Report da Kabul
di Edoardo Malagigi
Workshop
Mercoledì 28,7,2004 ore
11,00. Arrivo all’aeroporto di Kabul, il più povero che si possa
immaginare, con un volo da Dubai su un aereo ex aeroflot URSS che ora
si chiama “Ariana Afgana”. Campeggiano sul fronte interno dell’edificio
due grandi immagini, una di Masud e l’altra di Karzai. E’ con me
Lucilla Pippolini che lavora fra l’Italia e New York; Sislej Xhafa e
Roya Ghiasy ci sono venuti a prendere. Andiamo subito alla Guest House,
nel quartiere di Shahre now, Rahim Mohammad che ne è il gestore
la mette gratuitamente a nostra disposizione. Vi sono tutti i comfort,
compreso autista e guardie, siamo vicini all’ospedale di Emergency.
Belle stanze spaziose e ovunque tappeti bellissimi tradizionali e anche
con disegni contemporanei, Rahim ne fa commercio e ne distribuisce nel
mondo anche attraverso negozi. Pranziamo in un ristorante e intanto
vengo invitato a mettermi i pantaloni lunghi (tutti miei pantaloni
corti che ho portato qui sono inservibili), in effetti qui nessuno ha
le gambe scoperte, dovrò comprarmi dei vestiti locali. Nel
pomeriggio andiamo subito negli spazi dove Roya organizza il workshop,
ci sta aspettando Rahraw Omarzad il professore della Facoltà di
Belle Arti di Kabul e gli studenti, in un’edificio decoroso dove si
fanno corsi alternativi di Arte per tutti. Vediamo una performances di
un giovane che in guerra ha perso un braccio, una lettura che lavora
sulla corrente elettrica che è erogata in modo alterno e
improvviso, commentiamo alcuni disegni e idee degli studenti insieme a
Sislej. Con Roya e Omarzad parliamo del futuro progetto da realizzarsi
a Kabul con l’aiuto del ministero della cultura (che sembra
incontrerò nei prossimi giorni), una discussione serena e
importante che vede al centro il bisogno di promuovere i giovani
artisti afgani e il rinnovamento delle strutture formative. Il grande
interrogativo è il modo di porsi al mondo occidentale per
individuare pertner e interessi condivisibili. Poi un aperitivo e cena
da Zolaykha Sherzad e Frederic Levrat, i promotori della “School of
Hope” con molti amici, compresi David Mason e Berit Muhlhausen i due
danesi che guidano un gruppo di operatori che educa i bambini
attraverso il gioco. Fredric, architetto svizzero e professore alla
Columbia University, sta operando alla realizzazzione di alcuni
ospedali e progettando il viale che porta dal centro della città
all’aeroporto. Posso ricevere un quadro più chiaro della
realtà di vita a Kabul.
Foundation for
Civil and Culture Society
Giovedì 29.7.2004. Con
l’autista raggiungiamo Chrrahe-Sedarat dove vi è la sede
centrale della Foundation for Civil and Culture Society, dove si
organizzano varie attività alternative, oggi momento di raccolta
e vendita di prodotti artigianali realizzati da sole donne, vi è
una biblioteca con testi di arte contemporanea aggiornatissimi, uno
spazio ristoro, un grande cortile alberato. Attraverseremo un pezzo di
città che è un brulicare di ragazzi fra fogne a cielo
aperto e strade sconnesse, un gran movimento di automobili e persone di
tutte le età in modo straordinariamente disordinato. I burka che
indossano le donne sono genericamente azzurri, pochi bianchi, rarissimi
quelli arancio; quelli indossati dalle donne che mendicano hanno una
sovrabbondanza di toppe e ricuciture. Kalasnikov ovunque, fanno parte
del paesaggio, un gran vociare con mendicanti di tutte le età,
ma non donne con maschere di metallo che invece ho visto in aeroporto.
Il piccolo deposito di immondizia davanti al parco dopo la visita delle
pecore e dei mendicanti si svuota, il passaggio del camion è
quasi inutile, qui davvero i rifiuti non esistono. Il centro che
visitiamo è un complesso semplice ma attraente, l’esposizione di
prodotti arigianali è dignitosa, le donne gentili e con velo
offrono cose umili ma sincere, compro una bambola con burka e un quadro
di tessuto che rappresenta un talebano in procinto di frustare due
donne, anche loro con burka. Il quadro è fatto da una signora
molto timida, un’altra ragazza giovanissima e altissima con occhi
azzurri vende decori matrimoniali, altre offrono candele profumate con
petali. Il resto della giornata è inesistente, siamo rimasti
blolccati per un’ora, saltati tutti gli impegni; il centro della
città è rimasto fuori uso per diverso tempo, sembra che
Karzai abbia avuto una riunione. Poi sapremo che la polizia ha trovato
due motociclette piene di tritolo e l’atmosfera anche per noi si
è fatta pesante con le notizie successive. Karzai non avrebbe
riconfermato nel prossimo governo il ministro della difesa ma sarebbe
di suo gradimento sostituirlo con il fratello di Massud, ora tutti
temono che questo ministro (capo di una tribù del nord) non
accetti e che fomenti attentati. Qui Karzai non è amato ed
è considerato un fantoccio degli USA. Fonti ONU ci dicono che la
situazione potrebbe essere grave, intanto con un po’ di fatica siamo
riusciti a confermare il volo di rientro a Dubai. Su alcuni muri delle
case immagini fumettate cartacee invitano a tenere comportamenti
civili; sui rifiuti, sulla salute e altre apparenti banalità;
sono campagne pubblicitarie pubbliche adatte ad un paese che ha
difficoltà anche a leggere. Nel pomeriggio un vento secco e
caldo ha avvolto ogni cosa, una nebbia di polvere che si infiltra
ovunque, le montagne intorno invisibili. Camminando a piedi per strada
sia Roya che Zolaykha sono state insultate perché riconosciute
afgane e spose di stranieri (che per i passanti saremmo io e Sislej,
coloro che le accompagnano) La sera abbiamo cenato da alcuni amici,
rientriamo alle 22,30, le strade sono già buie e silenziose.
