Siria, oltre le apparenze

di Mirjana Tomasic Scarinci

Sono le sette dì sera: finalmente la temperatura cala di qualche grado e mi permette di uscire fuori di casa. Damasco è una grande oasi nel deserto siriano. Nei mesi estivi - ora siamo a luglio - la temperatura raggiunge i 46' gradi, all'ombra naturalmente, e sebbene il caldo sia secco, durante la giornata muoversi per la città è un vero incubo.
Mi sono abituata ad andare a caccia di ombre da un marciapiede all'altro, con in mano la bottiglietta di acqua gelata, ma per fortuna la mia casa è vicina alla scuola dove seguo uno stage di arabo e questa è l'unica mia uscita quotidiana nelle ore del caldo insopportabile.
Finisco le lezioni alle tredici, mi trascino fino in casa, dove mi rifugio al fresco fino alla sera.
La casa, che da una settimana circa ho affittato, è situata nell'area residenziale della città, l'unica dove potevo trovare l'aria condizionata; prima ero in affitto nella parte antica, molto affascinante, ma dove il caldo mi impediva di dormire persino di notte, tanto meno di concentrarmi sullo studio.
In questo momento sono seduta a un tavolino del bar Noufara, sotto la scalinata della maestosa moschea degli Omayyadi, nel cuore della vecchia medina. Questo quartiere appartiene alla Baab Touma, una delle sette porte della antica città. Si trova nel quartiere musulmano.
La parte cristiana è dall'altra parte della via Touma ed è suddivisa a sua volta dal quartiere armeno ortodosso e cattolico con le sue chiese e monasteri.
Lo stile delle case non cambia da un quartiere all'altro: gli stretti vicoli sono attraversati dalle facciate di stupende antiche case damascene, che hanno visto il loro massimo splendore nell'epoca della dinastia Omayyade, che di Damasco ha fatto la sua capitale durante tanti secoli di gloria, fino all'amico degli Ottomani e dei suo eroe Saladino di cui si raccontano tante storie, e di cui tutti gli arabi vanno fieri.
Le case tradizionali damascene hanno un cortile rettangolare interno, con in centro una fontana rivestita di maioliche o di marmi riccamente decorati, sono costruite a due piani con stanze di soggiorno sotto e quelle da notte sopra, circondate dagli stretti balconi che danno su questo cortile, ornati da gelsomini o di rose di Damasco che emanano profumi deliziosi. Assieme all'acqua che scorre nella fontana, i rampicanti danno a questi cortili un fascino tutto orientale.
Praticamente tutto si svolge nei cortili, e nelle serate ci si raduna per parlare e per raccontare storie. Il primo ed ultimo piano è coperto dai vasti terrazzi che fungono da tetti e dove si può soggiornare solo di sera, per il caldo, e da cui si estende un magnifico panorama verso le montagne desertiche che circondano la città.
Ora, che Damasco è cresciuta fino a raggiungere i 5 milioni di abitanti, i pendii delle montagne, di notte, luccicano di abitazioni e moschee e si ha la sensazione di essere su una nave spaziale. Queste case, in realtà, sono gli harem domestici, appartengono alle famiglie borghesi, allargate, dove abitano gli uomini con le loro mogli e i figli. In questi harem, a differenza di quelli imperiali e quelli ottomani, non ci sono connotazioni erotiche, ma scorre una vita piuttosto noiosa.
La famiglia allargata unisce le sue risorse, si dividono i compiti e non necessariamente esiste poligamia.
Una volta le donne venivano recluse, e senza il permesso degli uomini, loro non era consentito uscire.
Ogni ristretto nucleo familiare, ha delle stanze assegnate per la notte al piano superiore, ma la cucina e gli altri servizi rimangono in comune. 1 saloni da ricevimento con altissimi soffitti riccamente decorati che si trovano a piano terra attorno al cortile, sono assegnati per rango agli uomini della famiglia; le porte e le finestre ad archi sono ornate dai mosaici o dai disegni geometrici tipicamente damasceni.
I colori che prevalgono sono verde, blu e oro, e quelle meglio conservate sono dei veri capolavori.
Molte famiglie mantengono tuttora queste tradizioni in queste splendide dimore, ma le donne, per fortuna non sono più prigioniere.
