Che cosa hanno in comune Saluzzo e New York, due luoghi così distanti l’uno dall’altro, cosi diversi da essere appunto soltanto luoghi? Forse solo essere appunto soltanto luoghi, fatti dall’uomo e per l’uomo. O forse sono, a ben guardare, la stessa cosa. Giacinto Bollea in questo scritto affronta il problema, lo generalizza, lo anatomizza nei dettagli, lo propone, lo discute e ci lascia con tanti interrogativi, tanti dubbi e tante risposte ma soprattutto con tante emozioni vissute e sensazioni riaffioranti da ricordi di viaggi reali o immaginari. L’articolo va letto con attenzione e va rimeditato. Potrebbe essere il tema per una indagine e discussione su cosa voglia dire il viaggio, il viaggiare, oggi come sempre.

Saluzzo e New York
prof. Giacinto Bollea

Quali che siano le ragioni o le motivazioni di un viaggio- e quelle possibili non sono poi moltissime- è certo che, quasi sempre, si viaggia per ritornare: una pura ovvietà nella quale è peraltro implicita l’idea (o la consapevolezza) che siamo dominati, forse felicemente, dalla necessità di possedere un luogo che non è errato denominare, sia pure convenzionalmente, “patria” e che si pone unitariamente, con certe sue nette connotazioni o delimitazioni, nei confronti col mondo intero. Ciò è avere ben presente, in particolare, che oggi è possibile una più che variegata serie di esperienze comparative, fino a poco tempo fa neppure immaginabili, fra i luoghi nei quali si va e quello in cui si vive.
Si osserverà giustamente che questi confronti non sono obiettivamente, autenticamente possibili- e forse anche solo relativamente interessanti- per una ragione semplice e fondamentale: ci si ferma in genere troppo poco in luoghi nei quali, d’altra parte, molto spesso non si potrebbe e non si vorrebbe vivere. Come si può pretendere di metterli a confronto, in termini di conoscenze e di esperienze, con il luogo dove da sempre si vive?
Molte e buone ragioni del viaggio- ovviamente non tutte- si possono raccogliere sotto l’ampio denominatore comune delle emozioni che il viaggio medesimo può offrire. Il che (senza ricercare affatto, come sarebbe giusto, ciò che si può intendere per “ emozione”), è di nuovo banale: si ricerca la novità, la curiosità, l’insolito, il raro, molto spesso ciò che è unico e che notoriamente può fornire proporzionali emozioni_ ci si ritrova dunque anche, o in primo luogo, nel mondo della grande arte: un’altra ovvietà. E in una prospettiva non molto diversa si può anche semplicemente ricercare ciò che è grandioso o anche (e forse è peggio) semplicemente e materialmente grande o gigantesco, o comunque fuor dell’ordinario. Come e dove parlare della “sostanza” di ciò che si cerca, si vede, si esperisce? Sostanza, intendo ( non so dire meglio), dal punto di vista critico, culturale, se si preferisce autentico, se si vuole obiettivo….in modo che si possa andare al di là della primaria e sia pure necessaria e gratificante emozione. D’altra parte il viaggio si può porre facilmente (e giustamente) come seme si se stesso: esige di essere ripetuto- e non si esce neppure così dall’ovvietà. Moltissimi luoghi famosi non si lasciano esaurire da una visita, bisogna dunque ritornarvi, certe esperienze in fondo non bastano mai,,ecc…
Eppure, un movimento di reazione a questo spiegabilissimo stato di cose e d’animo può non essere immediatamente evidente: perché non rifarsi e quasi affannarsi alla sostanza di casa propria, perché non esplorarne ed esplicitarne le ragioni, approfondendole fino ai limiti del possibile con la calma e la tranquillità che solo un luogo proprio può offrire? E’ proprio assolutamente certo che in un qualsiasi luogo non si possano ritrovare le ragioni di un qualsiasi altro? E per ciò che riguarda il tema, spesso per certi versi dominante, delle emozioni di chi viaggia, ci si ricorda con curiosità di quella, imprevista quanto grande, da cui fu preso (per sua testimonianza) un illustre cattedratico di estetica quando, uscito dalla bocca scura del metrò di New York, si trovò di fronte agli immensi grattaceli, vanto (o incubo) di quella metropoli. L’emozione quando c’è, non si rifiuta ( nessuna emozione è ingiustificata), la si prende e la si gode. Ma, dominati forse dall’austerità della parola, si può credere che l’emozione specifica di cui si è detto sia un po’ eccessiva, sproporzionata. Ma può, una emozione, esser eccessiva? E non è d’altra parte assurdo volerne misurare qualcosa come l’intensità, ammesso che la cosa sia possibile? Oppure l’emozione è data come tale, come possibilità di un giusto distacco da ciò che è normale, ordinario, opaco, indifferente? E’ un modo per comprendere che qualcosa deve essere meglio e più accuratamente valutato?