Venerdì 30,7,2004. Giorno
festivo, alle 11,00 veniamo prelevati da Fred, andiamo da Raihm, nel
suo casolare in campagna per un lunch, dove ci sono tanti amici europei
che operano in progetti di aiuto all’Afganistan, comprerso Zalmai, il
fotografo autore del bellissimo libro di foto “Return, Afghanistan”.
Siamo tutti sotto un grande gazebo, tappeti ovunque, cocomeri,
insalate, pomodori con uno straordinario profumo di pomodori, agnello
cucinato con spinaci, peperoni, spiedini, yogurt freschissimo e un te
al latte munto all’istante. Tanti afgani intorno a noi, sono il
personale di servizio, vestiti all’afgana diversamente da ogniuno di
noi, pronti per ogni nostro desiderio. Rahim dovrebbe essere chiamato
REhim, ha un comportamento regale con i suoi sudditi con cui sorride
sempre, dispensa sorrisi e buonumore ovunque. La lingua è
l’inglese che a me non permette ancora di comprendere bene, ma con
Sislej, Roya e un’altra amica afgana (che ha vissuto a milano da
piccola) entro bene nei temi trattati. Un vecchio operaio fabbrica i
mattoni con lo stampo e l’argilla, tutti i muri qui intorno sono
costruiti con argilla, le montagne brulle intorno (mi dicono
perché vendute per farne esperimenti nucleari, da allora non
è più piovuto, e un tempo le montagne erano alberate)
conrastano con il verde di questo giardino e acqua, tanta acqua. Sembra
che siano scesi a 150 metri per trovare l’acqua. Quando usciamo, di
nuovo polvere e bambini in bianco e nero (anzi ocra e ocra scuro) la
terra distribuita ovunque sui loro corpi e sulle case, anche i bambini
piccoli sulla strada polverosa indossano i bragoni. Dicono che non
è piovuto abbondantemente da sei anni. Passiamo dalla ex
residenza del Re e dalla strada delle ambasciate, tutto distrutto e
bombardato, raso al suolo, un traffico caotico come non ho mai visto
prima, è venerdì ma per loro è un giorno festivo
come la nostra domenica, si vedono aree di città e paesi su per
le montagne dello stesso colore, tutto di terra. La sera facciamo
shopping per Lucilla e per me e rientriamo nei nostri alloggi, la Guest
House che ci ha messo a disposizione Rahim è davvero
confortevole. Abbiamo scoperto che in Afganistan uomini e donne non
portano le mutande, non esiste l’oggetto e nemmeno il nome.
Programma Centro
per l’Arte Contemporanea (CCAA)
Workshop
Sabato 31,7,2004. Alle 06,30 faccio
una corsa con le gambe scoperte, almeno 5 kilometri ma intorno al
cortile interno della Guest Haus, i giovani servi afgani sorridono, ai
loro occhi sembrerò un asino che gira, ma io ogni tanto inverto
la marcia. Dopo ho fatto una stupenda colazione sdraiato sul tappeto,
che mi è sembrata ancora più piacevole perché
questa mattina ho potuto indossare i bragoni e il camicione e quando il
corpo si muove dentro questi indumenti essi producono una specie di
autoventilazione interna. E’ insieme a noi Majid un Afgano alto due
metri, con grandi occhi ridenti che lavora fra New York e Kabul. I
nostri amici dell’ONU ci dicono che il pericolo in città
è passato e tutto torna come prima. A metà giornata
lavoro con Roya, Sislej e Omarzad alla definizione del programma del
Centro per l’Arte Contemporane dell’Aganistan (CCAA). Una prima stesura
scritta che sarà poi condivisa da altri soggetti interessati a
Kabul e che potranno esprimersi entro i prossimi due giorni. Non
è stato facile per la necessaria doppia traduzione,
italiano-inglese-farsi e ritorno, ma sui contenuti c’è una buona
condivisione. Poi andiamo al Corso dove si tiene il workshop, vediamo i
progetti di Fred insieme agli studenti, una bellissima lezione anche
dal punto di vista delle tecniche di presentazione dei progetti, si
parla di musei, durante una discussione aperta ho proposto per Kabul un
museo del burka, Sislej è d’accordo, alcuni sorridono, Roya
proporrebbe un Museo del tessuto, che integri tutte le burca e gli
shador del mondo, un Museo della Sharia. I giovani artisti sono
attentissimi, seguono la discussione con gli occhi sgranati, poi
desiderano salutare tante volte, qui ci si saluta continuamente; solo
rigorosamente fra maschi in uno straordinario glossario di modi di
salutarsi e toccarsi con le mani. Alle 18,00 ci spostiamo alla
Foundation for Civil and Culture per partecipare ad una esibizione di
balli afgani, cento uomimi e quattro donne gli spettatori, quasi tutti
sono vestiti incredibilmente alla occidentale, un quartetto di barbuti
con tamburi e armoniche è al centro di un cortile e gli
spettatori seduti intorno. La musica ricorda i balli sardi e le
tarantolate salentine. Il 90% è visibilmente gay, è stato
un martirio dei sensi, femminielli che ballano ammiccando dentro
bragoni e camicioni, un incontro musicale virile che in un paese
represso diventa il suo opposto. La sera ho gia’ la diarrea, passo una
notte d’inferno.
