LEGGENDE E MISTERI DEL DESERTO

Alfredo e Angelo Castiglioni

La  ricerca di tesori sepolti  o di città perdute nelle sabbie del deserto ha avuto, qualche volta,  origine da letture.
I  ricercatori e gli esploratori, soprattutto del secolo scorso,  non sempre si sono basati su testi classici (come fece Schliemann, lo scopritore di Troia) o su fonti storiche,  ma si sono spesso lasciati guidare da semplici racconti o da leggende, soprattutto arabe.
La ricerca della “città perduta” di Zerzura e la scoperta  del Silica glass, il “vetro delle stelle”, ne sono due esempi.

La scoperta di Troia

La ricerca di città storiche, di cui si era persa ogni traccia, è sempre stato il sogno di archeologi e di viaggiatori.
Le fonti da cui attingere le notizie  per indirizzare la ricerca sono tra le più disparate e fantasiose: dai testi classici, alle notizie di viaggiatori e geografi, dalle leggende, ai racconti tramandati da padre in figlio.
Non sempre queste fonti hanno un fondamento storico e richiedono pertanto un’attenta analisi per distinguere dove termina la realtà ed inizia la fantasia del narratore o dello scrittore.

Un esempio abbastanza vicino a noi  è la scoperta della città di Troia ad opera di Heinrich Schliemann. Questo tenace e fantasioso ricercatore (non era un archeologo ma un ricco commerciante) si basò sui testi classici per localizzare questa famosa città.
Ci riuscì nel 1870,  su una piccola altura vicina al villaggio turco di Hisarlik presso l’imbocco dei Dardanelli. Gli scavi misero alla luce ben 7 livelli abitativi (portati poi a 9 dagli scavi successivi) datati dal 3200 a.C. al 400 d.C.;  nel sesto strato furono riconosciuti i resti della città omerica di Troia.

La città “perduta” di Zerzura

Un’altra ricerca che appassionò viaggiatori ed esploratori tra la fine dell’800 e gli inzi del ‘900, fu la “città perduta” di Zerzura. In questo caso lo stimolo che scatenò una sfrenata esplorazione del deserto occidentale egiziano (il cosidetto deserto libico) alla ricerca di questa città,  non si basò su dati storici ma semplicemente su un racconto arabo.
Nel “Libro delle perle sepolte” (novelle di origine persiana), un padre narra al figlio come trovare gli immensi tesori custoditi in una città del deserto libico. 
Il racconto inizia con una decrizione dell’itinerario da percorrere per arrivare a Zerzura:  poche righe ma sufficienti a scatenare la fantasia dei viaggiatori dell’epoca.

“ La città è situata ad ovest della cittadella di Es Suri. Lungo il cammino troverai delle palme da dattero, delle vigne e delle sorgenti. Segui lo ’”wadi” (alveo asciutto di un fiume ormai scomparso) e risalilo fino alla confluenza di un altro “wadi” che si dirige verso ovest,  tra due colline. Troverai una piccola strada, percorrila e arriverai alla città di Zerzura. E’ una città bianca come una colomba, ma troverai le sue porte sbarrate. Sopra la porta c’è la scultura in pietra di un uccello; introduci la mano nel suo becco aperto e prendi la chiave che vi è custodita. Apri le porte ed entra nella città: vi troverai dei tesori immensi e il re e la regina che dormono nel loro castello. Ricordati: non avvicinarti a loro per nessun motivo,  ma prendi tutto l’oro che troverai.
La pace e la fortuna siano con te, figlio mio”.

Il “Club di Zerzura”.
Il racconto,  poco più di una bella fiaba,  fu  sufficiente per stimolare una vera e propria caccia al tesoro che Zerzura custodiva.
Basti pensare che a Londra, presso la prestigiosa Royal Geographic Society, fu costituito addirittura il “Club di Zerzura”.
Qui si tennero accantiti dibattiti tra i gli esploratori del deserto libico: Rohlf, Kemal el Din, Wilkinson, Clayton, Leo Frobenius, solo per citarne alcuni.
Anche il conte ungherese Laszlo von Almasy  (la cui storia romanzata, è narrata in un film,”Il paziente inglese”, uscito qualche anno fa nelle sale cinematografiche) si cimentò in questa impresa.