Piccole botteghe artigiane dì falegnami, decoratori, orafi, tessitori di sete e incisori di madreperla, sono sparse nei vicoli della medina. Il grande mercato, soukh AlHamiddiyc, si trova nel quartiere musulmano dell'omonima porta ed è il più grande e importante di tutto il medio oriente persino nei giorni nostri.
Ci si può trovare veramente di tutto.
Di turisti, per vari motivi, se ne vedono pochi, del resto non è nato per loro.
Sui lati splendidi caravanserragli: una volta servivano per far pernottare le carovane di merci e di commercianti, che su questa tappa della via della seta facevano i loro migliori affari.
Piccoli bar e rosticcerie, pasticcerie con montagne di dolci ai pistacchi e mandorle; i caffettari ambulanti, vestiti in costumi tradizionali, che dalla larga cintura-tasca tirano fuori le tazzine e dalla brocca di ottone versano il caffé ai passanti, si trovano ad ogni passo.
Non si sente per niente la mancanza dei McDonald's o di Coca-cola, di cui la Siria è forse l'unico paese nel mondo a non aver accolto il richiamo.
Questa è una delle ragioni perché l'ho scelta per il mio stage, oltre alle ragioni linguistiche (il siriano è il più vicino all'arabo classico tra gli altri dialetti): mi dava più possibilità di usare la lingua letteraria che studio da tre anni e di essere compresa anche in strada in mezzo alla gente comune.
Il più diffuso è il dialetto locale che varia da paese a paese; una via di mezzo (l'arabo moderno) è quello della stampa e della TV.
L'arabo classico puro, (letterario, lingua del corano), purtroppo è una lingua che usano in pochi, non più del dieci percento degli arabi, sta alla base di tutti i loro dialetti ed è, per ecccellenza, la lingua dei colti. Viene usata nelle Università e nella letteratura, nei convegni politici e quelli scientifici o quando i governanti vogliono rendere i discorsi pubblici più incomprensibili alla gente comune.
Quando passi da un quartiere all'altro nella vecchia città, la differenza la noti non solo per la maggior presenza di chiese o di moschee, ma soprattutto nell'abbigliamento delle donne. E’ difficile incontrare cristiane (che vestono all'occidentale) nel quartiere musulmano, almeno che non si dirigano al soukh AlHamiddye per fare acquisti.
Tanto meno, soprattutto di sera si potrà udire il fruscio delle loro lunghe ghalabije, che svolazzano nei vicoli della parte cristiana, né notare i semplici foulard che ricoprono le teste di quelle che non portano i chador neri, o addirittura di quelle che nascondono sotto i veli persino gli occhi e sembrano delle vere piramidi, con tanto di calze, scarpe chiuse, e persino guanti neri, nonostante il caldo insopportabile.
Quelle donne appartengono a famiglie estremamente tradizionali, ma la maggior parte di loro sono saudite o iraniane.
E’ singolare la maniera in cui mangiano nei ristoranti. Dato che non possono scoprire neanche un centimetro di pelle, il cibo lo passano da sotto il velo con una abilità straordinaria.
Quelle che si fanno vedere sono molto belle, alte, coi profili raffinati e occhi scuri fortemente espressivi. Logico che, se solo gli occhi sono scoperti, abbiano imparato ad usarli per parlare ed esprimersi.
Le loro labbra, molto sensuali, potrebbero far invidia alle europee e non è assolutamnte vero che siano obese, come ci si immagina.
Forse quelle più anziane, ma le giovani tengono alla linea. Si dice che le siriane siano le più belle donne d'oriente, ma ho visto che anche le libanesi non sono da meno.
Gli uomini in rapporto sono meno attraenti, ma molti hanno degli occhi bellissimi: grandi, verdi o azzurri; carnagione chiara.
La sera, nei bar e nei ristoranti fumano e ballano in quelle loro vesti, in gruppetti di sole donne o con famiglie, ma con un certo pudore e senza volgari provocazioni, con molta grazia e femminilità. Quando si sposano, diventano regine della casa, riverite e super protette dai mariti e dai figli, sono loro concesse tutte quelle libertà che da ragazze non potevano avere, e comunque questi atteggiamenti dipendono dal grado di tradizione della famiglia di origine.