Domenica 1,8,2004. Tento una
colazione con limone e te, senza visibile successo, dopo qualche ora
una dissenteria mi massacra. Un afgano mi cura con un impacco, fatto di
un impasto di te verde fresco, posto sulla fronte poi calzini bagnati
di aceto e l’assunzione via orale di un pugno di te verde secco per
fermare i liquidi. Starò sdraiato tutto il giorno. Nel
pomeriggio Omarzad, Sislej, Roya e Lucilla danno la stesura definitiva
al programma da dare al Ministro, li ho invitati ad inserire
inizialmente gli obiettivi: conoscenza, didattica, ricerca, linguaggi,
democrazia, tecnologia, parità senza trascurare nelle
attività di ricerca il design, il riciclaggio, l’architettura e
la promozione delle manualità tradizionali che, come ci dice
Omarzad, gli afgani ritengono fondamentali. Credo che i politici,
ovunque, leggendo poco abbiano bisogno di sintesi. Roya e Omarzad (che
sono afgani) potrebbero dare una “struttura farsi” al progetto per far
si che il ministro lo senta suo e lo possa usare per trovare risorse e
alleati. Sembrano ad Omarzad, ma anche a tutti noi, ormai lontanissimi
i modi, le forme e gli espedienti di Boetti, Clemente o altri artisti
occidentali che negli anni 70 hanno frequentato l’Afganistan.
Lunedì 2,8,2004. Sembra che
Maometto abbia deciso di assistermi, sto un po’ meglio anche dopo una
notte movimentata. A metà giornata posso tornare ad usare il
computer, l’afgano del te verde aveva ragione: la bandana e i calzini
hanno avuto la loro funzione sfiammatoria, e anche aver ingerito il te
secco mi ha fatto bene. Omarzad mi ha mandato 50 banane, dice che fanno
benissimo per la dissenteria. Mi dicono che l’anziano che mi ha curato,
che a me sembra un settantenne ha 35 anni ed è uno di quell’86%
di analfabeti di questo paese. Qui l’età media è 46 anni,
il50% ha meno di 18 anni e il 70%meno di 25, è il posto con la
popolazione più giovane al mondo e soltanto il 14% sa leggere e
scrivere, il 60% della città non riceve corrente elettrica e
acqua, nel 1970 l’analfabetismo era al 50%. La moglie del mio barbuto
afgano, tutta nera e coperta anche quando fa i lavori domestici, ha tre
figli e sa leggere e scrivere. La sera a cena si è sentito un
sibilo e un forte boato, una bomba è scoppiata non lontano da
noi, dicono che nella notte spesso è consuetudine sentirne;
degli afgani di alcune tribù cercano di centrare qualche
ministero, ma soltanto la notte mai di giorno. Mi sto abituando a
Kabul. Ho comprato una guida della città degli anni 70, quella
città non esiste più, quello che oggi non ha fatto la
guerra nella distruzione degli edifici all’esterno ci hanno pensato
dopo i talebani all’interno. Una notizia serale che i nostri amici
italiani dell’ONU giudicano preoccupante: Gino Strada ha dichiarato che
è pronto a lasciare Kabul se le autorità governative
locali continuano a non collaborare con Emergency.
Lecture alla
Facoltà di Belle Arti Ministro della Cultura
Martedì, 3,8,2004 Per andare
all’Università l’autista fa una deviazione verso un quartiere ai
piedi della montagna dove le casette sono arrampicate sulla terra e
roccia. Situazione di povertà massima associata all’uso di ogni
tecnologia, qui il riciclaggio è vita, l’arte del trasformare e
cambiare d’uso le cose è alla massima potenza, ferri, gomme,
plastiche, legni, ogni cosa diventa qualcos’altro. Vi sono tanti
lattonieri con vendite di bellissimi utensili in lamiera zincata,
contenitori di ogni grandezza; interi spazi che vendono soltanto
flaconi di plastica recuperati insieme alla tipica fiaschetta per
l’acqua di produzione afgana. Vengono costruiti con la tecnica della
saldatura lavelli che recuperano in basso l’acqua. Ogni spazio è
un negozio, e si negozia su tutto, percorsi divelti e polverosi, dove
il nostro land rover strombazza per farsi strada. Si arriva in un
campus superprotetto dai Kalasnikof con mezzora di ritardo, la
Facoltà di Belle Arti è una bella palazzina, ha i lavori
di manutenzione all’interno, calce e polvere ovunque, dei volontari
tedeschi stando montando attrezzature nell’auditorium-teatro. Omarzad
ha organizzato la presenza di molti studenti per la lezione, incontro
anche il direttore dell’Accademia Sayed Farooq Faryad, mi dice di
essere disponibile a qualsiasi tipo di collaborazione con Firenze.
