UN CHIRURGO PLASTICO NELLA GUERRA IN IRAQ
 di Paolo Santoni-Rugiu


Verso la fine del 1300,  durante il lungo assedio assedio che gli Inglesi avevano posto ad Ypres, sui campi di battaglia fece la sua comparsa l’archibugio. Questa  terribile arma  spazzò via la  tranquilla routine dei chirurghi marziali che sino ad allora per secoli si erano limitati a suturare ferite da punta e da taglio, anche se più o meno gravi,  ed impose loro gravissimi problemi ricostruttivi date le distruzioni tissutali che la nuova arma produceva.

Così  il belga Jan Yperman ( 1295-1351) nel suo  trattato “ Chirurgie” per la prima volta nella letteratutra medica  esprese concetti di chirurgia ricostruttiva. Più tardi il grande Ambrose Parè ( 510-1590), chirurgo di ben tre re di Francia e maestro alla parigina Ecole de Chirurgie de St. Cosme, adottava in tutto il corpo  tecniche di  ricostruzione ( come i lembi cutanei) il cui uso era stato prima confinato a rari casi di parziali ricostruzione del volto. Era nata la chirurgia ricostruttiva:

 Non soprenderà quindi che un chirurgo plastico – specialista che invece molti mass media fanno apparire come un chirurgo prevalentemete dedito alla frivola riparazione di difetti estetici in donne mature o in giovani fanciulle con nasi o seni imperfetti -- all’alba del 20 Marzo u.s., dopo un lungo viaggio notturno in auto attraverso il deserto siriano, si trovasse ad attraversare il fiume Tigri, in piena per il disgelo, su una malferma barchetta  che dalla Syria lo trasportava nel Nord dell’Iraq dove la notte era  scoppiata la seconda guerra del Golfo.

Dopo poche ore  mi trovavo all’ospedale di “Emergency” ad Erbil dove, con sorpresa,  constatai che i feriti erano già numerosi. Infatti anche prima dello scoppio della guerra  tra le continue scaramucce delle due fazioni curde e  l’imperversare delle mine che da oltre un decennio vari eserciti e bande guerrigliere avevano a piene mani sparso in tutto il Kurdistan Iracheno, i feriti non mancavano in quella regione e per questa ragione "Emergency"”- che si occupa della cura delle vittime civili di guerra -–vi aveva impiantato uno dei due ospedali di cui dispone in Iraq.

 Comunque dopo pochissimi giorni, quando si aprì il fronte del Nord  i feriti arrivavano quotidianamente, costantemente e purtroppo in numero  tale da affollare l’ ospedale. In breve avevamo feriti sui pavimenti, sui tavoli, nei corridoi ed anche all’aperto.

 Erbil dista circa 15 chilometri dalla linea del fronte che correva  tra Mosul e Kirkuk. Si vedevano gli enormi B-52 passarci sulla testa, si vedevano i micidiali grappoli di bombe venir sganciati sopra di noi e continuare obliquamente la loro caduta sino alle linee irachene  più a sud. Qualche volta vedevamo anche i velleitari missili sparati loro dagli iracheni che non raggiungevano neppure metà della quota alla quale volavano i bombardieri.

Dopo mezz’ora comincivano ad arrivare i feriti, In almeno tre occasioni il loro arrivo riempì il piazzale del nostro pronto soccorso chiamato FAP (First Aid Post cioè Posto di pronto soccorso) con una dolorante  folla di corpi più o meno maciullati, prevalentemente donne, bambini ed anziani ( come già detto “Emergency” cura solo i civili): odore di sangue e di sporco, urla e lamenti e la frenetica  valutazione delle condizioni die feriti con la cernita di quelli da avviare subito in sala operatoria.

 La valutazione era fatta dai bravissimi infermieri del FAP che “Emergency” ha addestrato ad hoc e che già a Kabul, in Sierra Leone, Cambogia e Sudan hanno affinato la loro abilità. Può sorprendere ma i prescelti non sono i più gravi, ma solo quelli per i quali appare evidente che  un immediato intervento è necessario ( ad esempio in caso di emorragie, ecc.)  e che – fattore determinante - può risolvere positivamente il caso. Questi vengono lavati e bendati sommariamente,  si eseguono gli esami  necessari e vengono avviati in sala. Qui, in almeno tre occasioni,  in cinque chirurghji abbiamo lavorato anche 48 ore ininterrottamente, dormendo sulle sedie della “Staff’s  Room” negli intervalli tra un intervento e il successivo mentre gli infermieri pulivano la sala e preparavano il nuovo paziente.

 In quelli gravissimi (ad es. ferite del cranio, gravi ferite del torace ecc:),  con freddo pragmatismo e dolorosa  concretezza,  si giudicava che  l’utilità di un intervento immediato era per lo meno non certa. Essi venivano  sommariamente medicati ed avviati in corsia. Se sopravvissuti verranno  rivalutati il giorno dopo. Al momento, non si può rischiare di sprecare il tempo di sala.

La terza categoria  della cernita comprende i cosidetti  DPC ( delayed primary closures) cioè  i feriti le cui lesioni possono attendere 24 o 48 ore per essere trattate senza che ne derivi un danno grave al paziente.