Lontane dagli occhi dei loro uomini, ad ogni modo, cambiano il loro comportamento, le ho viste togliersi i veli, bere anche alcolici e scatenarsi nelle danze del ventre con tutta la civetteria immaginabile, diventando persino aggressive. Naturalmente, queste evasioni (feste tra donne nei locali) vengono organizzate di giorno, prima che arrivi il buio, perché le serate le devono passare in famiglia.
Posso dire che l'ipocrisia femminile mi ha sorpreso, come anche il loro ruolo rilevante nella società musulmana.
In apparenza è il contrario: l'uomo è più in vista in pubblico ma, in realtà, sono loro che decidono ogni cosa, forse più che da noi.
L'ex quartiere ebreo invece, è quasi spopolato, nonostante sia una zona molto bella e verde.
Si estende nella parte più alta dei quartieri di porta Touma e porta D'oriente, la Baab Sharqij, zona dei famosi antiquari.
Di ebrei, qui, non ne è rimasto proprio nessuno. Le sinagoghe sono state trasformate in abitazioni, e le case sono state acquistate a prezzi stracciati da gente non originaria della vecchia medina, perché nessun arabo che si rispetti, ha voluto rischiare di perdere la sua reputazione venendo a vivere in questo "ghetto".
Gli abitanti di adesso, soprattutto armeni, vivono qui isolati e disprezzati.
«L'onore non si vende» ho letto su un muro mentre passeggiavo da queste parti e, quando chiesi ai bambini la direzione giusta per arrivarci, mi cantarono in coro: «L'ebreo mangia tanto, cammina poco e porta sempre brutte notizie».
«Devi proprio andare lì?».
«La strada dei musulmani scorrerà per sempre in direzione opposta di quella del progresso e non si costruirà mai un ponte tra di noi», dicono i cristiani.
Sono circa il 14% in Siria e cercano di non confondersi con loro. I matrimoni misti sono praticamente inesistenti. "La ragione più importante sta nell'educazione dei figli" giustificano. I cristiani si sentono superiori e vivono secondo i modi degli anni cinquanta in Europa.
La questione di fede qui non è solo una parte della vita degli uomini, è tutta la vita. E’ la mentalità, la professione, il destino, il modo di essere. "come un curdo non riuscirà mai a svuotare del tutto la sua borsa di cuoio" (vecchio proverbio), così l'arabo, dovunque viva nel mondo, non riuscirà mai a privarsi della sua mentalità.
"Non è un caso che Allah, creando la terra, avesse separato uomini e donne e messo un mare a dividere cristiani e musulmani. L'armonia esiste quando ogni gruppo rispetta i limiti dell'altro conformemente a quanto prescritto; passare quei limiti conduce solo al dolore e all'infelicità." dicono i musulmani.
Zaman (il tempo) è la ferita degli arabi.
Si sentono al sicuro nel passato. Il passato è l'illusione, la sicurezza della tenda dei loro defunti antenati. Il presente e il futuro fanno loro paura e li sentono come un peccato. I discorsi che mi facevano terminavano tutti nel loro glorioso passato. Naturalmente molti giovani fanno le eccezioni.
Qui in Siria questi principi sono molto più presenti che in qualsiasi altro paese del medio oriente. Perché?
Perché qui la fede, quella tradizionale, senza arrivare agli eccessi come in Arabia Saudita, Iran, Algeria o Afghanistan, è la loro unica via di uscita, di sopravivenza spirituale.
Perché non esiste nient'altro che li possa sentire più vivi dopo tre generazioni di una durissima dittatura che ha annientato tutto il resto.
Ha distrutto gli ideali, le speranze, la volontà di creare, libertà di pensare; ha tolto loro la dignità e portato pura sopravivenza in massa.
"E’ rimasto solo il mangiare e il sesso, due cose di cui si fa vero e proprio abuso" mi dicono in confidenza "non c'è altro, ci hanno tolto tutte le possibilità. Viviamo un degrado morale ed economico totale. I nostri intellettuali sono all'estero, la maggior parte al Cairo, gli altri hanno cambiato mestiere o sono stati annientati prima. E, comunque, se la maggior parte delle persone non fa due lavori, fa la fame".
