Tra i Pigmei del Camerun
dott. Daniela Rossi

Ore 20.00 il pilota atterra sapientemente, nessun sobbalzo o frenata da rizzare i capelli. Per me, terrorizzata dall’aereo, è un gran bell’inizio! Primo impatto con l’AFRICA? Un odore intenso, di spezie, di terra, somiglia alla liquirizia ma non lo è. Tutti i sensi sono all’erta, mi aspetto da un momento all’altro una ventata di aria calda e soffocante. Non arriva, fa caldo ma non troppo, anche questo è un buon segno. Dopo poco l’incontro con Mischyia, la missionaria laica che ci accoglie e ci accompagna in questa spedizione. La sua fisiognomia rivela immediatamente un carattere forte e volitivo, un concentrato di laboriosa energia.

Lasciamo l’aeroporto e comincia l’avventura sotto i migliori auspici, in compagnia di una donna simpatica, che ride volentieri, capace di metterti immediatamente a tuo agio dosando sapientemente espressioni colorite nel fiume di insegnamenti che ti trasmette costantemente. Perché tutti quando immaginiamo una missionaria vediamo una suora…... discreta e taciturna?  Mischyia non lo è, anzi è assai rumorosa!

La capitale al buio non sembra tanto africana, ma solo buio! Alla luce del giorno il traffico è intenso, molto disordinato,i clacson si sprecano. Sono prevalentemente taxi gialli giapponesi e ammaccati che si snodano su strade asfaltate tra ali di gente coloratissima che si sposta a piedi apparentemente senza meta precisa.

Bellissimo il colpo d’occhio dei mercati di frutta e verdura, i colori sono intensi: il giallo delle banane,il verde del plantano,il rosso dei pomodori e il marrone della manioca che si confonde con la terra dove le merci sono esposte e che rende tutto così polveroso. A Mischyia non sfugge la mia preoccupazione e subito mi informa che prima di partire andremo a fare la spesa a “STORE”, il supermercato dei bianchi dove posso trovare ‘TUTTO’. Lo scopo è soprattutto approvvigionarci di acqua che nella capitale non è potabile e fuori città talvolta neanche c’è…….. Appena entrata una boccata di ossigeno: acqua minerale,pasta,riso,marmellata. L’assortimento è modesto ma le confezioni colorate che ammiccano dagli scaffali mi fanno sentire a casa. Ancora non sapevo che da lì a poco avrei accusato il consumismo, entrato con prepotenza, di molti mali che affliggono il Camerun.

Ma la nostra destinazione non è la capitale e quindi il viaggio riprende verso la seconda tappa: Djioum, passando per Sangmelima dove la missionaria principalmente risiede e lavora.

Lasciata Yaoundè, spariscono il traffico e i pochi cartelloni pubblicitari, le case in muratura, e anche le giacche rare e fuori taglia indossate dagli uomini della capitale.  Mi assale il verde della ‘bruce’, la foresta, ma non la chiamano ‘foret’ perché ormai è una foresta secondaria, gli alberi secolari sono stati abbattuti e venduti per farne legname. Resta il fatto che quel verde ti impressiona la retina in modo permanente, ti riempie gli occhi. La strada scorre seguendo la morfologia del terreno, salite e discese si avvicendano, non esistono cavalcavia e i ponti servono solo per superare un corso d’acqua. Mi  rilasso (ma non troppo, guidano come matti!) guardando dal finestrino i piccoli villaggi che ogni tanto si affacciano sulla strada. Le case hanno tetto in lamiera e sotto c’è uno scheletro in legno costruito dagli uomini,con assi verticali distanziati di circa 30 cm e assi orizzontali che incrociano i primi ogni 10-15 cm; gli spazi che si ricavano sembrano piccole celle rettangolari che le donne riempiono di ‘pot-pot’ cioè di fango che poi asciuga e forma uno pseudo-mattone. Ogni villaggio è costituito da poche case ma sempre sono presenti una chiesa e una scuola. Mischyia mi conferma che il grado di scolarizzazione è molto alto, l’80% dei bambini va a scuola, bene, non so perché ma ogni segno di civiltà mi rincuora.