Qualche altra domanda sorge dunque spontaneamente: i grattacieli danno emozioni simili a quelle delle opere d’arte, le quali, secondo la tradizione,dovrebbero essere la fonte prima e autentica delle nobili emozioni estetiche? E le montagne allora, che sono più grandi dei grattacieli, dovrebbero emozionare di più?O forse l’emozione che viene dai grattacieli è tale perché essi sono opere umana, mentre le montagne non lo sono?
Le domande sono sensate e legittime e le risposte difficili e problematiche, forse non esistono al di fuori di un discorso che cerchi anche senza riuscirvi, di definirle. Forse non è una pura ovvietà ricordare a questo punto che proprio a ridosso di momenti simili, è facile ritornare per un istante, fulmineamente e come per una sorte di riflesso condizionato dall’’emozione medesima, alla propria terra- o se si preferisce alla propria tana- che è anzitutto il luogo e quasi il sinonimo del proprio consueto e tranquillo vivere.
Ecco dunque il sorgere, il delinearsi almeno della necessità di un rapporto che dovrebbe essere esclusivo( e, perché no, salvifico) con un luogo qualsiasi per ciascuno di noi che vi si ritrovi- senza possibilità di scampo, si vorrebbe aggiungere: Saluzzo contro Parigi, contro NewYork, contro… . Si dirà immediatamente, e giustamente, che raffronti di questo genere non sono, sul piano dell’obiettività, neppure proponibili, essendo quei luoghi, con tutti quelli simili, da una parte e dall’altra, semplicemente incommensurabili. E d’alta parte: che cosa si pretende di capire, di Parigi, di NewYork in una settimana? Ma è anche spiegabile che si ritorni rapidamente alla domanda esistenziale: quale sarebbe la vita del viaggiatore, qui, svanite (molto presto) le emozioni e diventato lui abitante?
Ci si può esercitare qualche volta, come fosse per puro diletto, a cercare un senso là dove sembra che non vi sia affatto. Quel confronto, allora, può assumere un altro volto, può rivelare qualche possibilità di significare qualcosa. Saluzzo (e ovviamente ogni centro urbano simile) con il corollario dei paesi vicini (ed anche quelli che si volessero aggiungere, per esempio per ragioni affettive) non è più in questa prospettiva città, cittadina, ma ambiente, si fa sinonimo di ambiente: una realtà la quale se appena vi si rifletta, si fa intendere come abbracciante, complessiva, indispensabile, quasi interattiva o intersettiva fra ciò che è costruito , ciò che è opera dell’uomo e ciò che necessariamente lo contiene o meglio lo ospita e gli da spazio vitale quasi la ragione di esistenza. Con il sottinteso da parte nostra, che queste realtà si equilibrano, nessuna prevarica sull’altra, potendo (e quasi dovendo) anzi essere sinergiche. Quella parola può assumere allora una connotazione ancora un po’ diversa e anche migliore: può ricordare qualcosa di accogliente, di amichevole, anche di riposante, comunque di positivo.