Assad, il vecchio dittatore, morto a settembre, ha tentato una volta di proibire la religione e di rendere atea la popolazione. I militari toglievano con forza i veli dalle donne per le strade. E’ durato solo pochissimo, perché ha capito che quello era un tasto intoccabile. E ultima goccia che avrebbe scatenato una guerra civile senza precedenti. Ha imposto un socialismo alla araba, difficile da comprendere da fuori: un regime comunista con elementi di monarchia e capitalismo insieme.
Quasi tutta la ricchezza economica del paese era destinata per l'industria militare, ma il settore privato era sempre permesso, salvo nei settori molto redditizi: banche, telecomunicazioni, intemet e telefoni cellu]ari. Questi ultimi tra l'altro inseriti, da pochi mesi, dal figlio di Assad, sotto l'assoluto monopolio della sua famiglia.
Meditando su ciò che vedo e su ciò che sento parlando con la gente di diverse classi sociali e religioni, prendo i miei appunti e ordino il mio narghilè alla mela che mi godo tutte le sere quando cala la notte sulla città e sopra i minareti dalla luce verde appare la luna della quale tutti gli arabi sono così orgogliosi. La stessa luna che fa da protagonista nelle fiabe e nella loro affascinante poetica, luna come simbolo della bellezza femminile.
Alle otto in punto arriva il vecchio cantastorie addobbato in costume tradizionale e si siede sul suo trono riccamente decorato al centro del locale. E’ lo stesso personaggio che conosco ormai da un anno; mi saluta coi sorriso e mi porge la solita caramella, poi ordina al cameriere di spostarmi il narghilè e il tavolino di fronte a lui. Avvicina il leggio di legno di cedro decorato, vi posa un voluminoso libro dalla copertina in cuoio e oro di racconti medioevali, lo apre e annuncia a voce alta la storia che leggerà stasera.
«Alle orecchie benedette che ascolteranno» aggiunge.
Nella mano sinistra tiene un lungo bastone d'argento in filigrana. Comincia il rito: gli ascoltatori più anziani si siedono alla sua destra, quelli più giovani in fila alla sua sinistra.
Sono gli stessi volti che vedo tutte le sere.
Gli altri si dispongono di fronte; alla destra del suo trono c'è un tavolino basso in madreperla.
Tutti fumano il narghilè e bevono il the, ma i vecchi tra un po' faranno finta di dormire.
Allora lui batte forte il suo bastone contro il tavolino e i vecchi, di colpo, aprono gli occhi e riprendono a tirare le lunghe pipe e ad ascoltare.
Tutte le sere legge una storia diversa in arabo classico e ci trasporta attraverso i deserti nelle vicende dei guerrieri o negli intrighi della corte degli Omayyadi, ci racconta delle bellezze delle principesse e delle loro arti di narrare al calar della notte. La tradizione dice che le storie vanno raccontate solo di sera, attorno ad una fontana nei cortili delle case che profumano di gelsomini, o in alto sui terrazzi, sotto le stelle. In pochi posseggono quest'arte di narrare e io non avevo mai sentito, prima di conoscerlo, raccontare uno come lui.
E’ impossibile non capirlo, anche se a volte il gioco di parole di questa complessa lingua prende la forma di quegli arabeschi dove i simboli si nascondono curvando uno dentro l'altro, in un apparente vortice confuso.
Questa è la logica araba di difficile comprensione per chi non vuole avventurarsi all'intemo di quei veli, guardiani di apparenze, di intrecci appositamente creati, ma nello stesso tempo è anche la chiave di lettura di quei misteri orientali colmi di fascino e di profondità che non vengono mai pronunciate.
Lui racconta senza gesti, racconta con la voce, con gli occhi, nei quali appare a tratti fuoco di rabbia o dolore, di furbizia, di sfida, orgoglio o umiltà. E comincia sempre con "Kana zamana" (c'era una volta) e finisce sempre con un augurio di buona salute agli eroi bravi e a noi che ascoltiamo le loro storie. " Insciallah! "
Verso le dieci il muezzin chiama i fedeli alla preghiera nottuma.
Da tutti i vicoli adiacenti alla grande moschea comincia ad affluire gente.