Scriveva Almasy nel 1939: “Ho preso la decisione di avviare le ricerche dell’oasi scomparsa di Zerzura, con l’impiego di automezzi e di un aereo, nonostante gli unici indizi di cui io dispongo si basino sulle leggende tramandate oralmente dai nomadi del deserto. La scoperta delle oasi dimenticate di Arkenu e di Uwenat, riuscita pochi anni orsono al ricercatore egiziano Ahmed Hassanein Bey sulla base di fonti del tutto simili, confermano come le notizie fornite dagli stessi nomadi su Zarzura non siano soltanto illazioni.”

Le ricerche di Almasy portarono alla scoperta di sconosciute vallate ricche di pascoli ma non al ritrovamento di una città “bianca come una colomba”.

 

La follia di un cacciatore inglese

Tra le tante follie escogitate per raggiungere lo scopo, merita di essere citata quella di un inglese residente a Dakhla in Egitto, una piccola oasi al confine orientale del “Gran Mare di Sabbia”, una vasta regione di dune che dall’oasi di Siwa (Egitto), arriva fino  all’altopiano di Gilf el Kébir e al Sudan: circa 500 chilometri di sabbia che avrebbero dovuto custodire la mitica Zerzura.
Questo fantasioso inglese osservò che i piccioni selvatici, durante le loro migrazioni verso il Nilo,
provenivano da sud-ovest , quindi da dove, secondo le teorie discusse nel “Club Zerzura”, doveva trovarsi l’oasi “perduta”.
Da buon cacciatore, come erano tutti gli inglesi all’epoca, uccise alcuni di questi volatili e, osservando i resti del cibo parzialmente digeriti nel loro stomaco, si accorse che vi erano frammenti di olive; quindi questi uccelli dovevano provenire da una oasi  verso occidente.
Mise quindi a punto un macabro esperimento: catturò, con delle reti,  alcuni di questi uccelli e li alimentò con olive. Poi ad intervalli di tempo che segnava accuratamente su un taccuino, li uccise uno dopo l’altro, osservando con attenzione i resti  di cibo semi digeriti contenuti nel loro stomaco.
Alla fine riuscì a trovare alcuni piccioni il cui stato digestivo era simile a quello dei piccioni abbattuti durante la migrazione: ora sapeva il tempo impiegato dai volatili per attraversare il deserto, ne conosceva la direzione e, basandosi sulla loro velocità in volo, tracciò un ipotetico itinerario da Dakhla,  fino al luogo dove avrebbe dovuto trovarsi Zerzura.
Partì alla ricerca della città e….non fece più ritorno.

La fine di un sogno

La città non fu mai trovata. A porre termine a questa frenetica ricerca fu R.A.Bagnold, uno dei grandi esploratori del deserto occidentale. Così infatti scriveva nel suo libro “Libyan Sands”:
“…Mi piace pensare a  Zerzura come a un sogno che rappresenti qualcosa ancora da scoprire in qualche parte del mondo. Zerzura esiste in molti posti inesplorati, nel deserto, ai poli, nelle regioni montuose…e sarà sempre lì da trovare... Quando alla fine verrà il tempo in cui gli esploratori chiuderanno i loro taccuini di appunti perché non ci sarà più nulla da esplorare, allora Zerzura crollerà rapidamente trasformandosi in polvere nella polvere del deserto”.
                                                            
Un’altra leggenda araba
“Le carovane  che attraversano il deserto da Abu Minqar (Egitto) a Cufra (Libia) devono fare molta attenzione. C’è una vasta regione dove il terreno è cosparso di ” pietre verdi”  bellissime ma taglienti che possono ferire le zampe dei dromedari”

Un manoscritto medievale arabo che indicava le piste  del deserto libico, riportava queste curiose righe: un avvertimento per i carovanieri che affrontavano una regione poco conosciuta.

E’ questa la prima notizia dell’esistenza di un minerale misterioso nel deserto.

