A CACCIA DI SCORPIONI
(Dal deserto sul confine tra Siria ed Iraq, nei pressi dell'Eufrate)
di TOMASIC MIRJANA
Non avrei mai immaginato. Prima di partire per questo posto remoto, fuori da ogni rotta turistica, nel territorio tra Siria ed Iraq, nei pressi del fiume Eufrate, parlando con alcuni amici a Damasco, pensavo che esagerassero riguardo i pericoli. Tutti i popoli del sud ingrandiscono ed esaltano i fatti di cronaca, credo che questo faccia un po’ parte della loro natura. Ed ora eccoci qui: io, le mie due figlie di ventuno e diciassette anni, e due amici di Damasco. Abbiamo lasciato da poco la tribù dei beduini che ci ha ospitato per alcuni giorni e ci spostiamo in mezzo al deserto con la nostra macchina, uno scassatissimo micropulman noleggiato per l'occasione, insieme all'autista, un palestinese alto e ossuto, che faceva fatica a rimanere in silenzio per più di dieci minuti consecutivi. Nessun altro aveva accettato di avviarsi con noi in questo posto lontano con un mezzo decente, più nuovo, o un fuoristrada (in Siria sono rarissimi), per motivo di inesistenza di strade ne piste sul nostro tragitto, e perciò dovevamo munirci di pazienza e di speranza che il motore non si fermasse, e che il tetto sovraccarico, inclinato verso l'interno della cabina non ci crollasse sulle teste. Guardai fuori dal finestrino: un'immensa distesa pianeggiante a perdita d'occhio, macchiata dai radi ciuffi verde bruciato di cespugli bassi, sparsi in modo quasi ordinato. Il terreno aveva la consistenza di ghiaia compatta, non c'erano segni di sentieri ne di piste. Non era come il classico deserto che uno si immagina, la conformità del suolo si avvicinava di più alla steppa, non aveva ne dune ne oasi di palmeti, era arido e ostile, ed ora in questa stagione (eravamo alla fine di aprile) era stranamente ventilato e freddo. Qualche giorno prima, aveva persino piovuto un pò, i cespugli si erano come per miracolo moltiplicati dal nulla durante la notte e al risveglio ci era sembrato completamente diverso, ma questo succede spesso nei deserti quando cade qualche goccia d'acqua. I beduini erano felicissimi, non parlavano d'altro, finalmente i loro animali (pecore e cammelli) potevano nutrirsi, non c'era bisogno di spostarsi in ricerca di vegetazione. I nomadi che già per la loro natura parlano poco, limitano i loro scarsi discorsi sull'acqua, scrutano in continuazione il cielo e l'orizzonte e sanno sempre leggere tra le nuvole. Per quanto ci riguarda, ci avevano detto che eravamo fortunati perché col vento freddo e con la pioggia, gli animali più pericolosi come serpenti e scorpioni si rintanavano e che di notte non uscivano in cerca di prede, come fanno quando la temperatura sale e quando persiste la tipica siccità che accompagna il grande calore. Anche questi animali, come del resto tutti gli abitanti del deserto si adattano al loro ostile habitat naturale: possono per giorni e giorni vivere senza acqua ne cibo, per poi farsi delle scorte, la loro resistenza fisica è straordinaria e a volte supera ogni limite.
Gli scorpioni! Fino a questo momento non ne avevo mai visto uno, nonostante avessi girato molti deserti in tutte le condizioni climatiche e non ci feci caso alle parole dei beduini, considerandole come le solite esagerazioni, mentre i miei amici siriani rimasero piuttosto perplessi e nonstante avessero dormito male nelle loro tende per la paura proprio di quei più temuti "mostriciattoli biondi". Dicevano che questo deserto fosse pieno di scorpioni albini, i più pericolosi della loro specie per la forza del veleno che possedevano. Cercavano di farci tornare al più presto a Damasco per portarci fuori da ogni pericolo. Ho dovuto faticare per convincerli di continuare il nostro viaggio, soprattutto quella parte dell'itinerario nella quale ci trovavamo, dal momento in cui avevamo abbandonato le tende sicure dei beduini e ci avventuravamo ad erigere le nostre da qualche parte, in totale solitudine, in mezzo a questo nulla sconosciuto e refrattario. I beduini ci avvisarono anche della possibile presenza dei lupi, cani selvatici e iene, ma fino a quel momento, oltre ai maestosi falchi che giravano sopra le nostre teste, abbandonandosi alle correnti del vento, cammelli e pecore, non ne avevamo visto altri.