Apprendo che gli studenti entrano all’università per concorso e
poi, come per i militari italiani di cinquanta anni fa, gli viene
attribuito una sede e una facoltà, nessuno si
specializzerà su quello che sente di voler fare, si potrebbe
facilmente dire che nessuno amerà poi il proprio lavoro, mi
dicono che stanno lottando per combattere l’idea che si diventi artisti
per volontà amministrativa. Il pensiero comune di tutti gli
studenti qui è che gli insegnanti siano dei saggi, non certo
competenti e umani erogatori di un servizio, Omarzad mi dice che si
soffre ancora di cultura tribal-sovietica. Visitiamo la biblioteca,
fornitissima di testi di Arte Contemporanea donati dal Goethe
Institute, alcune aule molto spaziose e con una straordinaria luce
naturale. Una sala mostre con dipinti semplici e banali di studenti e
una cosa insolita; delle bottiglie colorate, di queste mi si dice che
sono state realizzate dagli studenti su schemi disegnati dagli
insegnanti. La stanza per la lecture è pronta, tappeti e cuscini
a terra sulla destra per i maschi e sedie sulla sinistra per le
femmine, dieci le studentesse e venti gli studenti. Ci sarà
anche il direttore e altri adulti curiosi, ma il tempo disponibile si
è ridotto ad un’ora. Uso il mio portatile e un videoproiettore
che hanno affittato per l’occasione, il tema della globalizzazione e
della responsabilità individuale li uso come introduzione e il
video DVD del Palazzo Vecchio di Riso a seguire. Gli studenti dicono di
comprendere l’inglese ma poi spontaneamente uno di loro, come fosse un
capoclasse, traduce in farsi. Firenze Città Aperta, Leonardo
Ecologico, Design Infanzia, Città ragazzi di Cosenza, Romania e
Torino sono le esperienze che ho potuto illustrare. I minuti lasciati
per eventuali domande sono stati occupati inspiegabilmente dalle
studentesse, di cui Roya è diventata l’interfaccia ideale.
Quando ho illustrato la Città dei Ragazzi di Cosenza e i lavori
in Romania intercettavo lo sguardo sbigottito, complice e interessato
delle ragazze molto di più che dei ragazzi. La ricerca di una
qualità della vita negli spazi della didattica pubblica e
dell’educazione fanno sorridere le ragazze, ma è un sogno che
nessuno dei presenti contrasta. Alcuni studenti maschi hanno voluto poi
salutarmi personalmente mentre le femmine hanno rifiutato le consuete
foto di gruppo, Omarzad era visibilmente soddisfatto. Avrei voluto
stare di più con loro ma il nostro amico dell’ONU ci ha
informato per telefono di far presto a lasciare l’Università per
rischio kamicaze. Il suggerimento era di evitare alcune strade, al
nostro autista la soffiata ha semplicemento accarezzato i folti baffoni
e lo ha spinto intrepido nel traffico dei viali tranquillissimo a
zigzagare. Nel pomeriggio incontro col Ministro della Cultura e
Comunicazione, che ha sede in uno dei pochi palazzotti in cemento, un
super controllo iniziale e un altro ancora prima della porta blindata.
Si chiama Raheen-Sayed Makhdom, è molto cortese, elegante con un
impeccabile abito occidentale, in un ufficio pieno di immagini (con una
rara istantanea del Re Zahir con Kennedy) e scritte farsi in foggie
diverse. Omarzad e Roya espongono il progetto, io Lucilla e Sislej
ascoltiamo, lui dice che considera l’Arte Contemporanea un elemento
fondante per il nuovo Afghanistan, io aggiungo che la globalizzazione
imporrebbe alla politica scelte coraggiose fino a ieri impensate e che
l’arte a la cultura sono messe a dura prova ovunque, nei paesi con
patrimoni conservati come in Toscana o in quelli distrutti come adesso
in Afghanistan, il ministro annuisce continuamente e dice che conosce
Firenze. Il ministro ci raccomanda caldamente di non dimenticare, tra
le attività del Centro, la Calligrafia e la Miniatura
fondamentali per l’identita afgana, scrive di suo pugno alcune cose sui
fogli del progetto e li riconsegna a Omarzad. Salutiamo e veniamo
introdotti nella stanza di Rahnawaed-Zeryabil, noto scrittore afgano in
farsi e suo più importante collaboratore, mi colpisce la sua
intelligenza, ci scambiamo qualche battuta sull’eccessivo supermercato
della cultura a Firenze e sulla sofferenza per non everne qui, sulla
necessità di difendere un’identità ma contemporaneamente
anche di essere presenti sul mercato globale della cultura; è
entusiasta del progetto, si dice a nostra disposizione. E’ una persona
visibilmente curiosa e simpatica e vuole conoscere le nostre
motivazioni e cosa facciamo nella vita. All’uscita Omarzad e Roya danno
una valutazione molto positiva dell’incontro. Siamo poi andati tutti
insieme al Masted pool Khashtead il grande mercato popolare, ma la
nostra quantità di macchine da ripresa in funzione ed
un’eccessiva curiosità hanno fatto dire ad un vecchio con lunga
barba bianca “infedeli” e c’è stato un momento di leggera
tensione con qualche schiaffo sull’automobile. E’ difficile sapere
quando gli afgani si sentono presi in giro. Il mercato è un suc
di ogni cosa e ogni persona, non è escluso niente, due
poliziotti in divisa mano per mano, tanti ragazzi pieni di polvere che
vendono un oggetto singolo, un qualsiasi oggetto, pollame e stoffa.