Un ambiente a questo modo inteso deve possedere di conseguenza una “componente naturale” sulla cui importanza non si riflette di solito mai abbastanza; e si osserva allora per quanto riguarda la metropoli, che l’ambiente stesso sembra quasi passare in seconda linea: perché la metropoli è in primo luogo un mondo a sé,per quanto per necessità ambientalmente situato ma che dell’ambiente medesimo, così come vogliamo intenderlo noi,sembra voler fare a meno, come potesse andarne artificiosamente ( o violentemente) oltre. Si può fra l’altro comprendere, all’interno di questa prospettiva, che lo stesso concetto di “patria” può essere soggetto, come d’altra parte ci si può attendere, alle più varie ed imprevedibili aperture e interpretazioni. Al provinciale, al “particolare” che sceglie la metropoli- una scelta nella quale l’intenzione specifica è anticipata dal desiderio e dal sogno (o si confonde con essi), prima che dalle conoscenze obiettive possibili e necessarie: una scelta come venata di passività- è comunque concesso, se non tutto, quasi tutto, anche se è ben noto che di ciò si può in genere parlare nella parentesi del”mordi e fuggi”, così come consente( o impone) il turismo di oggi.
Eppure il turista “particulare” ( nel cui stereotipo non ho difficoltà a riconoscermi), proprio perché elevato alla potenza di questo mondo, che sa essere estremo, spettacolare, irripetibile, che non è e non sarà mai il suo, si scopre intento a pensare e a ricordare il proprio mondo-ambiente; ma come più preparato a goderne- forse neppure stranamente, come per una simmetria di reazione- quelle caratteristiche e quegli aspetti che sono letteralmente opposti a quelli della metropoli, e con i medesimi incommensurabili. Il turista sa comunque di vivere in una (di una) parentesi: meglio che rimanga tale, che sia però di buon livello. Il viaggio, nella sua quasi immancabile dimensione dello spreco possiede un po’ dell’animo della festa.
La facilità e l’ingenuità (o la sapienza?) delle parole possono comunque suggerire pensieri o meglio espressioni -come dire-alternativi: Saluzzo non è Parigi, certo, ma Parigi non è Saluzzo … . In questa miseria di frase c’è qualcosa che vuol essere detto ma che è difficile dire. Bisogna provarci destreggiandosi tra palesi ingenuità, ovvietà ripetute, piccoli orgogli provinciali puntualmente pungenti e smentiti, regolari reminiscenze esistenziali che insistono e che vivono di poco ma sono ineliminabili- la patria è piccola ma offre tutto quello che serve-ogni tana ha un suo livello e quasi una sua elevazione dalla quale si può guardare il mondo- qualunque animale si guarda attorno dal suo buco- Saluzzo dopotutto è facile da possedere in ogni senso, non sfugge nulla, un possesso totale è sempre gratificante- quasi si può coltivare l’illusione di essere ricambiati…. . Viene da insistere nel dire insomma che si pensa con una sorte di pacificata e riposante consapevolezza, che non ha a che vedere con una qualsiasi rassegnazione, alla Saluzzo storica o antica in particolare e alla dichiarata povertà delle sue strutture e architetture, alla modestia delle sue opere d’arte, alla stessa e dimessa quanto sempre accogliente semplicità delle sue strade e dei suoi passaggi. Mattoni a vita- e poco appariscenti ornamenti di mattoni sagomati: qualcosa di dignitosamente necessario ed irrinunciabile ma che non vuole l’eccelso e l’eccesso: un giusto ornamento insomma- ; e poi muri rozzi,”coppi” rustici, strade di ciottoli (quando ancora ci siano; e pietre un po’ dovunque, come significare che ci si è mossi per secoli con l’aiuto della terra che tutto sostiene… .
Ebbene: il tempo è amico e maestro anche quando mantiene, conserva, offre senza premura e insistenza. Voglio dire in sintesi, e spostando di poco la prospettiva: tutto ciò significa, proprio nella nostra epoca dagli incerti confini e di vantata , squillante e crescente tecnologia, che si può- che è necessario anzi - riscoprire anche in questo modo, se si vuole improprio, indiretto ,insolito l’ineliminabile valore del semplice, dell’elementare e insieme del naturale che è significato dall’ambiente: di ciò che, in una parola, la rustica struttura di una città storica può testimoniare – si può dire per sempre ( o almeno così si spera) a confronto della divorante diversità della metropoli. Parafrasando allora l’antico detto e riferendolo alla città: “amo quia pauperem”, lontanissima essendo da qui l’oscura lusinga di un “absurdum” nel quale bisognerebbe credere.
