OCCHI NERI
libro fotografico di Mario Tible
L'Artistica Editrice

Un articolo insolito: presentiamo qui due recensioni del volume fotografico di Mario Tible, fotografo e viaggiatore che con suggestive immagini in bianco nero accompagna il lettore lungo un appassionato reportage nel cuore dell'Africa più autentica. La prima è di Roberto Baravalle e la seconda è di Gianni Vercellotti. Perchè due recensioni? La bellezza del libro e la "profondità" dei due scritti giustificano una particolare attenzione.

Recensione di Roberto Baravalle
È la seconda volta che mi trovo a scrivere su un volume che parla di Africa. La volta passata fu in occasione di una raccolta di disegni di animali realizzati da un amico pittore, Guido Villa, che da tanti anni è andato ad abitare in mezzo ai Samburu e voleva assolutamente che io gli facessi , come si suol dire, “un testo”.
Io glielo feci e scelsi la chiave ironica, quasi tragicomica, forse per esorcizzare un po’ il “peso” della materia trattata.
Il fatto è che, allora come oggi, mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di Africa perché non ci sono mai stato. Eh, cosa volete, le ragioni sono tante e non voglio annoiare…
Ma l’Africa ce l’ho ben presente, a modo mio, perché sono un divoratore di materiali che la riguardano: film, reportages, libri, racconti di chi ci va, eccetera. Ma, per me, Africa è soprattutto un repertorio di immagini. Non posso farne a meno.
E, allora, sono stato colpito dalla bellezza di queste foto di Mario Tible e mi sono lasciato attirare in un gioco di rimandi e di reminiscenze che ognuno di voi può – credo, legittimamente – fare, sfogliando questo libro di foto che è un po’ come quei carnets che i pittori utilizzavano ed utilizzano per disegnare. Poi, ogni disegno – come ogni foto – non è mai uguale a quella di un altro autore che pure ritrae lo stesso soggetto. Una testa di tuareg, un mercato, l’ansa di un fiume non sono mai uguali a quelle ritratte da altri perché è la sensibilità dell’artista che entra in gioco, la sua cultura, lo stato d’animo che lo pervade in quel momento.
La foto di copertina di questo libro, ad esempio, a uno o due secoli di distanza, ha il nitore e la bellezza di un’Odalisca di Ingres o anche di Matisse e, in generale, la pulizia formale, la nettezza della luce mi sembrano due costanti di fondo del lavoro di Tible. Uno sguardo limpido è, evidentemente, quello che osserva il continente che tanto appassiona e attrae noi occidentali e che lui ha percorso a lungo nei suoi viaggi.
Non vi è mai la ricerca di un effetto nelle sue foto. La realtà vi è presentata oggettivamente e si ha la sensazione di un luogo dove i contatti con l’ambiente, con le persone, la terra, sono molto fisici. L’Africa è evidentemente una situazione estrema dove la vita e la morte sono assai vicine e il gesto dell’artista diventa per questo molto essenziale, pulito.
In questo, almeno, mi sembra che si discosti da un Chatwin che non concepiva un resoconto senza un po’ d’invenzione che lo rendesse ancora più letterariamente plausibile. Vedere e poi descrivere, questo mi sembra l’obiettivo di Tible, essere un onesto testimone. È in virtù di questo atteggiamento che Gianni Vercellotti può sostenere che il suo libro è anche un libro di Storia.
Molte foto mi hanno fatto venire in mente le opere africane di un grande pittore spagnolo vivente, Miquel Barcelò, opere viste lo scorso anno in una grande mostra alla Fondazione Maeght.
Barcelò vive dal 1992, per alcuni mesi ogni anno, a Sangha, nel Mali, nel cuore del paese Dogon e realizza dei dipinti che paiono, in non pochi casi, assai simili a tante foto di Tible: barche sul fiume, mercati, bestiame, uomini e donne ritratti con quell’oggettività scarna e quell’essenzialità che mi sembrano essere le caratteristiche di fondo delle opere dell’amico cuneese.
E così, mi sono divertito in un gioco di rimandi che può durare all’infinito. Un gioco estetico che viene prima e separatamente da ogni discorso sociale o sociologico che, pure, deve essere fatto, ma che volentieri lascio ad altri più preparati.
Io mi sono fermato prima, ma anche da qui ringrazio Tible per avermi fatto provare il soffio di una terra lontana, l’alito caldo di un continente che, anche se non si è mai visto dal vero, è nel profondo del cuore di tutti.
Roberto Baravalle


