fondo, anche perché del Kailash, non è dato sentire discorsi in termini propriamente alpinistici, essendone vietata la salita.
Se ne potrebbe dunque parlare, in primo luogo, in termini dI immagine: ma non è opportuno insistere sulla "bellezza" della montagna - neppure discutibile, in verità, per quanto la parola sia notoriamente acritica - quale essa appare dalle tante fotografie che sono proposte da libri e riviste. Non mi sembra un caso, d'altra parte, che il libro in parola, privo di fotografie, non riporti il Kailash neppure in copertina. Qualche altra considerazione, allora, s'impone come per naturale conseguenza; e non può che raccogliersi, se mi si passa l'espressione, sul versante sacro della montagna.
Può destare una certa - forse compiaciuta curiosità il fatto che guardiamo (più esattamente: immaginiamo di guardare!) la montagna con gli occhi dei pellegrini (o dei viaggiatori) e non con quelli degli alpinisti, cosa che concede, forse, un certo privilegio nei confronti di questi ultimi. Non si può certo dire che sarà sempre così - si pensa in primo luogo, per esempio, ai cinesi, ma s'intuisce subito, lungo questa strada, in che cosa può consistere, che cosa può significare una profanazione: ed è appunto significativo che si senta che la cosa può valere indipendentemente dalla religione che si professa (o che non si professa).
Ma proprio in questo senso, a dire il vero, si urta contro una difficoltà apparentemente insuperabile: la sacralità si esperisce (o si comunica) con il rito e con la parola, qui si cammina ritualmente per giorni intorno alla montagna, si recitano fiumi di preghiere e si lasciano innumerevoli "bandierine di preghiera" al valico più elevato del periplo: ma di queste plurime preghiere, voglio dire, non abbiamo, con parole nostre, la consapevolezza di ciò che significano, di ciò a cui mirano, delle intenzionalità che esprimono.
Si può ovviamente rispondere che questa sorta di pretesa è assurda (al di là del fatto che la lingua dei pellegrini è, quasi in assoluto, ignota ai viaggiatori). Pretesa assurda, intendo (e forse anche un po' arrogante), perché sottende la riduzione di questi particolarissimi stati di coscienza degli altri ai nostri, che si nutrono di autocoscienza, come noi diciamo. Forse la presenza propria del pellegrino al quale non si può certo negare una consapevolezza, autenticamente si nutre della preghiera, affidata all'onnipresente vento e del gesto che depone al passo più alto la bandierina che reciterà al vento - e qui così essa presenza acquisisce il massimo di se stessa in un modo saziante e ottimale, che forse noi non giungiamo a comprendere pienamente. Io e montagna divinizzata (o sacralizzata) possono per così dire congiungersi, coincidere mediante un gesto di passo e di parola: altre parole sono ancora necessarie?
Questa esperienza, che può essere irrinunciabile quanto poco o niente dicibile, può essere naturalmente anche collettiva: in essa il singolo deve cedere, sacrificare qualcosa di sé alla presenza degli altri, come a questi a poggiandosi nel lunghissimo cammino intorno al monte. Dice un altro viaggiatore: "Incontrerete paralitici, vecchi e bambini (...). Al termine avrete espiato i peccati della vostra esistenza, ma avrete anche vissuto un'esperienza unica al mondo." E' spiegabile dopotutto che il cerchio della perfezione si chiuda anche in una dimensione collettiva: perché la perfezione (questa perfezione) dovrebbe essere riservata al singolo? La salvezza non dev'essere comune? Sulla montagna non si può vivere, ma ci si può avvicinare al luogo degli dei, sia pure con le struggenti difficoltà che ciò comporta: e ciò è vita e vittoria, festa e liberazione, progetto e compimento, fede e santità.
S'incontra qui, dunque, con ogni evidenza, qualcosa come il sacro. Non so certo definirlo e meno che mai oserei tentare di farlo in una pagina. Qualche idea sparsa, tuttavia, si può allineare. Per esempio quella che il sacro si può incontrare ed esperire prima che descrivere: che, dunque, si può vivere "sul campo" e anche insieme agli altri. Dunque esemplarmente, per quel che si vuol dire qui, partecipando a un rito, qual è in sostanza l'ascesa a una montagna o il suo periplo. Bisogna farsi pellegrini, per capire qualcosa di tutto questo? Forse ha qualche senso dire che la sacralità vissuta dagli altri può essere fatta propria (se vale l'espressione), anche se non pienamente compresa come tale, già per una forma di rispetto che è di per sé quasi partecipativo.
Ora, se così difficile da accettare, più che da comprendere, una sacralità priva di dei e di religione, ci si deve conseguentemente affidare all'unica entità o realtà che può diversamente sorreggerla, la natura: qui esplicitata, esemplificata, raccolta, condensata nella montagna, in una montagna. Bella o meglio affascinante a quel che dicono anche le immagini, per la forma quasi perfetta (ricorda una piramide), per la immensa e raccolta potenza che esprime, per i ghiacci che ordinatamente la ornano.
Dall'antico si onorano rocce e pietre, e le si fa partecipi della valenza generale dell'elevazione ponendole in verticale. Qui la dimensione verticale è naturale e associata a ciò che è massiccio e dunque possente, e anche calmo ed equilibrato fin nelle sue nascoste radici rocciose. Certo una montagna così, essendo uomini, non può essere, in assoluto, ignorata: non è all'apparenza selvaggia come una infinità di altre per creste, pareti e dirupi. Potrebbe invitare alla salita la vetta è una cupola regolare che, a suo modo, riposa gli sguardi e invita alla presenza. Qui furono posti gli dei e potrbbe essere bello credere che ancora vi risiedano, così che ogni altra presenza sarebbe inopportuna e insostenibile. Ma credo sia importarte riflettere che si accetta benissimo questa assenza di uomini anche se non si crede nella presenza degli dei: l'essenza della presenza sta nel suo essere pensata, anche il nostro alpinismo tradizionale riposa su questa assunzione a priori.
Così, anche in questo modo - per mezzo di una montagna - natura e cultura s'incontrano: perché è proprio la montagna che può unire in modo ottimale, entrambe.