Il paesaggio veniva ogni tanto interrotto da qualche rara tenda beduina, e poi di nuovo nulla. Decidemmo di accamparci in mezzo a questo nulla e fermammo la nostra macchina nel posto dove stava eretta una tenda abbastanza grande per accogliere almeno quattro persone. Davanti alla tenda stava in piedi un uomo anziano in tunica lunga, la testa avvolta in un turbante bianco. Ci salutava sorridendo. Cominciai a rendermi conto, che i miei amici erano d'accordo con lui e che il nostro incontro non era affatto casuale, anzi era evidente che lo conoscevano da prima. Scesi dalla macchina e dopo i consueti saluti, notai che l'uomo era munito di un fucile. Lo domandai a cosa gli servisse e lui mi spiegò che i miei amici volevano che noi donne dormissimo al sicuro e che lui ci avrebbe fatto da guardia, nel caso fosse necessario tenere lontani gli animali. "Abbiamo dunque una guardia del corpo, salvo che non so da che cosa dovesse salvarci"- pensai irritata, ma non commentai. Montammo la nostra tenda e cominciammo a preparare la cena. Mentre sorseggiavamo il thè, l'uomo ci raccontava del deserto. Diceva di essere un conoscitore di piante e di animali, e mi preparò una bevanda digestiva con delle erbe che raccoglieva al momento, nei pressi della tenda. Aveva un buon sapore dolciastro e io la gustai, mentre stavo ascoltando le sue storie. L'autista gridò da fuori e tutti accorremmo per aiutarlo ad allontanare un cane selvatico. Era di medie dimensioni, magro e piuttosto aggressivo, evidentemente non aveva mangiato da giorni, ma alle nostre urla decise di allontanarsi, senza, per fortuna, dover ricorrere all'uso del fucile.
Il beduino mi raccontò che quasi tutte le erbe che crescevano nella zona erano terapeutiche ed aiutavano l'uomo o animale a guarire. Gli animali li mangiavano per istinto, evitando le piante velenose, mentre i beduini da millenni conoscevano le loro qualità curative e le usavano in abbondanza, persino contro i morsi dei serpenti o quei velenosissimi scorpioni biondi, di cui era ben provvisto il territorio. Mi raccontava, che il veleno di quegli scorpioni, era un ottimo rimedio contro i reumatismi, diluito nell'olio e lasciato macerare per quaranta giorni all'ombra, salvo che bisognava usarlo con grande cautela evitando il contatto con gli occhi e la bocca, poiché anche poche gocce avrebbero potuto provocare un avvelenamento grave. Mi raccontò, che lo scorpione era l'animale più antico del deserto e per sopravivere ha dovuto combattere con tutti gli altri, e perciò era il più aggressivo di tutti, ma anche il più controverso, poiché possedeva un istinto materno che non ne ha uguali tra gli abitanti del nostro pianeta. Se non riesce a trovare il cibo per i suoi piccoli che porta sul dorso fino a che non diventino adulti, sacrifica il suo stesso corpo per darglielo in pasto e in questo modo si assicura il proseguimento della loro sopravivenza. Sì, ne avevo sentito parlare, ma mai così da uno che li conosceva personalmente così a fondo. Gli chiesi se era possibile vederli, anzi non solo vederli, ma anche cacciarli ed eventualmente preparare quell'unguento contro il reumatismo, per portarlo a mio padre che aveva bisogno. Da queste parti, ogni desiderio dell' ospite diventa un ordine (almeno per i primi tre giorni), secondo le antiche leggi beduine e perciò il vecchio non solo acconsentì, ma disse che sarebbe ben felice di poter aiutare mio padre, e mi avrebbe svegliato di primo mattino a cacciare gli scorpioni.
Ci svegliò all'alba. Le mie figlie erano emozionate, mentre i miei amici cercarono di dissuadermi dall'idea, ma in fondo anche loro, come i veri cittadini che non avevano mai fatto questa esperienza, erano curiosi. Dopo aver gustato una tisana tonificante di erbe profumatissime appena colte, l'anziano prese una boccetta di vetro a collo largo, la riempì a metà con dell'olio d'oliva che trovammo tra le nostre scorte, porse la pala a uno dei miei amici e ad altro una brocca colma d'acqua, mentre lui si preparò un calappio di cordicella e ci fece segno di seguirlo. Appena un paio di metri dalla nostra tenda scorse il primo buco nel suolo di un paio di centimetri di circonferenza e ordinò di riempirlo d'acqua. Ci fece il segno di allontanarci dal foro e dopo pochi istanti, dal buco apparvero delle bollicine e si sentì un gorgogliare d'acqua, con la quale aveva riempito il canale scavato dall'animale. Prese la pala dalla mano dell'altro uomo e cominciò a muovere con cautela la zolla di sabbia. Improvvisamente la terra si mise a scrollare e noi osservammo l'uscita del piccolo animale che si agitava e correva in tutte le direzioni, in posizione di attacco. Poteva misurare quattro o cinque centimetri in lunghezza, la coda incurvata verso l'alto e in cima l'aculeo si spostava freneticamente a destra e a sinistra, in cerca di calore del qualche corpo da pungere per