Ai  lati della strada le donne camminano altere con carichi sulla testa, trasportano ampi catini pieni di frutta, taniche per l’acqua che sfidano la gravità e bambini legati sulla schiena con la stessa stoffa dell’abito.

L’ autista si ferma, c’è un piccolo drappello di persone in mezzo alla strada che si fa numeroso al nostro arrivo. È il pedaggio dell’autostrada. C’è una donna che incassa 500 Cfa (1 € circa) e molti bambini che vendono pezzi di ananas o canna da zucchero, diligentemente sbucciati e confezionati in sacchetti di plastica e anche una specialità che la prima volta mi è sfuggita: spiedini di grosse larve proposti tra foglie di banano già cucinati e pronti per la degustazione!

Dopo più di 3 ore di viaggio sul piccolo fuoristrada di Mischyia arriviamo a Sangmelima. La  sua villetta è carina e accogliente, rivela la sua anima bianca profondamente influenzata da 15 anni di vita in Camerun. Zanzariere alle finestre e intorno al letto, tendine bellissime realizzate con i tessuti africani e un pappagallo che mi saluta mangiando un BACIO PERUGINA.

Anche qui, l’acqua è corrente anche se non potabile, ci sono doccia e w.c. funzionanti,mobili in legno locale finemente intarsiati, diverse persone che lavorano per lei, 2 cani e qualche oca. Il tutto molto ‘LA MIA AFRICA’ ………..

A tavola, davanti a un tripudio di frutta fresca dolcissima e succosa penso che non è poi così dura l’avventura! Basta non pensare alle condizioni igieniche del mercato da dove proviene il rancio e sperare nell’azione disinfettante dell’amuchina.

Si riparte a bordo di un Pick-up, suona un campanello di allarme ma non faccio domande. La strada asfaltata si trasforma in pista, una lingua di terra rossa che squarcia la foresta e crea un colpo d’occhio impressionante. Si solleva un polverone che ci fa tossire, le palpebre diventano carta a vetro e scatta il primo piano di emergenza: cerco le mascherine monouso che ho portato ma non le trovo e ripiego su un fazzoletto come i banditi di una volta. Mentre  mi imbavaglio penso alle mie valigie preparate con tanta cura, farcite come quelle di Eta Beta e allo zaino avuto in prestito completamente ricoperto di terra rossa.

Il viaggio prosegue e capisco che mi sto avvicinando per gradi all’ ‘arido vero’ che mi aspetta. I villaggi sono meno frequenti e hanno un aspetto sempre più primitivo mano a mano che ci inoltriamo nella foresta. Lo scheletro di legno delle case non è costituito da assi ma da rami utilizzati tal quali e spesso il risultato è una costruzione minacciosamente inclinata su un lato. I panni lavati non sono stesi sui cespugli ma sulla terra ed è un mistero che poi appaiano così bianchi, forse per contrasto con la loro pelle così scura. Manca anche un particolare che avevo rimosso: vedo poche antenne paraboliche. Non è una battuta. Nei villaggi più grandi le case non hanno l’acqua corrente, manca il bagno,il pavimento è la terra, si cucina sulla brace,ma hanno la parabola. Naturalmente la televisione ha portato immagini e informazioni che hanno stravolto il loro tradizionale modo di vivere. Ha fatto nascere nuove esigenze, esplose violentemente senza passare per gli stadi evolutivi intermedi. Non ambiscono ad avere l’acqua che garantirebbe quanto meno un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, ma la tv o il lettore dvd.