Molti viaggiatori lo cercarono nel corso dei secoli senza risultato. Ci riuscì nel 1932 un esploratore inglese, Patrick A. Clayton,  che ne portò a Londra pochi frammenti.
Clayton apparteneva a quella categoria di viaggiatori che univano  caparbietà e tenacia nel voler raggiungere l’obiettivo ad un coraggio senza limiti.
Da buon inglese, aveva uno stile perfetto nel vestirsi e nel comportarsi, tanto che un giornalista scrisse di lui: “parte per un viaggio di centinaia di chilometri in territori sconosciuti come se uscisse al mattino per andare in ufficio”. 
Aveva anche una sua precisa idea sul cibo : era convinto che nessuna spedizione poteva aver successo se non equipaggiata con abbondanti e ottime provviste.  Affermava: “non posso fare a meno delle uova fresche per la mia colazione del mattino” e  pertanto portava nelle sue esplorazioni una gabbia con alcune galline vive.
Un uomo particolare, forse lontano dall’idea che ognuno si fa dell’esploratore: barba incolta, sahariana stropicciata e macchiata di sudore. Tutti aspetti esteriori che non facevano parte del suo modo di viaggiare.
Durante le sue esplorazioni  disegnò settantaquattro mappe, e aprì  regioni fino allora sconosciute. Scoprì anche le misteriose “pietre verdi” dimostrando che il racconto arabo non era frutto di fantasia. L’anno successivo al ritrovamento, fu accompagnato in una nuova spedizione dal Dott. Spencer del British Museum che diede a questo minerale il nome di “Silica Glass”;  lo giudicò talmente bello e prezioso da esporlo al British Museum, tagliato a forma di gemma.

Il Silica Glass (o Ldsg  “Lybian desert silica glass”)

E’ un minerale unico e di grande bellezza. Si presenta in blocchi di diverse dimensioni:  il colore giallo-verde-azzurrino e la buona trasparenza lo rendono addirittura un materiale gemmologico.
Non è quindi un vetro comune  (come potrebbe essere l’ossidiana), ma un vetro siliceo molto puro con oltre il 98% di silice ;  in pratica un vetro naturale.
Anche se a tutt’oggi non sono stati ancora chiariti tutti i “misteri” che avvolgono il “silica glass”, sappiamo (è la teoria più accreditata) che questo minerale si è formato circa 28,5 milioni di anni da oggi, (anche se alcuni studiosi parlano di 30 milioni di anni fa)  e sembra sia stato “creato”  da una cometa o da un meteorite.  Finora non è stato individuato “il cratere d’impatto”,  per cui si ritiene che il corpo celeste, entrato nell’atmosfera terrestre ad una velocità elevatissima, esplose ad una altezza di 10-12 chilometri dalla superficie del deserto. L’area venne investita da temperature elevatissime che provocarono la fusione del quarzo contenuto nella sabbia e, forse, lo portarono all’ebollizione. Il successivo, lento processo di raffreddamento  determinò la trasparenza del “silica glass”.
Il  trascorrere dei millenni, l’erosione eolica e l’azione di antiche piogge, contribuì alla frantumazione del minerale che oggi si trova  distribuito su un’area di 25 chilometri di diametro.
Piccoli frammenti molto trasparenti, giacciono accanto a pezzi più grandi che possono raggiungere e superare il peso di una ventina di chili.
Il colore del minerale varia dal bianco al verde-giallo, al verde-azzurro e l’azione eolica, levigandone la superficie,  lo rende piacevole al tatto.
Si  trova in uno dei deserti più inaccessibili del pianeta: nel  “Great Sand Sea”, il “grande mare di sabbia” come era chiamato dagli esploratori dell’800 questo vasto territorio disabitato, privo di acque superficiali e dove la vegetazione è inesistente. Una vastissima regione che si estende ad ovest del Nilo, nel deserto occidentale libico, in territorio egiziano.

Spedizione Castiglioni-Negro. Marzo/Aprile 1996.
A questa spedizione alla ricerca del “silica glass” hanno partecipato anche il Prof. Vincenzo De Michele, già conservatore di Mineralogia e Petrografia del Museo di Storia Naturale di Milano,  il Prof. Romano Serra del Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna, il Dott. Benito Piacenza, geologo,  il Dott. Ali al-Barakat, geologo dell’Università del Cairo e Luigi Balbo, fraterno amico di tante ricerche e fotografo della missione.   

