Tra i Surma
di Antonio Biral

Mi sono rivisto con Alem dopo otto anni dall’avventurosa spedizione nel deserto della Dancalia, in Etiopia. Ci siamo incontrati per puro caso a marzo del 2003 ad Asmara, in Eritrea, in occasione del mio viaggio, irrimediabilmente in Africa.
Alem, un eritreo che ha vissuto ad Addis Abeba, in Etiopia, fino alla caduta del regime di Menghistu, nel ’91. Lì lavorava come autista, guida e interprete per l’NTO (l’ente di stato per il turismo). Egli è un appassionato e profondo conoscitore del territorio etiopico, dotato di grande spirito d’avventura, tanto che a lui venivano affidati gli itinerari più difficili e pericolosi.
Ci eravamo conosciuti nel 1990 in un incredibile viaggio tra i Surma, un gruppo etnico primitivo che vive sulle pendici degli altopiani a occidente del fiume Omo, al confine con le impenetrabili paludi nilotiche del Sudan e le estese savane del Kenya. Un popolo di guerrieri pastori di origine nilotica che sopravvive coltivando misere quantità di mais, miglio e sorgo. Il bestiame, capre e zebù, rappresenta tutta la sua ricchezza. Si cibano di latte e un po’ di sangue che viene estratto dalle giugulari dei bovini, solo raramente della loro carne. Essi fanno parte di quell’esiguo numero di tribù africane che, favorite dall’isolamento, conservano ancora immutate nel tempo un’esistenza regolata da leggi primordiali e da ancestrali superstizioni.
Gli uomini sono alti mediamente un metro e novanta, hanno il volto e il torace segnati da profonde scarnificazioni che ne identificano il clan di appartenenza, il coraggio, il valore, il numero dei nemici uccisi ecc., insomma la loro carta d’identità esibita bene in evidenza. Vanno nudi, armati di fucili automatici che hanno sostituito l’arco e le frecce.
Le donne sono appena coperte con bisunti lembi di pelli di capra, adornate con piccole conchiglie e bossoli di pallottole. Hanno inseriti sul labbro inferiore dei piattelli labiali fatti di legno o terracotta, prevalentemente tondi, a volte trapezoidali e di esagerate proporzioni, tanto da deformare la bocca in modo orrendo. Un’usanza diffusa in tempi lontani e che ancora oggi resiste; praticata, forse, per dissuadere i negrieri dall’essere catturate e vendute come schiave.
Eravamo partiti in sette, otto con Alem, da Addis Abeba con un vecchio bimotore Dakota DC-3 degli Anni ’40 per essere scaricati a Tum, un villaggio di poche capanne a 1500 metri di altezza nelle vicinanze di Maji, capoluogo di quell’area.
Volavamo bassi, tra fitti banchi di nubi.
A malapena i piloti riuscivano ad orientarsi dirigendo a vista sul sottostante panorama che lasciava intravedere, tra squarci di sereno, una natura boscosa intervallata da radure giallastre, dove, qua e là, si alzavano verso il cielo sottili pennacchi di fumo.
Stavamo seduti su specie di amache agganciate ai lati della carlinga e gelavamo per l’aria fredda che sembrava filtrare tra le vibranti lamiere; scombussolati anche per i continui sobbalzi procurati dalle turbolenze atmosferiche, non vedevamo l’ora di posare i piedi a terra.
All’approssimarsi della meta, uno spiazzo erboso sopra un’amba - tipico monte etiopico dalla forma troncoconica - che si nascondeva alla vista al persistere della nuvolosità, tanto da impegnare i piloti in virate concentriche sempre più ampie nella speranza di poter avvistare il punto dove atterrare. Praticamente stavamo volando a tentoni.
Una inquietante situazione che ci teneva incollati ai finestrini nel tentativo di vedere cosa c’era sotto di noi. La sensazione che avevamo era di essere fuori rotta; e ce ne siamo resi conto quando abbiamo visto di sfuggita, giù in basso, il tratto di un fiume fiancheggiato da una fitta boscaglia che, per il colore limaccioso e la portata d’acqua, altro non poteva essere che il leggendario fiume Omo.
Dopo vari passaggi finalmente la “pista” fu avvistata e si poteva iniziare la manovra di atterraggio.
Il vecchio DC-3 si abbassò quasi a toccare il suolo, ma con un’improvvisa brusca impennata ripresese faticosamente quota. Un senso di mancamento ci pigliò lo stomaco e la paura ci assalì, quando eravamo già provati dall’incertezza di questo volo. Il campo dove dovevamo atterrare, anzi “ammarare” per l’acquitrino che dilagava su tutta la radura, era coperto da larghe chiazze d’acqua, vere e proprie buche fangose che minacciavano di far cappottare l’aereo se fosse incappato su una profonda.
Il pensiero di dover ripetere la manovra ci rendeva tutti ancora più nervosi. Alberto era quello che manifestava maggior inquietudine, e benché volesse dimostrarci il contrario, ostentando una certa disinvoltura nel leggere un giornale che stringeva tra le mani, non accorgendosi però che lo teneva capovolto, sotto sopra.