In un paese dove l’opera degli infermieri si limita in genere ad una sommaria igiene del paziente vedere questa decina di infermieri istruiti da “Emergency” che con efficenza e sicurezza, smaltivano rapidamente la moltitudine di feriti era sorprendente.

Tra i grandi meriti di “Emergency” c’è anche quello di avere formato un paio di centinai di infermieri ( tanti sono quelli che lavorano per “Emergency” in Iraq tra  ad Erbil e Solimanhyia) ad alto livello professionale che con efficienza anglosassone svolgono una insostituibile attività che fa funzionare l’ospedale. Oltre  a questi del pronto soccoro ce ne sono di egualmente efficienti nell’  ICU ( Unita di Cura Intensiva) e nelle Burn Units (Unità Ustionati sia per bambini che, separatamente, per adulti). Inoltre Emergency, che purtroppo negli anni scorsi ha trattato centinaia di feriti da mina i quali  quasi costantemente comportano amputazioni di arti, ha istituito una efficentissima Officina Protesica sul modello di quella che  a Budrio In Emilia è gestita dall'Istituto Rizzoli. In questa officina  non si fornisce solo una protesi ai mutilati ma si eseguono ad alto livello tutte le fisioterapie richieste per una riabilitazione. La presenza di un  invalido in una famiglia di pastori  curdi può rappresentare un peso sociale insostenibile . “Emergency” quindi offre corsi professionali dove i mutilati imparano un nuovo mestiere: Così  pastori o contadini diventano artigiani, imparano a lavorare la pelle, il legno, i metalli e così via ed alla fine del corso “Emergency” li fornisce anche di un kit  di strumenti per iniziare la loro attività. La dolorosa mutilazione non graverà almeno socialmente su questi sfortunati.

Quando, dopo un mese la guerra sembrava formalmente finita  ci attendevamo un rallentamento del lavoro. Questa aspettativa si rivelò subito illusoria, Nella scomparsa di qualunque autorità civile e della polizia  iniziarono gli scontri  tra le fazioni sciite e sannite che, libere di sfogare i rancori antichi e magari di vendicare le sopraffazioni recenti subite da parte della fazione cara a Saddam, si accesero combattimenti furiosi. La armi  tra la popolazione non mancano, Per oltre un decennio esse son state distribuite in Iraq a piene mani da turchi ed iraniani, i quali, nel timore che i curdi sparsi nei tre paesi coltivassero ideali di unificazione nazionale, in base all’antico principio del “ divide et impera” fomentarono le irrisorie differenze tra i due gruppi curdi in Iraq in modo che, occupati a combattersi l’ un l’altro non pensassero al grande Kurdistan unito.

 Inoltre dove era stata la linea del fronte le comunità araba e curda si scontrarono quasi quotifdianamente.,

A questi si aggiunsero  i feriti nei saccheggi: in assenza di  una protezione da parte della scomparsa polizia ed a causa della mancanza di  cibo e spesso anche di acqua,cominciarono i saccheggi. Molti commercianti  provvedevano a difendere le loro proprietà personalmente: procurarsi un Kalashinoff  in Kurdistan è cosa accessibile anche ai bambini ed i prezzi sono inferiori a quelli nostrani di un’arma giocattolo. Così per noi continuò il lavoro.

Questi nuovi feriti ci indussero a dubitare molto della possibilità di realizzare le ottimistiche intenzioni dei vincitori come quella di voler istituire (meglio dire”Imporre” ?) la democrazia in un paese che non solo non sa cosa sia ma non la pone certo tra le  priorità dei suoi desideri volti a soddisfare necessità molto più elementari.

I feriti della guerra suscitavano grande pietà ed una avversione crescente verso la guerra come mezzo per risolvere le vertenze tra i popoli. Alla vista di quei B-52  come non pensare che il costo di ognuno di quei mostri supera abbondantemente quello di una decina di ospedali con 150 posti letto come il nostro ?.  Anche solo in termini economici il costo di una guerra potrebbe spesso risolvere moltissimi dei problemi sociopolitici che della guerra  - questa ed altre ovviamente- sono alla origine.

Ma è da un punto di vista umano che la repulsione per la guerra diventa totale. Il vedere questa povera gente, bambini, donne, in genere  ignorante al punto da non sapere, ad esempio,  cosa significhi la parola “America” e quindi non comprendeno neppure lontanemente il perchè di questa tragedia che comunque gli si rovescia addosso, gli distrugge la casa, gli uccide congiunti, li mutila, è sconvolgente.

Tra i tanti bambini ricordo una piccola di circa 7 anni che arrivò in ospedale coperta di fango e di sangue. Era stata raccolta davanti alla sua casa distrutta sotto i corpi della madre e di una sorella entrambe  uccise dal bombardamento. Ci guardava con grandi occhi da cerbiatto impaurito ma non rispondeva neppure alle parole che l’infermiere le rivolgeva in curdo. Quando gli infermieri la pulirono si vide che non aveva ferite, il sangue era quello della madre e della sorella che probabilmente coi loro corpi l’avevano protetta. Tremava e batteva i denti in maniera incontrollabile. Il ticchettio di quei denti di quella piccola curda ce l’ho ancora nelle orecchie e mi son spesso chiesto cosa cambierà nella vita di questa pastorella,  orfana e senza casa,  ora che  - speriamo- in Iraq ci dovrebbe essere la democrazia.

Paolo Santoni-Rugiu