Dal diario della spedizione:
“Con due veicoli fuori strada IVECO, siamo sbarcati ad Alessandria d’Egitto, proveniendo dall’Italia. Dopo lunghe formalità (cambio delle targhe, assicurazione egiziana ecc.) lasciamo il porto e percorriamo la litoranea che da Alessandria conduce ad El Alamein , con il suo sacrario e le testimonianze di una delle più terribili battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Da qui, sempre seguendo la costa mediterrana, raggiungiamo Marsa Matruk. Lasciamo la litoranea e puntiamo verso sud, percorrendo  300 km di strada che ci  portano  all’oasi di Siwa. La strada finisce  ed inizia il “Gran Mare di Sabbia”,  che dobbiamo superare per raggiungere la zona del “Silica Glass”,  che si trova ad oltre 450 km. più a sud.
Acquistiamo al mercato, verdura e frutta fresca;  per alcuni giorni integreranno la monotona dieta a base di scatolette.
Lasciamo Siwa, il suo immenso palmeto e i suoi orti irrigati da stretti canali. Transitiamo accanto alle  rovine di Aghurmi, un antico insediamento che ospitava  il tempio dell’oracolo di Ammon, forse il più famoso dell’antichità,   e alla grande cisterna di acqua sorgiva dove i pellegrini si purificavano prima di consultare l’oracolo.
Poco più a sud, inizia un sussegguirsi di formazioni sabbiose dove si alternano tutte le tipologie di dune del paesaggio sahariano. Le “barcane”, a forma di ferro di cavallo con i versanti asimmetrici, il più pendente dei quali situato sottovento; le “zemla”, ammassi dunosi  che si appoggiano a formazioni rocciose, le quali  sembra quasi ne sostengano il peso. Per questo motivo, la fantasia araba ha dato all’insieme il nome di “zemla”,  che significa “animale da carico, animale da soma”. Poi,  l’ ”edeyen”, dune basse, piatte e consistenti per la presenza di sabbie grossolane; le “ighidi”, dune formate da sabbie sottili e soffici, difficili da superare con i fuori strada.
Le formazioni più spettacolari sono chiamate “dune stellari”: si formano quando il vento spira da diverse direzioni . Dal vertice dell’insieme dunare scendono, seguendo diverse direzioni, le masse sabbiose tanto da sembrare i raggi di un’enorme stella. Sono rare nel “Gran Mare di Sabbia” perché il vento soffia quasi  costantemente da  nord ; è il  “khamsin” (il vento freddo  dei “cinquanta giorni”)  che ha prodotto i lunghi “cordoni” di dune, con direzione approssimativa  nord/nord ovest- sud/sud est, caratteristici di questo deserto.  Tra queste “dune a catena” (come vengono anche  chiamate) che possono superare i 150 metri di altezza, si aprono corridoi di sabbia e pietrisco compatti e quindi facilmente percorribili.
Più difficile è passare da un ”cordone” di dune all’altro. Alla base delle dune si accumulano depositi di sabbia finissima, impalpabile come borotalco, che attanaglia i pneumatici dei veicoli fuoristrada e che richiede l’uso di apposite “scalette o piastre” per superarle e la riduzione della pressione dei pneumatici a valori molto bassi (fino ad un’atmosfera e mezza) per permettere al battistrada di allargarsi e “galleggiare” sulla sabbia, proprio come fanno le zampe dei dromedari.
Scriveva Bagnold“Nella “liquid sand  (“la sabbia liquida” come era chiamata dai primi viaggiatori sahariani) si può affondare, senza sforzo, un’asta verticale lunga 180 centri”.

Dopo diversi giorni di viaggio e innumerevoli insabbiamenti raggiungiamo la regione di massima concentrazione del “silica glass”,  tra 25°e 26’ di latitudine nord e 25° e 26’ di longitudine est.
I  frammenti di “silica glass” ci appaiono all’improvviso, sparsi sulla sabbia ai piedi delle grandi dune. Il sole all’orizzonte fa brillare il “silica glass” che riflette il blu cobalto del cielo. Sono gemme luminose che spezzano il monocromatismo giallo-bruno della sabbia, punteggiato dal pietrisco annerito dalla “vernice del deserto”, quell’affioramento di sali che conferiscono alle rocce del deserto il loro caratteristico colore nerastro.
Ne prendiamo in mano alcuni pezzi. La superficie è vellutata,  levigata dalla continua e incessante azione eolica, protrattasi per milioni di anni. La parte esposta al vento è priva di angoli acuti e taglienti.
Il minerale assorbe rapidamente il calore della mano e i raggi del sole che attraversano la superficie mettono in evidenza il colore che, dal giallo paglierino, sfuma nel verde pallido fino al bianco latteo.
Inizia il lungo lavoro di raccolta del “silica”, la classificazione e la pesatura. E’ un compito che esegue, con la massima attenzione e competenza il Prof. De Michele, mentre noi raccogliamo i frammenti di di questo minerale in zone preventivamente delimitate,  ed esploriamo i dintorni.  