Recensione di Gianni Vercellotti
Questo è un libro di storia.
Scritto dalle fotografie.
E Mario Tible non è uno storico, un professore, un letterato; ma è un uomo che viaggia, guarda e capisce. E scrive fotografando: ecco la storia.
Quella di ieri e quella – molto simile – di oggi.
La storia del continente più difficile da comprendere tanto da essere, per noi, ancora misterioso dopo cinque secoli; ed il più sconosciuto anche se frugato, visto, analizzato, occupato, usato, sfruttato, banalizzato, travisato. Continente di cui si ignora la storia e in cui, paradossalmente, essa nasce, perché vi nasce l’uomo.
Libro fotografico; apparentemente il più facile dei libri. In realtà il più arduo da interpretare perché ogni pagina non ha un tempo di lettura. Può essere sufficiente un’occhiata; può non bastare un’ora. Occorre guardare, fissare, pensare.
Per Mario Tible è stato il tempo di un “clic”, a volte fuggevole, nascosto, improvviso. Per chi guarda (o legge!) lo stesso tempo lievita, gonfia, si ferma: e si fa storia, l’ignota, imperscrutabile, perenne storia dell’Africa.

Perché a me l’onore, ed il piacere, di questa prefazione?
Per una consonanza di pensiero e di nostalgia, di ricordi e di ricerca che mi accomuna all’autore per scelta e ansia di conoscenza e di comprensione.
Eppure, pur anelando, non riusciremo mai a concludere: anche noi, come da secoli migliaia di europei, sfioriamo l’Africa senza penetrarla, ne siamo affascinati ed attratti senza possederla, ne intuiamo la profondità senza discendervi.
Cosa mi abilita a scriverne, oltre l’amicizia e la stima per Mario Tible? Le mille giornate tra savana e deserto, l’infinità delle piste percorse, la fuga della polvere nel vento e la inesausta sete di spazio. Ognuno per conto proprio, entrambi con gli stessi sentimenti.
E poi la possibilità di misurarsi, come solo in Africa accade: dove l’uomo è piccolo, infinitesimo, trascurabile essere tra gli altri esseri, tipo di animale tra tanti animali, nulla più che un’esistenza tra infinite esistenze, passaggio senza traccia né impronta.
La nostra importanza, o ritenuta tale, svanisce. Ci si misura con l’ambiente: e si percepisce la propria irrilevanza.
Questo il “mal d’Africa”? Forse, una cura depressiva, un monito a non ritenersi nulla più di un nulla.
E, forse, un inconscio ricordo della nostra partenza: tra australopiteco ed ominide, un po’ carponi ed un po’ eretti, iniziavamo il cammino verso il pensiero e le scoperte e i cieli stellati sopra di noi e l’autocoscienza.
Di là prese avvio la strada della logica, la meditazione, l’elaborazione, ogni volta commistione di grandezza e di ferine ricadute nella violenza, nella presunzione, nella simulazione. Storia dell’uomo, unico animale che si è armato e che ha teorizzato l’uccisione. Nasce là in Africa.