Non mi sento di dire in definitiva che questa sorta di rozzo sommario, empirico bilancio tentato tra la cittadina e la metropoli sia obiettivamente negativo o veramente assurdo, nonostante la loro ribadita incommensurabilità: nella misura in cui è possibile intenderlo relazionale. Certo si rischia l’ovvio, e il banale, ma non importa, proprio perché di questo confronto si può pur sempre dire, semplicemente, che mostra le stigmate dell’esistenza ed è da questa legittimato. Essendo partecipi del mondo, solo di questo, dopotutto, bisogna, è possibile parlare, e non importa molto allora da quale punto se ne parli, dal momento che chi parla o pensa, è il centro di tutto. Da ciò che si pensa non si è mai lontani- questa è una divina relazione. In concreto poi: la metropoli può essere di qui sideralmente lontana, ma il fatto che essa sia raggiungibile, fruibile, verificabile in modo relativamente facile è ugualmente importante di quello che se ne possa parlare nei termini della presenza propria, che, come ogni presenza, deve compiutamente guadagnare a se stessa ciò che viene a conoscere, che ha la possibilità di conoscere. Le opportunità della nostra epoca, dopotutto, non fanno che moltiplicare le virtù della presenza medesima. Bisogna per altro ricordare che in questo quadro, che si compone e che regge in grazie proprio di un equilibrio relazionale che si cerca di istituire- e che per noi può essere semplicemente ( e “turisticamente”) seducente- può essere collocato lo strazio dell’emigrante che fosse costretto a scegliere il mondo della metropoli: perché solo in questa libertà che ci tocca- di andare e di ritornare- può essere levato e stabilito il nostro benessere. Forse è diventato troppo facile essere qui e là e godere di tutto.
E’ vero a questo punto che, nel discorso che si cerca di seguire – fosse soltanto abbozzato – non può mancare un cenno sulla “bellezza”-di quale città? Proprio l’incomparabilità, di cui s’è detto, delle due città, delle quali si sente l’obbligo di parlare appunto anche in termini di bellezza, mette primariamente in luce la fragilità di questa parola e insieme, di conoscenza, la necessità di tematizzarla liberamente. Una esca di quasi abusate ascendenze “romantiche”, per quel che ci riguarda né sempre pronta. Le vecchie strade della Saluzzo storica sono senza dubbio “belle” nella quiete(auto permettendo) e nella malinconia di tanti momenti: al crepuscolo per esempio in autunno, come nella misurata euforia primaverile che deborda, se così si può dire, dall’alto dei muri canonici che chiudono i giardini; ed anche al picco delle giornate estive, quando il sole altissimo sembra inondare questo mondo di luce e di silenzio. Vi sono case illustri e no che sembrano attendere il tempo al varco, come incuranti del suo passo che per noi è troppo spesso un urgere. E’ facile muoversi e trovare uno scorcio visivo sul Monviso, il quale quasi per definizione si fa metafora, né più e né meno, dell’ambiente naturale che accoglie la città. Bisogna pur dire che città storiche tipiche, come Saluzzo, alla Natura autenticamente rimandano, forse anche per la loro apparente modestia o povertà, o non costituiscono piuttosto queste loro caratteristiche particolari una ricchezza della quale bisogna imparare a godere?
Ma esiste nondimeno la bellezza( una bellezza) della metropoli- è giusto che esista- come già esemplarmente dimostra l’emozione dello studioso di fronte ai grattacieli di New York. E’ ovvio che la bellezza della metropoli non può racchiudersi solo in questo- non può essere il corrispettivo emozionale di fronte al grandioso ( o al mostruoso?) costruito. Sarebbe nulla. S’intuisce che essa deve essere multipla o meglio multiforme, libera ed anche mutevole, senza pregiudizi e senza preclusioni. Se la metropoli è un mondo, più che un luogo, bisogna essere, anche in questa particolare prospettiva, preparati a tutto. La bellezza di una metropoli può essere pensata come quella di un’atmosfera o meglio di un aura: di “qualcosa” che è difficilmente definibile ma che si intuisce dover comprendere tutto perché emanazione di tutto, della totalità di cui si potrebbe dire che ha un’anima destinata a esteriorizzarsi, a essere compresa e goduta. E allora questa bellezza che diremo atipica, indeterminata, sempre aperta ed emergente come fosse l’anima vera della metropoli, che vie e fa vivere e quasi si respira. Una bellezza che si potrebbe definire genericamente culturale, industriale, antropologica, relazionale, abbracciante, complessiva, che non rifiuta nulla…
E dunque nutrita di innumerevoli input di natura estremamente diversa.