Alcuni uomini invece di darsi la mano si danno il dito, esprimono modo
sociali diversi di darsi amicizia e affettività. Dei tavoli
espongono migliaia di pezzetti di plastica, che qualcuno
acquisterà per farci qualcosa, alcune donne con burka portano in
testa enormi fagotti. Ho un gran bisogno di capire come sarà
influenzato un uomo afgano dalla propria infanzia negata, perché
qui siamo circondati da infanzie negate; in un negozio di modernariato
ho incontrato un simpaticissimo e maturo ragazzino, 10 anni ma ho
capito dai suoi racconti che ha giocato molto. Ho trovato finalmente la
burka nera per l’installazione di venerdì, Sislej ha comprato
metri di stoffa a stelline per farne un quadro. Ovunque si trovano
fontane, si può notare di quante foggie sono i contenitori per
bere, spesso di lattine d’alluminio. Alle 19,00 Rahim inaugura in un
nuovo spazio una sua mostra di tappeti, siamo tutti in galleria, un
evento mondano a Kabul, lui e Roya presentano la qualità dei
pezzi in mostra, una performance cultural-mondana tipica in una
città occidentale. Roya chiarisce ai presenti che le simbologie
afgane non devono essere statiche ma dinamiche, modificarsi per dare
nuova vita al design del tappeto contemporaneo. Adesso si alternano
all’esterno del negozio, appiccicati sui vetri, decine di bambini:
guardano all’interno gli avventori che consumano zibibbo e noccioline,
aranciate e limonate e possono soltanto offrire a chi entra una
pulitura di ciabatte senza successo. Nessun mendicante adulto si
è mai avvicinato alle vetrine. Gli avventori dentro il negozio
sono quasi tutti occidentali, persone simpatiche, i ragazzi giovani che
espongono i tappeti sono invece indigeni e vestiti all’afgana, una
serata rilassante.
Pediatrico
Indira Gandhi Laboratori del Tappeto
Mercoledì 4,8,2004 La
mattina presto siamo nell’ospedale pediatrico centrale Indira Gandhi,
non possiamo fare foto, il direttore è giovane e simpatico, ci
accompagna una donna che conosce tutto e tutti, dispensa informazioni a
chiunque. E’ un brulicare di uomini in attesa e donne con burka con in
braccio bambini bianchissimi tenuti come fagotti da depositare da
qualche parte. Lei ci mostra i reparti con dovizia, Omarzad e Lucilla
(visibilmente scossa) traducono. I problemi in ospedale sono tanti,
tutto è invaso dalla polvere, i muratori con la calce fanno i
lavori nei corridoi, si spostano plafoniere, bambini allettati ovunque,
passano le carrette con detriti, ma tutto qiello che accade qui
è come una consuetudine, è nell’ordine delle cose.
Usciamo in silenzio e non ci diciamo niente, si può comprendere
perché Gino Strada ha sempre chiesto in modo ossessivo negli
ospedali di emergency la massima pulizia. Nel pomeriggio ci spostiamo
in una priferia densa di container riusati come laboratori per la
trasformazione di metalli vari, andiamo a visitare un magazzino di
Rahim dove dalla lana si fabbricano i tappeti. Un casolare in
ristrutturazione è al centro di un movimento di centinaia di
donne che ricevono a casa la lana delle pecore del nord per poi filarla
e restituirla matassata; in un laboratorio improvvisato donne con veli
multicolori e con tanta curiosità si fanno fotografare e
intervistare. Qui ce ne sono decine che filano, gli sono vicini i
bambini piccoli che ridono, usano filarini redy made, con tanta
manualità trasformano le balle sporche di lana, avvolte dalla
polvere, in matasse le quali vengono trasportate poi in un altro grande
laboratorio non distante. Lo visitiamo, quest’ultimo sito è una
vera fabbrica di tappeti, trenta o quaranta telai, decine e decine di
ragazzi (nessuna donna) realizzano i tappeti con una abilità
manuale impressionante, così veloci da non rendere visibile la
forma degli strumenti durante l’uso, ridono pieni di orgoglio ed
esigono foto. Realizzano oltre 50 tappeti al mese. I ragazzi seguono
schemi, che tengono sulle ginocchia, realizzati da un ufficio tecnico
posto in alto al primo piano che è fornito di computer e
personale contabile. Altri lavoaratori più anziani colorano nei
vasconi in acqua bollente le matasse, lo fanno come se facessero con
sacchetti di polline un gigantesco tè girato con lunghi pali di
legno. Alcuni ragazzi pregano in spazi apparentemente improvvisati, su
tappetini personali. Sotto una grande terrazza un grandissimo tappeto,
intorno altri ragazzi parlano in posizione accovacciata, tutti
sorridono e salutano, all’esterno dell’edificio le solite torrette o
capanni con guardie armate. Mi dicono che Rahim riesce a dare lavoro a
migliaia di persone qui ma anche a tanti rifugiati che sono ancora nel
Pakistan. Usciamo e con un taxi torniamo al centro della città,
è come se abitassimo per 15 munuti dentro una pecora, il
cruscotto è in tappeto di pecora, come i tappetini e la
tappezzeria, una micro-pecora di plastica sul cruscotto e tanta frutta
e fiori di plastica ovunque, ma non ci viene da ridere è tutto
simpaticamente coerente, anche il taxista somiglia ad un montone. Il
giardino della Guest Haus, che ci ospita, all’imbrunire è
bellissimo, avvolto in un’atmosfera rosata e azzurra, Fergus un grosso
cane è la compagnia degli ospiti, mi ha quasi adottato. Inoltre
ho ricevuto la visita di un aquilone, arrivato dall’alto è sceso
lentamente sul giardino come una nuvola, sicuramente volato a un
bambino. Mi è arrivato all’improvviso il più bel souvenir
dell’Afganistan. Una coppia di americani sono ripartiti quasi subito
dalla nostra guest house, hanno trovato che non aveva abbastanza armi
per proteggere gli ospiti.