Mario Tible, personaggio schivo, con un fuoco dentro inavvertibile: che emerge in eruzioni straordinarie.
Itinerari a piedi, in bicicletta, con il dromedario; tende piazzate sotto la Croce del Sud; chilometri di pietre e sabbia; viaggi senza meta tra mercati e capanne.
Ogni volta che trovi un viaggiatore, sorridi dei turisti. Che vanno dovunque con lo stesso bagaglio, spostandosi senza viaggiare: gente da Sharm el Sheik e Maldive, Caraibi e Las Vegas; “brochure” e “depliants”; tutto compreso, anche scooter d’acqua e tavola a vela; racconti di alberghi e cibi esotici; vuoto pneumatico. Massa ingombrante, una carezza ai bambini e regalo di t-shirts usate, diapositive mosse e filmati di mogli sudate sorridenti tra “i locali”: poi destinate ad essere supplizio degli amici, ancora più indifferenti.
Tible viaggia e porta con sé il bagaglio della propria curiosità, cogliendo, intuendo, a volte rubando atteggiamenti, vicende, storie. Occhi intensi (sognanti?), rughe profonde, visi emaciati, sorrisi infantili: un tassello dopo l’altro, un mosaico.
Ecco il racconto: fatto di africani di oggi, tanto simili a quelli di ieri, con il fardello della loro natura crudele, anche se per noi (passanti di un giorno) affascinante; con la fatica della sopravvivenza, che per noi è colore folcloristico; con la sensibilità agli spiriti che sollecitano a rinnegare garantendo, in cambio, una salute eterna di cui ci pretendiamo fideiussori in modo fraudolento. Tible ha attraversato tutto ciò spesso in solitudine apparente, ma in realtà con una carovana di pensieri e dialogando tra villaggi e souk, moschee e piste con la gente, facendosene interprete senza presunzioni, proponendone immagini ed atteggiamenti perché ognuno potesse leggerne i suggerimenti, il senso, il valore permanente e attuale ma anche le domande ed i problemi senza risposta e, forse, senza speranza.

La storia fotografica dunque; allo stesso modo di quella scritta, alla grande secondo la tradizione inglese di Gibbon, Trevelyan, Toinbee, Hobsbawm, con cura attenta delle problematiche, della loro evoluzione e delle loro prospettive attraverso gli ambienti.
Capitoli: I luoghi (mari, fiumi, deserti, savane, montagne); gli incontri (villaggi, mercati, lavori); i momenti dello spirito (religioni) e della vita (maternità, infanzia): e questa scansione facilita lo studio, la riflessione per immergersi nella millenaria vicenda del continente nero e intuirne la storia senza averla mai letta. Perché il passato è ancora l’oggi.
In un mondo frenetico, dinamico, pronto a sradicarsi per diventare altro da sé, ciò che è stato ieri diventa reliquia, restauro, museo che propone un’ immagine volutamente inattuale di costumi, tradizioni, stili di vita.
Per l’Africa l’ieri è quotidianità: guardiamo quelle capanne, quelle costruzioni in “banco”, quei mercati stesi sull’argilla e sui sassi, quelle nudità o quei “bubu” avvolgenti, e scopriremo che sono uguali ai primi sguardi lanciati da Vasco da Gama o da Rimbaud o da Stanley sull’infinita variante di tipi e delle tribù d’Africa.
E riflettiamo sulla proposta di grandi centri urbani, scoprendola assolutamente estranea alle radici africane: una proposta di megalopoli, di periferie senza disegno, pervase di casualità, mortiferi ammassi di rifiuti e di emarginazione dominati da grattacieli di cemento sporco e senz’anima dove si svolgono i riti del potere, politico ed economico, quasi sempre coincidenti, anch’essi del tutto alieni rispetto alla gente.
Nessuna invenzione tecnologica, nessun brevetto industriale è africano: tutto ciò che vi compare (automobili, cellulari, televisori, mezzi meccanici) non è stato qui, vi è stato importato, imposto e vi regna incomprensibile ed incompreso, oggetto di curiosità alla stregua di un gioco curioso, smontabile, accantonato appena si blocca, dimenticato quando non funziona, momento di esibizione e “status” di potere in una modernità fittizia, accattata, transitoria, irreale.
Le nostre esibizioni, le nostre proposte, le nostre offerte sono uguali oggi a quelle che furono ieri le nostre impostazioni, i nostri comandi, i nostri divieti.
E’ sufficiente aggirarsi tra i mercati o tra le missioni per ritrovare le forme diverse della stessa sostanza: quella che porta a prospettare sempre, da cinque secoli, la nostra presunta superiorità che è solo la nostra effettiva diversità, quella che vogliamo imporre, ieri con la violenza, oggi con la persuasione: perché mai l’Africa dovrebbe essere obbligata ad accettare “il progresso”?