E’ vero che la metropoli cancella, abolisce per esempio le stelle ma è altrettanto vero che questa censura dell’inquinamento luminoso è assorbita con tutta facilità dall’indubbio fascino della città notturna: dello spettacolo che essa offre da lontano (anche dal cielo!) e del diluvio percettivo che ininterrotto che dona affliggendoli in primo luogo visivamente a coloro che la vivono, dei suggerimenti (e delle tentazioni) che in questo modo inietta all’umanità. Le stelle sono doppiamente lontane- perché facilmente soppiantate dalle “stars”, che nella prospettiva della metropoli possono avere un loro fascino. Essa coniuga dunque secondo una pluralità di modi virtù, buone qualità e ogni loro contrario. La metropoli può esser il luogo proprio nel quale la densità e l’intensità degli stimoli può essere determinante per una nuova estetica: è proprio qui che un neon una silhouette, una batteria di slot machine possono essere più sttrenti di un rozzo vecchissimo fonte battesimale imbozzolato nell’aria umida di una chiesa. Eppure parliamo di “bellezza”, credo giustamente, in entrambi casi: è appunto sufficiente ampliarne il concetto sotto il segno della cultura e riferirla quindi anche all’ambiente anche se la cosa può rivelarsi a sua volta quasi una ovvietà. L’estetica di una roccia si apprezza dopotutto in montagna, una acquasantiera trova e mostra la sua bellezza nella penombra di una chiesa, l’affascinante frenesia notturna dei neon deve essere propria della città. Tutto ciò può esser appunto ovvio ma vale a ricordare che i profili di questa”bellezze” devono essere approfonditi.
Ma ecco più in generale: la metropoli tende a cancellare, a far dimenticare la natura- anche le stelle disturbano- come si è detto: e questa non è superbia? Ma possono i giganti non peccare di superbia?- nella misura in cui la metropoli vive di sé ed offre tutto perché si possa vivere secondo le sue leggi. Essa però deve per così dire, autocompensarsi dovunque, compensando chi la vie e ne vive con l’esasperazione, con l’esagerazione, con l’eccesso(anche in forma di eccelso). Tutto deve essere super, iper, extra, ultra: i grattacieli di 400 metri (Ma perché il cielo non si offende?), autostrade di tipo circolatorio ( manca veramente un cuore e i globuli rossi sono su gomma e sputano e sputano veleno); e bistecche di mezzo kilo, girls a gogo 24h, ospedali prodigiosi dove prima di lasciarvi la vita si lascia il patrimonio di una vita.
Eppure tutto ciò ha un fascino, inutile negarlo: quello in fondo, di una vita vissuta, specchiata e compiaciuta di sé, in una gigantesca nicchia ben costruita ma troppo grande per poter essere mantenuta neutra, uniforme, prevedibile. Se si preferisce, di questa multiforme e ribollente realtà si può parlare anche in termini di bellezza: in questo indefinibile tessuto che va dall’urbano al culturale si può spiegabilmente trovare interesse, curiosità, necessità- dunque vi è attrazione, vi si trova appunto anche la (una ) bellezza.
Queste espressioni si giustificano anche perché - bisogna assolutamente dirlo e ripeterlo- la metropoli non è soltanto architettura e complessità, gigantismo e tentazione, novità e frustrazione, ma anche cultura in ogni forma, opportunità , proposta; cultura che nasce e ci da in particolare anche in forma di incontro, di confronto fra uomini in libertà, più che soltanto esibizione di opera. Si incontrano in questo senso nella metropoli occasioni diversamente neppure immaginabili. Tutto ciò conferma peraltro a modo suo, e sia pure senza assolutismi, l’invito generale della metropoli, di ogni metropoli: mettere fra parentesi, epochizzare, se non proprio dimenticare la Natura. E’ pur vero che questa può essere “salvata”, tipicamente, nel rito del weekend, come un file nel PC: ma questo è autenticamente possibile? È sostanzialmente giusto? È “soprattutto” umano?