Scuola bambini
di strada “Aschiana” in centro città
Scuola bambini della Women Center
Giovedì 5,8,2004 Abbiamo
visto la Aschiana, con Lucilla e Omrzad, un grande cortile con case
intorno, stanze luminose e molta allegria positiva. La Aschiana
è un’associazione non governativa che lavora con i bambini di
strada di tutte le età. Teatro, musica, disegno, calligrafia,
pittura, inglese, computer, farsi e manutenzione della casa; è
nel centro della città, vicino ad un viale e ad un grande
mercato. Un grande edificio dove accogliere durante il giorno centinaia
di bambini e ragazzi. Un’accogliente aula con tante bambine sorridenti
e curiose, un’insegnante donna, guardo i loro volti e ho voglia di
capire chi di loro ha avuto o ha l’infanzia più negata; qui il
lavoro minorile è una cultura. Le ragazze hanno vestiti e veli
di colori diversissimi, soltanto una si copre il volto quando faccio
una foto. Le pareti delle aule femminili sono azzurre-burka, con sopra
pannelli telati con lettere e scritte farsi. I vestiti degli studenti
maschi sono meno colorati, sembrano più sporchi, tutti eseguono
schemi che poi colorano meticolosamente; i banchi sono tagliuzzati,
smussati ma solidissimi. Ci sono in molte aule grandi pannelli con
bombe e mine sotto vetro. Fanno un’ottimo lavoro gli insegnanti,
nell’aula di disegno dal vero e calligrafia vi è una bella
atmosfera di libertà ma anche di dedizione al lavoro, le bambine
sono vestite col velo ma di tutti i colori, molte sorridono. Vi
è anche un laboratorio per riparare gli elettrodomestici con una
parete di fili e prese elettriche e studenti che lavorano con i fili di
rame. Il senso del dovere è dilagante, ma ai bambini scappano
dei sorrisi di complicità struggenti, c’è una guardia al
cancello ma non armata, bambine e bambini escono o entrano con motivata
autonomia. Col solito interepido autista e l’insostituibile Roya, nel
pomeriggio visitiamo a Jungalack ai piedi della montagna la sede della
Women Center, che gestisce una scuola per bambini di strada per 3.800
studenti. Ci accompagna la signora Sina, in questo centro si fanno
anche laboratori di scrittura, candele e ceramica (un insegnante uomo
fa realizzare a turno un piatto d’argilla al tornio ad ogni ragazza, le
mani modellano l’argilla con grande soddisfazione). Li vicino
c’è il complesso scolastico costituito da centianaia di aulette,
perimetrali ad un cortile con al centro una tenda dell’UNICEF, arredo
in metallo e legno di produzione afgana, solidissimo, in tubolare
quadrato, poche lavagne in legno verniciato, quando non c’è il
legno la verniciatura è sul muro. Gli arredi accatastati e
polverosi sono arrivati da poco ma fino ad oggi hanno i bambini stavano
seduti per terra. La scuola adesso è chiusa, riapre i primi di
agosto per poi ritornare chiusa inspiegabilmente per molto tempo nel
periodo invernale. La signora Sina è una donna energica, ed
è convinta anche lei che i cambiamenti possono avvenire soltanto
attraverso le donne e i bambini, mi presenta le sue collaboratrici,
vedo gli uffici e i laboratori, hanno fatto materialmente tutto con le
loro mani. Sono state anche autrici di una specie di progettazione
partecipata con gli abitanti della comunità. Per mantenere
aperta la scuola chiedono anche un aiuto alle famiglie del quartiere
intorno, 10 afgani al mese, l’equivalente di 20 centesimi di euro. La
scuola riceve aiuti dalla Svizzera e in un futuro prossimo la Women
Center vede la possibilità concreta di costruire una vera
scuola, ma concepita in un quadri più ampio di cambiamento del
quartiere. Espongono in un armadio le ceramiche e le candele, vogliono
in un futuro entrare in un mercato più vasto per finanziarsi.
Nella direzione della scuola, qui come in tutti i luoghi pubblici, non
manca il ritratto di Masud, il loro Garibaldi. Fred sembra che abbia
oramai rinunciato definitivamente alla possibilità di farmi
incontrare con i bambini della “School of Hope”, la provincia di Ghazni
(dove la scuola ha sede) è ancora troppo pericolosa e
l’organizzazione del viaggio per dare garanzie di sicurezza ha bisogno
di altro tempo ancora, e io non ho più tempo, molta amarezza per
me.