difendersi. Il beduino ci gridò di stargli alla larga e restituì la pala al mio amico. Poi, avvicinò il calappio che teneva tra le dita, attorno al dorso dell'animale, che si dibatteva cercando di sfuggirgli tentando di afferrarlo per le dita con i pedipalpi che apriva e schiudeva minacciosamente. I chelicheri e i pedipalpi erano uniche parti nere del suo corpo, il resto era uguale di colore come il terreno circostante: un chiaro rossiccio, quasi biondo e trasparente. I chelicheri piccoli erano a forma di chele posizionate in cima alla testa, mentre i pedipalpi, terminavano con le chele grandi, come nei granchi. Quattro paia di zampe ai lati, smuovevano la terra correndo avanti e indietro e poi in cerchio, fino a che, l'uomo finalmente non riuscì ad infilargli il calappio attorno al corpo. L'animale si contorceva in preda al panico; il beduino lo annaffiò con un po’ d'acqua e ora, che era ripulito dalla terra lo infilò nella boccetta dell'olio. Dopo l'ultimo tentativo invano dello scorpione di fuggire dall'orlo della boccetta verso l'esterno, l'uomo frettolosamente la rinchiuse avvitando il tappo metallico sopra la sua testa. Mi porse la boccetta in mano ed io osservai il dibattersi dell'animale all'interno di quel liquido verdastro. Era proprio un bell'esemplare della sua specie. Le mie figlie rimasero affascinate e domandarono come fosse possibile che quel minuscolo quantitativo del veleno contenuto nell'aculeo di misura poco maggiore della cruna dell'ago, potesse avere l'effetto mortale su un corpo così massiccio come quello dell'uomo o di un animale di simili dimensioni. Il vecchio ci spiegò che, in effetti, tutto dipendeva dallo stato di resistenza fisica del corpo che veniva punto, dalla sua reazione allergica e dal luogo preciso dove questo avveniva. Se questo accade nei pressi della testa e sul collo, c'era meno probabilità di sopravivere, perché il veleno raggiungeva il cuore ed il cervello in tempo assai breve e paralizzava il corpo all'istante. Inoltre le punture erano dolorosissime e i rimedi ben pochi, anche se i beduini utilizzavano delle erbe che porgevano sulla ferita, le quali, in parte assorbivano il veleno, immediatamente dopo essere stati punti. Di solito non attaccavano mai i corpi più grandi di loro, eccetto se si sentivano in pericolo, perché il loro nutrimento consisteva in insetti di piccole dimensioni e a loro volta venivano inghiottiti da serpenti, lucertole, uccelli e ragni. Ci spiegò anche, che gli scorpioni erano animali solitari ed associali come tutti gli abitanti del deserto e solo nel periodo riproduttivo diventavano un po’ più comunicativi. Esisteva una specie di rituale, la cosiddetta danza dell'amore, nella quale i due si tengono per i palpi o con i chelicheri e si muovono in avanti e indietro. Le femmine possiedono un organo paragonabile ad un biberon attraverso il quale nutrono i piccoli e li tengono sul dorso per un periodo di crescita sufficiente per permetterli di staccarsi dal suo corpo, dopo di che, lei si autoavelena e muore.
Pochi metri più in là, c'era un altro buco uguale nel terreno, e lui usò la simile strategia, ma invece del calappio, questa volta si servì di due bastoncini coi quali cacciò il successivo scorpione. Non appena il secondo si trovò nella boccetta successe qualcosa di strano: iniziò tra i due una ferocissima lotta, il groviglio dei due corpi si muoveva e i due aculei si pungevano a vicenda sprigionando il veleno nell'olio. Era un'aggressività senza precedenti quella che si presentò davanti ai nostri sguardi. Lo stesso accadde con l'entrata del terzo e del quarto scorpione, fino all'ultimo: il settimo che, serviva secondo il beduino, per dare l'effetto curativo antireumatico necessario. Tenevo la boccetta in mano, in alto, in modo che tutti potessero osservare questa guerra spietata tra gli scorpioni. Poi, i corpi si afflosciarono e dopo qualche istante, giacevano tranquilli sul fondo del flacone.
Osservai il suolo circostante: dappertutto si vedevano quei fori di simili dimensioni. Quando l'anziano mi diede la conferma che si trattava delle loro tane, mi resi conto terrorizzata, che avevamo veramente dormito in mezzo agli scorpioni e che per nostra fortuna, solo la bassa temperatura li teneva imprigionati in quei cuniculi, altrimenti chissà come sarebbe andata per noi l'avventura nel deserto. E capii come avevessero ragione i beduini che ci sconsigliavano di esplorarlo da soli, e i miei amici ad invitare quel vecchio esperto col fucile in mano a farci da guardiano. Improvvisamente scoprii che quella guardia del corpo era diventato un vero angelo custode. Con la boccetta in mano tornammo alle tende e dopo pranzo ci avviammo verso il castello dei crociati sepolto nel deserto a una cinquantina di chilometri di distanza. Con il nostro angelo custode. Persino il nostro autista palestinese diventò più taciturno.