Poco distante da dove abbiamo fatto il campo, numerose schegge di “silica”sono disseminate intorno ad un zona centrale ed appaiono lavorate.
E’ un “laboratorio” preistorico.
Qui, migliaia di anni fa, gli antichi abitanti di queste regioni hanno spezzato i blocchi di “silica”; qui hanno fabbricato sottili lamine, raschiatoi, punte acuminate: utensili indispensabili alla vita quotidiana e alla caccia, in un ambiente ricco d’acqua e di pascoli che, ora, è difficile immaginare.

 Ma anche in epoche successive, a noi più vicine, il “silica” fu utilizzato;  non per fabbricare utensili, ma come gemma per la sua straordinaria bellezza e rarità. Basti ricordare che alcune gemme tagliate da questo minerale furono  portate a Londra ed catalogate come pietre preziose

Anche gli Egizi, che hanno sempre ricercato pietre preziose o semi-preziose per abbellire i gioielli dei faraoni e dei notabili, lo hanno giudicato degno di figurare come elemento centrale in uno dei pezzi di gioielleria più stupefacenti prodotto dalla fantasia dell’uomo: il pettorale di Tutankhamon.

Il pettorale di Tutankhamon   

Questo eccezionale esempio di gioielleria antica (in oro, argento, vetri e pietre semipreziose), fu scoperto (insieme a numerosi altri reperti) dall’archeologo Haward Carter nel sepolcro di Tutankhamon (XVII dinastia – 1347-1337 a.C.) durante gli scavi finanziati dal “mecenate” inglese Lord Carnavon nel 1922-1923 in Egitto.
La gemma centrale di questo pettorale rappresenta “Khepri”, lo scarabeo, che incarna il sole nascente.
Lo scarabeo stercorario (scarabeus sacer) è un coleottero caratteristico e curioso: modella con le zampe gli escrementi in piccole sfere nelle quali depone le uova, facendole poi rotolare sul terreno. Per gli egizi era il simbolo del sole che rinasceva dopo l’oscurità della notte. Significava quindi, “nascere, giungere all’esistenza, trasformarsi”.
Nel pettorale di Tutankhamon,  “Khepri”, rappresentato con le ali, spinge la barca celeste sulla quale è posato l’occhio sinistro di Horus che rappresenta la luna.
Al di sopra, una falce di luna e un disco in argento con Thot, Tuthankamon e, a destra, il dio solare Ra. 
Un gioiello “stellare”, quindi, che rappresenta il viaggio del sole e della luna attraverso il cielo e che ha scatenato la fantasia di molti ricercatori.

Si credeva che “khepri” fosse di calcedonio.
Nel 1998 un’équipe italiana (composta da  Gian Carlo Negro, da Vincenzo de Michele  e Romano Serra) fu autorizzata dal Museo Nazionale Egizio del Cairo ad analizzare, con metodologie gemmologiche non distruttive, questo scarabeo.
I risultati hanno accertato in modo inequivocabile che non è di calcedonio, come si era sempre creduto, ma di “silica glass”.
Forse questo “vetro”, che gli Egizi avevano giudicato degno di ornare uno dei gioielli del loro faraone,  proveniva da scambi  con le popolazioni del deserto.
Ma  forse, da spedizioni egizie organizzate appositamente per procurarlo.
Ottocento chilometri separano la valle del Nilo dal luogo dove si trova il “silica” (nel cuore del deserto libico),  dei quali almeno trecento privi di punti d’acqua.
Un deserto tra i più sterili e inospitali della terra, ancor’oggi difficile da percorrere,  ma che forse non ha impedito agli Egizi di affrontare l’ignoto (il “nulla” come viene chiamata dagli arabi questa
vasta distesa di sabbia) per la gloria e la grandezza del loro faraone.

Alfredo e Angelo Castiglioni