Eppure – conoscenza di pochi, forse di pochissimi – ci furono Stati e Imperi seminati qua e là, dove siamo riusciti a sollevare il velo da un passato senza scrittura.
La straordinaria fioritura di Great Zimbabwe e di Monomotapa; i regni del Mali, del Songhai e del Ghana; la individualità inaccessibile della Nubia e dell’Etiopia; la irripetibile multiformità della cultura Swahili: ebbene, di tutto ciò non vi è benefattore generoso, turista sprovveduto, funzionario strapagato, volontario entusiasta che sia consapevole e che misuri l’oggi sulla base della civiltà, della cultura, della storia che fu ignorata, quindi inesistente.
Eppure le proposte africane ci sono e nascono coerentemente dalle radici del passato: esiste una musica, una pittura, una scultura, una moda, una poesia, una cinematografia, anche una atletica di valore assoluto.
Ma non sono valori tecnologici, sono l’umanesimo di una terra dove il rapporto con gli antenati, con la transizione, con gli spiriti costituisce il modo di proseguire senza rottura in un’evoluzione che può esserci soltanto se rimane coerente con la storia locale. Che non è innovazione tecnologica, che non è religiosità occidentale, che non è competitività né programmazione, che non è – quindi – nulla di tutto ciò che noi riteniamo indispensabile per la “modernità”.
Ed è, infatti, l’illusione che quell’umanesimo a-tecnico ed a-scientifico sia permeabile alle nostre speculazioni che induce a proporre scuole con programmi occidentali e religioni di origine occidentale nella convinzione di poter più facilmente accedere alla conversione attraverso i sentimenti che non attraverso la ragione. Illusione perché in Africa i sentimenti “sono” la ragione ed ogni cosa importata viene circondata, contagiata, trasformata e metabolizzata rendendola diversa, africana con lontane eco, pallide risonanze, residui bagliori della nostra proposta, quelle che uomini d’affari, esploratori, conquistatori e missionari pensavano che fosse lo schema ed il modello con cui plasmare l’Africa.
E ci sono poi gli aiuti benefici, dettati dalla prima richiesta casuale o da altrettanto casuali conoscenze di personaggi trapiantati, tutti erogati dal cuore buono di Rotary o Lyons, Zonta o Soroptimist, milioni di euro destinati al nulla o peggio.
Come costruire scuole per popolazioni nomadi che servono a perpetuare la scelta di quel pastore Samburu che mi disse «Ho due figli, uno intelligente ed uno un po’ scemo. Quello intelligente deve custodire le mandrie, quello scemo posso mandarlo a scuola, così poi farà il ladro a Nairobi».
Come fornire latte in polvere per aree dove non c’è acqua in cui scioglierlo o latte condensato da equilibrare insieme ad acqua stagnante od infetta.
Come regalare barche per la pesca complete di motore in luoghi in cui non c’è né carburante né un meccanico.
Come fornire polli nostrani in aree dove sopravvivono solo quelli locali che sanno come nascondersi da predatori di terra e di cielo.
Come esportare migliaia di trote affamate che poi massacrano tutti i pesci autoctoni e modificano l’ambiente oppure fornire pesci carnivori che sopraffanno quelli erbivori di cui si nutrono le popolazioni locali.
Come pagare le lamiere che coprono le capanne arroventandole e rendendole antigieniche ed invivibili, sostituendo le coperture tradizionali di paglia o di fieno, permeabili all’aria ed alle correnti.
Come regalare tonnellate di aiuti alimentari che verranno poi venduti da governi senza scrupolo a prezzi di favore, soppiantando le colture locali e mettendole in crisi, e con loro i contadini che si inurberanno nella delinquenza cittadina.
Come distribuire reggiseni e mutande per coprire nudità naturalmente esibite, forse per evitare che Dio si accorgesse di avere creato sederi esagerati o seni avvizziti.
Come insegnare a leggere e scrivere a persone che non leggeranno mai più dopo la scuola ma che, non avendo programmi scolastici concreti ma ideati e voluti da noi, finiranno per disdegnare il villaggio e correranno anch’essi nella metropoli tra delinquenza e prostituzione (che poi, ipocritamente, noi sosterremo essere “costretta” con l’immigrazione quando si tratta dell’unico lavoro esercitato con la clientela dei turisti, uomini o donne).
Così ci saremo salvati l’anima grazie ai nostri aiuti dettati da una mistura di incomprensione, compiacenza verso amici e compiacimento verso noi senza sapere che abbiamo contribuito a soffocare biodiversità, ad indurre esigenze aliene, a proporre modelli estranei, ad accettare il ricatto «Convertiti e avrai».