Fortunatamente dopo altri due tentativi vissuti al cardiopalma, l’aereo, tra sussulti e scricchiolii, prese terra grazie all’abilità dei piloti che riuscirono ad individuare la giusta traiettoria di atterraggio evitando di finire gambe all’aria.
La mattina successiva partimmo da Tum supportati da una decina di muli con i loro conducenti. Dopo tre giorni di cammino tra le montagne, eravamo quasi giunti in prossimità del fondo valle, dove scorre il fiume Kibish. Scendevamo mimetizzati tra cespugli e alte erbe secche che ricoprivano i ripidi crinali che separano le vallate dei fiumi Kibish e Omo.
Mentre procedevamo, affascinati e suggestionati da questi nomi che evocano vicende che hanno segnato drammaticamente la storia dell’esplorazione italiana in Africa, ci apparvero di fronte due uomini seminudi. Si avvicinarono gesticolando e producendo suoni gutturali incomprensibili, anche per Alem; forse nell’intento di comunicarci qualcosa, che noi, proprio, non riuscivamo a capire. Così, ignorandoli, abbiamo continuato sui nostri passi fin dove avevamo deciso di accamparci: una piccola radura pianeggiante libera da sterpaglie che si intravedeva a poche centinaia di metri in basso davanti a noi.
Arrivati su quello spiazzo, abbiamo iniziato a montare le tende quando, alzato lo sguardo, mi accorsi che stavamo per essere circondati da una trentina di uomini. “Ecco”, dissi, “lo stavo proprio pensando, forse era meglio se non avessimo continuato in questa direzione, e credo che i due incontrati poco fa intendessero dirci proprio questo”.
Erano tutti armati, chi con vecchi fucili, come il famoso “modello 91” italiano, chi con moderni mitragliatori di fabbricazione cinese, ed altri ancora con quello che in Africa non manca mai: il Kalashnikov.
Si accalcavano intorno mostrando particolare interesse per le nostre cose, ed erano pronti a rubarcele se non eravamo più che attenti; come è successo ad uno dei nostri mulattieri che vedevamo rincorrere, privo di pantaloni, il Surma che glieli aveva sottratti un momento prima, quando si era appartato dietro un cespuglio.
Per tenerli a distanza, avevamo piantato alcuni rami intorno al campo e legato un cordino per circoscrivere la nostra area, senza convinzione però, più simbolicamente che altro, quando, con meraviglia, abbiamo visto che questo funzionava, non si azzardavano ad oltrepassare quella linea; ma questo non durò a lungo.
All’imbrunire, prima uno, poi altri, cominciarono ad entrare avvicinandosi un po’ troppo al materiale che era ammucchiato al centro dell’area, sembravano ben intenzionati a rubarcelo non appena fosse calata l’oscurità.
Tutti i tentativi fatti da Alem per convincerli ad andarsene non avevano prodotto gran che, anzi, si allontanavano di qualche passo per poi ritornare più determinati e più minacciosi di prima. Sicuramente nella notte avrebbero agito per depredarci tutti di tutto. Se non peggio.
In quel momento trovai la torcia elettrica che stavo cercando. L’accesi e regolai il fascio di luce concentrandolo il più possibile, quasi come fosse un raggio laser, e lo puntai dritto contro la faccia di quello che sembrava essere fra tutti il più facinoroso, che, con uno scatto fulmineo, si abbassò, sottraendosi. Non so il perché, ma continuai, come in un videogame, a manovrare sopra la sua testa quelle sciabolate di luce che lo costrinsero, per “salvarsi”, ad abbassarsi sempre più fino a trovarsi completamente steso a terra. Per un momento tutti i miei compagni accennarono a ridere, ma subito si resero conto dell’importanza di apparire seri.
Senza esitazione mi avvicinai all’uomo che stava ancora lì disteso, immobilizzato dalla paura, e, con ripetuti cenni delle mani lo convinsi ad alzarsi. Poi, borbottandogli parole indefinite e simulando con le braccia il movimento del sole, dal sorgere al tramonto, feci intendere che se fossero andati via tutti, a dormire nel loro villaggio, per ritornare domani all’alba, noi gli avremmo dato in dono quello che gli stavo mostrando: lamette, filo di rame, cordini, e altro. Siamo rimasti sbalorditi, increduli ai propri occhi nel vedere che uno alla volta, pian piano, mugugnando, avevano cominciato ad avviarsi; alla fine se n’erano andati tutti.
Ma quella notte non si presentava per niente tranquilla; spari, grida e canti si udivamo dal villaggio in lontananza. Alcuni di noi impressionati e intimoriti sollecitavano di smontare il campo e di abbandonare quel luogo al più presto, così, nel pieno della notte, ci siamo dileguati.
Questo, fra i tanti episodi che segnarono quel memorabile viaggio, è rimasto fisso nella memoria di Alem, che ora mi fa rivivere mentre ci troviamo a percorrere la strada che da Asmara scende l’altopiano fino a Massaua, sul Mar Rosso. Da qui dirigeremo verso le desertiche regioni del sud, in quella vasta area montuosa e selvaggia dominata dalla nera presenza del vulcano Dubbi da dove ammireremo che ci vedrà impegnati nell’ascesa alla cima; dopo volgeremo a nord-ovest, per andare a “perderci” nell’infuocata Piana del Sale, al centro della Depressione Dancala.

Antonio Biral