Donne in gruppi di tre o quattro sfiorano le mura con le vesti nere e affrettano i loro passi. Uomini, certuni con eleganti tuniche bianche e soprabiti blu in sete damascate, con turbanti color indaco sulla testa, altri, più semplici, attraversano i gradini che portano all'apertura nel muro che dà sul piazzale della moschea e si tolgono le scarpe in sfienzio. Entro anch'io. Forse stavolta sarò più fortunata, perché fin'ora non sono riuscita a vedere una preghiera notturna. Mi hanno accusato diverse volte di voler oltrepassare i "hudud" (le frontiere).
«Non sta bene, soprattutto non per una donna, anche se straniera» ma è più forte di me, io voglio sapere oltre i limiti.
Ho impegnato tutte le mie capacità comunicative per cercare di penetrare oltre quei muri, ma devo confessare che in nessun paese del mondo ho sentito la presenza così netta di frontiere di mentalità come qui.
Il guardiano mi chiede se sono musulmana. «No, non lo sono, ma mi piacerebbe entrare». Mi osserva dalla testa ai piedi, incuriosito, poi mi porge un chador nero e mi aiuta a coprirmi il volto e le ciocche dei capelli. Solo i miei occhi rimangono scoperti.
Frugo nella mia tasca, poi gli porgo una mancia nella mano.
«Mi raccomando, stai indietro con le donne. Non dovrei lasciarti entrare, ma ... » sorride.
Gli lascio le mie scarpe in pegno e mi avvio a piedi nudi sull'enorme spianata della più importante moschea dell'impero omayyade del mondo musulmano.
Il pavimento, in mosaico di marmo, è coperto di chicchi di riso e fa male ai piedi mentre cammino. Per far capire che nulla è facile e che la sofferenza è una indispensabile condizione umana.
Mi accovaccio per terra accanto alla grande fontana al centro della piazza.
Sono illuminati solo i tre minareti e la cima dei muri perimetrali, che rappresentano, attraverso gli stupendi mosaici, il paradiso e il giardino dell'eden, percorso dal fiume Eufrate. In una lunghissima fila gli uomini stanno in piedi rivolti verso il muro esterno della moschea.
Le palma delle loro mani sono aperte all'indietro, un lato del mignolo è attaccato alle orecchie, poi alzano le braccia verso il cielo.
I loro occhi sono chiusi e le labbra serrate, ognuno sembra assorto nel proprio silenzio.
Ripetono lo stesso movimento delle mani, ora partendo dall'altezza del cuore e poi di nuovo verso l'alto.
In questo modo cercano di allontanare tutti i pensieri e sentimenti terreni, li respingono nell’aria, per uinirsi vuoti e puri a Dio. Circa una ventina di metri alle loro spalle ci sono le file di donne. Sono avvolte in nero e solo i loro occhi luccicano nella notte.
Alzo la testa verso il cielo: una luna calante si appoggia sulla punta di uno dei minareti.
Qualche stella solitaria splende dall'oscurità.
Poi all'improvviso, uno stormo di colombe si innalza dal muro meridionale della piazza e le bianche ali svolazzano rompendo il silenzio e il buio.
Attraversano tutta la piazza e spariscono all'orizzonte.
«Allah alakbar"» (Dio è il più grande), il muezzin così finisce la preghiera.
E’una notte magica.
L'aria è carica di profumi e di fruscii di vesti, di sguardi accesi, di spiriti quieti e di passi leggeri.
Una lieve brezza comincia a soffiare dal sud e muove i chicchi di riso che si innalzano in vortici e sembra che ballino sulle lastre di marmo.
Devo tornare a casa! Domattina ho lezione di letteratura. Devo alzarmi presto! Voglio sapere di più! Voglio cercare di capire oltre le apparenze! Per capire se stessi, bisogna conoscere gli altri, senza pregiudizi.
Ho imparato, viaggiando, che riuscirai a comprendere e a conoscere gli altri solo se, per un attimo, dimentichi te stesso, tutto ciò che sei, da dove vieni, tutto quello che sai.
Con l'ingenuità di un bambino che deve ancora scoprire tutto e si sorprende per ogni cosa che vede. Come si fa a vivere senza le sorprese?