Gli “occhi neri” che Tible ci propone sono “la via del sogno” del titolo: un sogno che è quello di potersi finalmente costruire un mondo proprio, non un mondo come lo vogliono gli altri.
Gli occhi degli Africani sognano quel mondo, che può solo essere fatto a modo loro e che certamente non è quello con i confini che hanno dovuto ereditare, non è quello della produttività frenetica, non è quello della democrazia o della mistura multietnica, non è quindi nulla di tutto ciò in cui noi leggiamo “le magnifiche sorti e progressive” dell’umanità.
L’Africa crede ancora nei capi assoluti e carismatici, crede nei clan familiari e tribali, crede nel diritto alla prevaricazione dell’autorità, crede nella perpetua contesa tra sedentari e nomadi, crede nella onnipresenza degli spiriti e degli antenati, crede nelle ritualità animistiche e nelle mutilazioni genitali, nella decorazione del corpo e nella potenza della magia.
Per noi tutto ciò è barbarie, inadeguatezza, arretratezza, passatismo: e così impediamo il “lasciar fare” che, forse, sarebbe il solo modo perché ognuno possa scegliere la propria strada, quella “via del sogno” che i personaggi di Tible suggeriscono con le loro posture, la loro localizzazione, il loro abbigliamento, il loro ambiente.
Là, ogni volta, tutte le volte, si assiste al penoso atteggiamento misto di comprensione e di melassa buonista che il nostro passaggio scandisce: la caramella, la biro, la maglietta, qualche spicciolo, il sorriso stereotipo nella foto con la mamma ed il figlio, la carezza ai bambini. E sempre, la parola: “poverini.
Che è la reazione stupita, immediata, istintiva di chi li vorrebbe simili a sé, con tutti i nostri travagli e insicurezze e frenesie, e – insieme – li teorizza migliori di noi per una decadente sindrome di Rousseu.

Ed evita così di indagare sulle sanguinose conflittualità, sulle feroci esplosioni di violenza, sul permanente cannibalismo che sta riproponendo la negazione dell’umanità dei pigmei, sulla prevaricazione tribale che prosegue nell’emarginare i diversi come i boscimani, sulla incredibile potenzialità distruttrice dei genocidi che da Chaka a Mobutu, da Mugabe ad Amin, da Bokassa a Menghistu hanno costruito percorsi di assassinio e spietatezza. Un itinerario che prosegue oggi in Sierra Leone, in Congo, in Sudan, in Zimbabwe, ammalato, di volta in volta, di uso del mercenariato, di furbo sfruttamento di rivalità occidentali, di miserabile razzismo anti – bianco travestito da rivalsa anti – schiavista, tutto ciò che fa parte di un variopinto zoo politico al quale ci sforziamo di offrire alibi, giustificazioni e motivazioni quando è solo il naturale modo di essere della concezione del potere africano. Quindi nulla di nostro è applicabile, nel bene e nel male.
E ci costa tanto, anzi troppo, arrivare a poter ammettere che occorrerebbe astenersi, ritirarsi non per consentire l’isolazionismo del continente ma per lasciarlo scegliersi modi e strade per trovare la propria via, quella del suo sogno.
Cioè dovremmo ammettere il nostro fallimento e la nostra incompatibilità: ma ciò ferirebbe troppo il nostro orgoglio, la nostra presunzione, l’incoercibile fideismo della nostra evoluzione economica, politica e, soprattutto forse, religiosa.

Senza possedere ricette, mi accorgo di averne proposta una anch’io, quando invece occorrerebbe ritornare alle immagini del libro.
Che lasciano libero ognuno, come dev’essere, di interpretare a modo proprio, per ciascuno quello che l’obiettivo ha colto: ambiente e uomini, nella loro irripetibilità.
E ne emerge la vicenda millenaria dell’individuo: uguale solo a se stesso, protagonista del proprio percorso terreno, memore dei propri ricordi e pensieri ed emozioni che si affacciano nello specchio degli occhi, curiosi, attenti, indifferenti, apatici, provocatori, spenti, aggressivi, sempre diversi come lo siamo tutti perché ogni uomo è un’isola.
Mario Tible ha proposto il mosaico: a noi trovare la nostra tessera.
Gianni Vercellotti