TESTIMONIANZA DA NASSIRIA

Solo ora sento di scrivere qualche cosa su quell’evento in quel di Nassiria (Iraq).
Già, testimone.....chi è? E’ un essere umano limitato sia nel vedere (trovandosi dentro l’azione perde la dimensione del tutto) sia nel non poter commentare il particolare perchè non è in grado, per sua natura, di distinguere fra il bene ed il male, fra i buoni ed i cattivi come ben descrive Primo Levi ne “I Sommersi e i Salvati”. Come se non bastasse, il testimone è un sopravissuto e come tale non è degno di essere innocente ma solo giudicato come “...non colpevole...” o incolpevole come nel libro “Se non ora, quando” perchè ogni esito positivo si incrocia col negativo e ogni felicità si accompagna ad un allarme.
Il testimone viene a trovarsi, come nel quadro di René Magritte “Ceci n’est pas une pipe” nella zona di confine fra realtà e rappresentazione nella quale egli si accompagna solo con i suoi ricordi...e questo basta.



Il testimone ha forse un momento di riscatto datogli dall’opportunità di poter vedere la Vera Luce stando nelle tenebre (come ben ci ha insegnato Platone col “Mito della Caverna”) ma tutto ciò è importante?
E allora....allora cosa? Mi è facile poter dire ora, da pellegrino, che sono abiutuato a non cercare il significato nelle cose ma a gioire del senso che da esse esplode e mi riscalda, cioè mi consola... questo basta!
Mi accorgo dal dopo-Nassiria di non essere stato in questi miei primi nove lustri di vita terrena, ottimista, bensì di vivere un processo catartico nel cui dipanarsi mi riesce facile assolvere l’uomo (in questo credevo stesse il mio ottimismo) quanto tale, cioè capace comunque di ritrovare Dio in se stesso... e questo basta!
Mi è difficile, la solitudine mi attanaglia, mi raffredda l’ emza, cioè il luogo di mezzo fra Divino e Umano (pag 98 del “Zone di turbolenza”) e mi fa sentire come Giobbe, proprio io che in Giobbe non mi voglio calare... ma possiamo sottrarci a ciò?
Mi son piaciuto in quel di Nassiria, ho avuto la fortuna, come fossi un etnologo errante (pellegrino-etnologo), di potermi educare cioè mettermi al di fuori del problema per osservare gli eventi ed i comportamenti che coinvolgevano me ed i miei simili e poter, col dovuto distacco di colui che si educa appunto, aiutare l’altro o gli altri in difficoltà con i nuovi spazi ed i nuovi tempi che mano a mano si presentavano dinnanzi a noi, e che, come un tutt’uno, ne venivamo coinvolti... Fortunato?... Forse.. ma la solitudine del pellegrino errante mi è stata maestra e... ciò basta!
Oh solitudine, mi porti alla morte, sì a quella morte occidentale tipicamente addomesticata dai suoi rituali e dai suoi tempi scanditi e che con la sua prevedibilità, se non certezza di esserci, mi fa da psicopompo accompagnadomi verso quella mortalità di cui ho paura, chè è l’ anticamera della consapevolezza della morte o meglio della consapevolezza alla morte!
Ah che desiderio ho in me di poter tornare in quei luoghi caldi, ricchi di reale di tangibile di reattivo di movimenti antropomorfi nei quali lo sguardo fra simili è ancora meta, partenza e di nuovo meta, di una azione e non di un banale fare!

Già... consapevolezza... mi riporta a quell’immagine in quel casolare incontrato dai miei piedi sulle meseta compostelliana al cui muro si appoggiava una scala che, come la scala di Giacobbe, simbolo dell’ascesi continua con le umane difficoltà da superare, indica l’unica saggezza che l’umano può esercitare, cioè il saperla appoggiare ad un muro sicuro e... ciò basta!

Camminare .... camminare... camminare... L’uomo deve spostarsi perchè solo in terra straniera egli può essere se stesso; a casa propria deve invece rappresentare il suo passato, che nel presente si trasforma in una maschera che pesa sul volto e lo nasconde... potrebbe essere questo il perchè finalistico del mio viandare, ma non so se basta!!!


 

Oh solitudine che mi spingi ad avanzare verso di essa morte, e mi lasci ancora le forze di poter ringraziare quelli che col pensiero, con il verbo e con la preghiera mi sono stati vicini e che, come una parabolica (da “Parabola”), ci han fatto sentire meno soli nell’ agire verso coloro il cui senso era di ritrovare almeno per un istante se stessi.... Amen (che nell’ ebraico antico vuol dire “..IO CI SONO).


 

SS Natale 2003


Epifania 2004... mi sei apparsa in questo 2003 che si sta per ricrearsi nel 2004 con i tuoi Re Magi... La Consapevolezza, L’ Agire, La Solitudine e

La.................... Finis Terrae!!!