Sede Centro CCAA
Opere per CCAA
Venerdì 6,8,2004 E’ un
giorno festivo, una bella giornata non tira vento e saliamo la mattina
presto a piedi la collina del Kohe Asmal che divide in due la
città, una bella vista totale su Kabul. Salendo, fra le casette
basse con i tetti di argilla e paglia, si incontrano bambini con asini
che portano grandi contenitori di acqua. Alcuni afgani fantasiosi hanno
usato pezzi di auto per rifinire parti di case. Dicono che negli anni
settanta da lassù si vedevano i viali alberati bellissimi,
adesso è tutto grigio, anche la collina è grigissima, ma
il governo italiano ha fatto di recente un lavoro di forestazione (come
informano i cartelli posti lungo la strada). Salendo troviamo tanti
bambini che lavorano facendo mattoni con scatole di legno, già
la mattina alle sette, altri per fortuna giocano con gli aquiloni che
si sono costruiti. Sono tanti gli aquiloni che già a quest’ora
volano, i bambini li realizzano riusando buste di plastica e leggeri
stecchini di pioppo, la lenza non è mai intera ma infiocchettata
da centinaia di aggiunte. Tutte le case che troviamo sono di terra,
tetti di paglia e terra, dentro ammassate famiglie con tanti bambini,
tutti ci salutano divertiti. Sulla vetta i poliziotti del posto di
guardia ci offrono un buon te verde, uno di loro gentilissimo ci
accompagna nella discesa dell’altro versante verso il quartiere
universitario a Iamalmena. Lo seguiamo, il percorso è largo un
metro segnato da due file di sassi, verniciati di bianco all’interno e
di rosso all’esterno, ci invita vivamente a non sbordare, la collina e
minata e i sassi rossi evidenziano gli spazi da non calpestare
assolutamente. Alla fine della discesa incrocio lo sguardo di tre
uomini, che al mio sorriso e saluto rimangono indifferenti, mi diranno
poi che sono talebani e riconoscibili dalla lunghezza della barba. Vi
sono anche dei pali della corrente con avvolti grovigli di audionastri
portati dal vento e rimasti abbarbicati da diverso tempo, sono i nastri
gettati a quintali dai talebani per proibire l’ascolto delle canzoni.
Il primo agglomerato di case è sommerso da odori nauseanti,
fogne aperte ovunque, tanti bambini portano grossi secchi d’acqua da
valle su per la collina, la fontana pubblica è il centro sociale
dei sorrisi e delle disgrazie. Ogni famiglia ha decine di bambini, che
forse costano meno di un tubo di gomma da sostituire alla fatica di
questi poverini che assumendosi il dovere tanto presto invecchiano
anche tanto presto. Un negoziante di bombole di gas vende anche
acquiloni, rocchetti e lenza. Faccio una foto a delle donne con burka e
loro a sorpresa mentre scatto si scoprono il volto. Una strada
sconnessa è un glossario di piccoli spazi che vendono cose di
recupero e prodotti di metallo saldati, un raccoglitore di lattine
d’alluminio porta in spalla un’enorme sacco mentre sul viale sfrecciano
camion multidecorati. Rientrando verso il centro visitiamo il sito
industriale di Polsange che Fred suggerirebbe di usare per il futuro
costituendo Centro d’Arte Contemporanea, una vasta struttura
industriale ancora in buono stato fra due grandi arre, attigua al fiume
e fra due arterie di scorrimento del traffico cittadino, con molto
verde e pareti bucherellate dalle pallottole, al centro della quale
svetta, invece che un minareto, una ciminiera . Nella sera con Omarzad
e Sislej concretizziamo il progetto delle due installazioni, ambedue
sul tema della bicicletta, come contributo al costituendo Centro,
insieme ai lavori dei tre studenti del Workshop di cui Sislej ha fatto
l’editing. Il mio lavoro è una bicicletta nuova e funzionante
semicoperta da una burka nera, quello di Sislej è l’incendio di
una bicicletta, dopo averla cosparsa di benzina, pneumatici compresi.
Abbiamo usato una macchina fotografica digitale e una videocamera
digitale, Omarzad con il suo gruppo potrà usare le immagini per
lanciare sulla rete il programma del Centro e sensibilizzare l’opinione
di settori artistici che operano sull’Arte Contemporanea. I due lavori
degli studenti sono interessanti, sul primo video vi è un primo
piano dove un volto al centro dice nomi di armi in farsi e inglese,
l’altro racconta il tentativo, al rallentatore, di impossessarsi di una
borsa senza successo.
Lecture a Scuola
Gholam Mohmad Maimanagi
National Gallery
National Museum
- Domenica 8,8,2004 Lezione alla Scuola Gholam
Mohmad Maimanagi, dove si tengono corsi di informatica, pittura,
cucito, calligrafia, grafica e altre attività manuali; sono
insegnamenti che precedono l’Università, ma li possono
frequentare tutti, dai ragazzini agli adulti. E’ una Scuola statale e
gli insegnanti vengono pagati dal Ministero dell’Informazione, gli
studenti frequentanti sono circa mille. Il direttore della scuola
Hashem Shareq è anche un grande sostenitore del progetto per la
costituzione del Centro d’Arte a Kabul. Vedo una classe dove si fa
disegno dal vero, gli studenti sono seguiti da un vecchio insegnante
non udente, fa segni agli studenti che lo seguono con attenzione,
vengono usati cavalletti di metallo e sgabelli solidissimi. Una
studentessa che non è più molto giovane, altri
govanissimi, tutti lavorano con grande attenzione. In una classe si fa
cucito, ci sono tante ragazze di età diverse; in un’aula
studenti maschi non più giovani lavorano su grandi tele e fogli
grandi a terra, le pareti piene di quadretti e ritratti, copiano schemi
e fotografie. Il governo coreano li ha aiutati con computer e
programmi, sono in mostra esercizi di grafica. Terrò la mia
lezione al piano terra, ci sono 30 studenti e 6 insegnanti (quasi tutti
vestiti in modo occidentale), dovrò essere semplice e sintetico,
ma diventerà necessaria anche la traduzione in farsi, e
così si perderanno significati su molti concetti. Sono tutti
molto attenti e intressati, il loro stupore su quello che noi
intendiamo per Arte e Design mi sembra sincero e quindi foriero di
interessi successivi, come mi confermerà il direttore al
termine. Ho dovuto far vedere il video sul Palazzo Vecchio di Riso due
volte, una per il commento in farsi e una per vedere e capire meglio.