Mi strappa a queste riflessioni, forse troppo semplicistiche un singolare posto di blocco: uomini in divisa verde, armati e sul fondo stradale un asse di legno con tanti chiodi rivolti verso l’alto per scoraggiare ogni tipo di fuga. Mi fa sorridere il potere deterrente dei chiodi, ma a ben pensare in 2 ore di viaggio non ho visto, non dico un Autogrill, ma neanche un distributore o un meccanico!! Ci chiedono i documenti,mostriamo le fotocopie per ragioni di sicurezza, comincia un alterco tra la missionaria e i soldati, Mischyia urla, altri soldati si avvicinano, il Prof si agita, vuole mostrare i passaporti originali, ma le istruzioni sono chiare: RESISTERE, stanno solo cercando di ottenere denaro. Finalmente ci lasciano ripartire, scopro il mio battito cardiaco accelerato. Mischyia ci spiega che è in corso una campagna contro la corruzione ma che qualcuno ci prova sempre…….

Dopo qualche sosta per sgranchire le gambe finalmente arriviamo a Djioum.

Abbracci e baci con Tatiana,la mia dottoranda camerunese, e Paola, la biologa di Pavia, che erano già sul posto da circa 2 settimane. L’edificio è in muratura (o.k., questo mi piace), esternamente tutto protetto da inferriate (perché mai?); so che è un ex convento….me lo aspettavo diverso…. ancora una volta ho applicato gli standard europei, immaginavo un cortile interno con pozzo, un porticato sotto il quale ascoltare i lontani echi del fruscio di rosari e lunghe vesti monacali e un austero refettorio dove noi avremmo portato un po’ di allegria. Niente. Sembra piuttosto la brutta copia della colonia montana dove andavo da bambina. Fotografo tutto velocemente mentre mi raggiunge Paola che vuole sfogarsi: 2 settimane con persone estranee con le quali comunicava a gesti, che bevono l’acqua dove noi non sciacqueremmo neanche i piedi, lottando con le punture di insetti …l’hanno provata! Devo riprendermi dallo shock, devo reagire: in fondo, mi fa notare Tatiana, in terra c’è il cemento, il water funziona, basta buttare un secchio di acqua, ho una splendida zanzariera verde pisello, cosa voglio di più?? Presto scopro gli altri confort: ci sono 2 docce, in una esce l’acqua che raccogliamo per il w.c. e nell’altra funziona lo scarico, quindi ci possiamo arrangiare!

Prendo possesso della mia stanza ed è ora di fare una doccia. Lascio che si muovano le esperte e osservo per carpire i segreti: l’acqua arriva portata dal pozzo dalla nipote del parroco, viene travasata in pentole e messa a bollire e poi nuovamente trasferita in secchi per lavarsi. È il momento di offrire alla comunità la mia doccia da campeggio: una sacca di plastica collegata a un  tubo che termina con un diffusore con piccoli fori, un confort inaspettato, funziona benissimo. La procedura è lunga, siamo in 6 e si fa ora di cena. Una bella pastasciutta ci riconcilia con il mondo e ci torna in mente un famoso tormentone pubblicitario sul quale si ride e si scherza. Non vado per scelta a vedere come lavano i piatti e chiedo a Tatiana di mostrarmi i primi frutti della sua raccolta di piante in foresta. Mi ha preso alla lettera: si è fatta costruire i setacci per fare essiccare le cortecce e ogni specie è contrassegnata dal suo cartellino che riporta il nome in lingua Baka (dei pigmei), e in Bantù (dei neri grandi). Buon lavoro, brava! Mi illustra tutto, mi racconta le sue disavventure e annuncia che per il giorno dopo mi ha organizzato un incontro in un villaggio Baka per iniziare le mie interviste. Conoscerò uno sciamano e potrò chiedergli cosa è la malattia, come la cura, quali piante raccoglie, come le tratta e come le somministra…. E ancora chiederò come sono i loro canoni di bellezza, come curano il loro aspetto, quali sono i loro cosmetici, come li preparano…… calma.