Conoscono Leonardo da Vinci e gli ho potuto parlare del progetto sul
“Ponte Salvatico” in plastica riciclata. All’improvviso si spegne la
luce, si ferma il ventilatore, ma il mio computer e la videocamera di
un insegnante che sta riprendendo non hanno problemi. Per gli abitanti
della città è l’ora del sacrificio mentre noi continuiamo
il lavoro piacevolmente in penombra. E’ evidente che gli studenti non
sono abituati a vivere in una società dove l’arte influenzi la
vita pratica creando addirittura domanda e offerta. Per loro l’idea che
l’estetica del prodotto industriale sia importante per
l’identità nazionale sarà molto difficile da assumere, ma
sentono la necessità del cambiamento e considerano questi
incontri importantissimi. Hanno anche una piccola galleria, dove sono
collocati disegni e pitture di insegnanti e studenti, paesaggi afgani,
ritratti da foto di giornale, cavalieri fierissimi, animali, strumenti
musicali; vogliono anche farmi vedere su due tavoli i frammenti di
tante sculture distrutte dai Talebani. Al termine della lecture lo
studente più giovane, forse 12 anni, mi ringrazia pubblicamente
per la mia venuta dall’Italia, solo a quel momento mi rendo conto di
essere di gran lunga il più anziano di tutti i presenti. Nel
cortile l’immancabile tenda Unicef dove sotto si fa lezione, di fianco
in una stanzetta un atelièr per soli insegnanti dove un artista
lavora ad una natura morta, alle partei tanti paesaggi. Il portiere
della scuola è un vecchio artista-insegnante che vi lavora da 45
anni, ha un sorriso e occhi pieni d’amore per noi. Quando andiamo via
tutti gli studenti ringraziano sentitamente con saluti calorosi.
Visitiamo poi la National Gallery, una bella villa lasciata da un
privato, un luogo molto tradizionale, spazi da ambiente domestico con
bella tappezzeria ma nessun catalogo. L’istituzione avrebbe l’obiettivo
di promuovere l’Arte Contemporanea dell’Afganistan. Un armadio in legno
e vetro mostra tele strappate, disegni accartocciati e strappati, altre
opere rotte e in pezzi: sembrerebbe un’opera di Beuys invece sono stati
i talebani. Un’ala del palazzo contiene in appositi speciali armadi di
vetro e legno, reperti bellissimi visibili con fatica per mancanza di
luce artificiale, è il Sultani Museum. Mentre dei militari
americani armatissimi visitano le sale il direttore fa colazione in
giardino con alcuni ospiti. Nel pomeriggio torniamo a Deafghanan, la
zona più bombardata, quasi tutta rasa al suolo, sono in piedi
due edifici in ristrutturazione: il Museo Nazionale e il Palazzo del Re
ridotto ad uno scheletro. Il direttore del Museo Nazionale, il signor
Masode ci accoglie in un ampio ufficio e ci racconta la storia recente
dell’edificio e delle devastazioni dei Talebani, il 70% dei reperti
conservati ha subì to una distruzione sistematica su cui stanno
tentando di intervenire riconnettendo i piccoli frammenti, ma dice che
è un’azione disperata. In una sala ci mostra il lavoro di alcuni
reastauratori che hanno seguito la prima parte di un workshop tenuto da
tre esperti italiani, i tavoli sono traboccanti di piccoli pezzetti.
Gli interni del Museo sono vuoti e spaziosi in un’architettura
curiosamente greco-ortodossa, alcuni grossi reperti sono già
collocati, gli altri messi in salvo li collocheranno prossimamente.
Sono rimasti 1250 pezzi dei 700000 in origine, il Mullà Omar
dette l’ordine e non volle sentire ragione, nemmeno dei ministri degli
esteri europei riuniti per l’occasione; mentre sui reali
esecutori-distruttori il direttore non si pronuncia, ma adombra
responsabilità sicure di paesi interessati alla distruzione. Le
documentazioni sugli atti della distruzione dice che non esistono.
Rimane comunque per statuto che non si potranno collocare opere o
reperti che risalgono a meno di cento anni prima, le opere moderne o
contemporanee vanno collocate in altri appositi spazi. Salutiamo il
direttore vestito in modo impeccabile con camicia cravatta pantaloni e
giacca, nell’immagine bostoniano come Omarzad (di cui è amico) e
usciamo sotto un sole secco, il viale Jada-e-asmae da dove eravamo
arrivati è bloccato da molti blindati americani ma il tassista
si muove in casa propria e sa zigtzagare, accellerare o fermarsi in
modo impeccabile e sicuro. Per riguadagnare il centro ripassiamo
davanti al rudere che vorremmo diventasse il futuro Centro per l’Arte
Contemporanea ma nessuno di noi ha voglia di dire qualche cosa. Al
rientro troviamo Rahim tristissimo, hanno rubato nella notte Grace, la
femmina dei suoi due bellissimi cani, il maschio James rimasto solo sta
piangendo, Rahim dice che rubano le femmine per portarle fuori a
riprodurre e che non la troverà mai più, siamo anche noi
tutti rattristati. Il pianto di Grace sono lamenti lunghissimi e
intensi, non avevo mai sentito niente di simile.
- Mercoledì 11,8,2004 Faccio un giorno di
sosta a Dubai e alle 12,30 sono a Roma.
- Edoardo Malagigi
- Kabul, agosto 2004