Campo base Djioum. Un ex convento con letti,zanzariere, w.c., corrente elettrica e un pozzo vicino. C’è anche un frigo che sembra un camion per il rumore che fa. Ogni giorno facciamo escursioni nei villaggi pigmei nei dintorni ed ognuno svolge la propria attività: Paola fa i prelievi di sangue,Tatiana raccoglie le piante che  i pigmei utilizzano per curarsi, io intervisto i vecchi e i guaritori, il Prof. Caccialanza filma e sfinisce tutti cercando una pista da seguire per trovare i gorilla!Sugli essiccatoi, realizzati in loco, abbiamo un ricco bottino di cortecce,foglie,semi e anche una misteriosa radice regalata espressamente al Prof. Al nostro rientro potremo analizzare i principi attivi di ciascuna specie secondo i protocolli occidentali e valutare se hanno l’attività vantata. I giorni passano, facciamo incontri interessanti, ma io sto cercando qualcosa di più emozionante e primitivo e finalmente l’occasione arriva.

Si parte per Zoulabot,un avamposto nella foresta, con un prete che ha studiato in Italia e che ci ospiterà. Don Pierre. Nero e pasciuto,ti travolge con la sua grande carica di umanità e di simpatia prima ancora che parli……perché ride, e ride, e ridi anche tu, di gusto, e non sai neanche perché!Ancora un lungo viaggio e il verde della ‘bruce’, la foresta, mi assale,mi impressiona la retina in modo permanente, mi riempie gli occhi. La strada scorre seguendo la morfologia del terreno, salite e discese si avvicendano, non esistono cavalcavia e i ponti servono solo per superare un corso d’acqua. Lungo la pista si affacciano numerose ‘moungoulu’, le tipiche abitazioni dei pigmei, piccole capanne tondeggianti coperte di foglie di banano sapientemente posate. Finalmente arriviamo nel piccolo villaggio di Zoulabot e scopro che il pozzo è fuori uso, il gruppo elettrogeno non funge e non ci sono zanzariere sui letti. Cinque minuti di maledizioni e Don Pierre mi assicura che il rito è bastato a tenere lontane le zanzare……!Il mio malumore si stempera ammirando il paesaggio circostante,incontaminato,la migliore imitazione del paradiso. In un attimo si fa buio e ceniamo al chiarore di una lampada a petrolio con addosso l’euforia infusa dalla notizia appena arrivata: dopo cena ci è concesso di presenziare al rito di guarigione che lo sciamano del posto celebrerà nel suo accampamento. Fantastico!Finalmente siamo seduti intorno al fuoco. Il cielo è coperto dalle nubi,neanche il contributo di una stella a quel buio pesto. Dal nero denso e protettivo che ci circonda emergono musica e canti dolcissimi e al tempo stesso allegri. Lo sciamano danza intorno al fuoco, avrà mille anni,si muove lento ma con sapienza. Nel fuoco legge la malattia della donna che è sdraiata poco lontano da noi. I suoi collaboratori allungano allo sciamano gli attrezzi del mestiere:la pelliccia di gatto selvatico che gli serve per interpretare il futuro attraverso le macchie del vello,una grossa foglia ben confezionata che contiene erbe e abbondante vino di palma. L’atmosfera che si è creata ci avvolge, mi sono dimenticata di zanzare e insetti che al buio non posso vedere! La musica cambia ritmo quasi a sottolineare un momento clou: viene posto un macete ad arroventare sul fuoco,quando la lama è incandescente il guaritore ci appoggia il piede nudo e con lo stesso tocca la parte malata della sua paziente. La pratica si ripete più volte. Il fuoco viene costantemente alimentato,le ore passano e alla fine decidiamo a malincuore di rientrare. In lontananza i canti proseguiranno per tutta la notte e davanti a noi, sotto i nostri piedi si apre un cielo stellato: la suggestione del rito pigmeo è stata forte…ma no… il mondo non si è capovolto … sono solo piccole lumachine fluorescenti.
Nella sezione Immagini, potete vedere 26 splendide fotografie dell'esperienza del Prof. Caccialanza