L'Oasi di Djanet e il Tyn Merzouga

resoconto di un viaggio trascorso in Algeria tra Dicembre e Gennaio, tra Djanet e il Tim Merzouga

Siamo in una quindicina, decisi a passare il Capodanno nel deserto; siamo in quattro per fuoristrada; usciamo dall'Oasi di Djanet e prendiamo la strasa asfaltata verso nord. Alla nostra sinistra scorrono le dune morbide e sinuose dell'Erg Admer, dietro le quali si intravvede ben presto il profilo acuto di due bassi roccioni isolati, che i Touareg chiamano "Ifafan Tajet" (le mammelle dell'asina), fra i quali passa una pista che conduce a Tamanrasset. A destra la piana limitata ad est dai massicci dell'Adrar. Abbandoniamo presto la strada e seguiamo l'andamento delle rocce e le tracce delle carovane, che proseguono a zig zag su un vasto pianoro in direzione della fila di acacie e tamerici dell'oued. Il fondo è occupato da grovigli di radici, che spuntano contorte come grosse serpi brune dai monticelli di sabbia accumulatasi dal di sopra. Ci fermiamo alla ricerca di legna per il fuoco di questa sera al campo. Con un po' di fatica riesco a dissoterrare alcuni pezzi abbastanza grossi che mi sembrano adatti ma l'autista touareg mi dice di: no. Voglio capire perchè. Il Sahara non è più per me un paesaggio di cui godere esteticamente; io lo sento come una terra amica, la cui lontananza crea il vuoto, l'inquietudine e l'ansia di tornarvi, per sentirsi di nuovo in pace e quando ci sono, sento il bisogno di entrare anche nei suoi piccoli segreti, per capirne di più. Il touareg mi dice: "Questa legna è bagnata!". Come può essere bagnata penso io se qui non piove mai? La guardo e capisco, la polpa del legno è di color verde pallido, striato di venature rosse; questa radice è ancora viva! E' il miracolo della vita che resiste alle condizioni più inospitali; è la vita segreta e tenace del deserto, che si manifesta, a chi ha occhi per vederla, nelle acacie, nelle tamerici e nei cespugli che popolano l'oued, nei topolini che si avvicinano senza paura ai bivacchi, nei fenek e nelle gazzelle che fuggono veloci, nella peluria verde che spunta sulle dune appena cade un po' di pioggia, negli oleandri rigogliosi che fanno corona alla vuelta, nei fiori che spuntano qua e la persino fra le rocce del Merzouga, nei piccoli scarabei che trasportano con fatica e lentezza sulla sabbia una preda più grande di loro. Attraversiamo l'oued, cercando i passaggi praticabili fra gli eresouten (radici), poi continuiamo a procedere sul pianoro, aggirando "Fort Gardel"  così chiamato durante la dominazione francese. Fra le rocce che orlano ad est la piana se ne distingue una, che ha la forma di un dito (quasi come quello dell'Akakus in Libia) puntato verso il cielo; i touareg lo chiamano daher. Passiamo vicino a capanne di nomadi apparentemente abbandonate, gli abitanti sono con le pecore o i cammelli al pascolo. Lo lasciamo per addentrarci in un oued più ampio pieno di acaie e tamerici fra due cordoni di rocce massicce, dove ogni tanto emerge qualche roccione appuntito, che poggia su coni di detriti. Anche qui tanti eresouten e altre zeriba abitate. Una donna si nasconde a qualche obiettivo. Tante piante di tora con le loro foglie carnose attirano la mia attenzione, ma senza i bellissimi fiori violacei così puntualmente descritti da Theodore Monod, (Th Monod,  Meharees. Ed. Babel) ancora non è stagione. Mentre saliamo verso un altipiano la vegetazione si fa più abbondante e rigogliosa: cespugli versissimi, costellati di fiori di diversi  colori, in questo paesaggio di rocce che avanzano come ciminiere di grandi navi. Tanti nomadi con le loro bestie sono al pascolo. In ottobre è piovuto e tutto è rifiorito. Ci fermiamo ad osservare sotto un crostone dei meravigliosi graffiti che offrono splendidi esemplari di giraffe, ippopotami e e cammelli. Pranziamo tra le rocce a ridosso del grande sasso, a metà fra sole e ombra, perchè il sole scotta, ma l'aria è frizzante e stanotte farà freddo. La durezza e la pietrificata solitudine del paesaggio esercitano un fascino inquietante: mi pare che in esso si annidi una segreta, incombente minaccia. E' una sensazione analoga a quella che ho provato la prima volta che ho persorso il Tenerè, faccia a faccia con quel "nulla" che dà un senso di vertigine, estraneo com'è alla finitezza della nostra natura. E' con sentimento di sollievo e di apertura dell'anima che scopro in fondo ad un canyon  il corso verdeggiante dell'oued, che ospita un villaggio di zeriba. Si sta avvicinando il tramonto, la luce si fa più calda, i colori più pastosi; anche la durezza del paesaggio  si stempera un poco, e quando siamo in vista del villaggio, l'anima è pacificata e rivede con gioia apparire in fondo l'oasi. All'ingresso del villaggio, non manca molto poi al nostro campo, un ragazzino gioca a far rotolare un vecchio copertone, sulla sinistra delle zeriba in semicerchio e chiuse dal muro. Arriviamo in poco tempo al campo e rivivo l'atmosfera protettiva  che si respira racchiusi a cerchio con le tende, mentre si fa buio, e le stelle si accendono e la cena cuoce. Come sempre un touareg viene a farci visita , si siede con noi, prepara il chai (te). Questa notte il deserto parla il chiacchericcio sommesso degli autisti che nel buio bisbigliano e ridono sottovoce, per non farsi sentire: è la voce  di un'aria leggera che sfiora il viso e gioca fra le rocce e i bassi cespugli. L'ascolto seduto a fumare vicino al fuoco che sta lentamente spegnendosi ed ho gli occhi pieni di stelle. Prima di andare nella tenda e addormentarmi ne vedo cadere tre; una saetta veloce e sottile come una freccia. A notte fonda mi sveglio, il cielo è velato. Questa mattina lunghe striature di cirri sfumati percorrono l'azzurro. Prendiamo la via dell'erg e di nuovo assaporo il gusto di affondare i piedi nudi nella sabbia tiepida. Ben presto imbocchiamo il grande oued: a destra e sinistra alte rocce verticali paiono dita scarnificate, puntate verso il cielo in uno struggente desiderio di ricongiunzione, in un gesto di pace. Al campo dopo pranzo resto solo per poco, sulla mia testa lunghi veli leggeri, impercettibilmente trascinati dal vento, opacizzano l'azzurro e dietro i veli naviga il fantasma della luna crescente. Cinque minuti di solitudine e silenzio per sprofondare in una precoce nostalgia. Poi mentre gli altri vanno a piedi alla guelta mi allontano dal campo incontro al sole che cala, fra le piante di tora e le tamerici che coronano i monticelli sabbiosi che costellano numerosi il fondo dell'oued. Subito alle mie spalle voci e rumori affondano nel silenzio; sulla sabbia intiepidita dal sole minuscole piante dallo stelo violaceo, con foglie piccolissime di un verde pallido e vellutato, e qualche margherita gialla su piccoli cespugli carnosi di un verde intenso, che hanno la forma di coralli marini. Questa notte il cielo è povero si stelle. In questo nuovo giorno vaghiamo di duna in duna tra l'Erg del Tin Merzouga insabbiandoci, talvolta e soffermandoci nei posti suggestivi, si stenta a credere quanto sia mobile e vario il paesaggio lunare: fermi nello stesso luogo basta ruotare su se stessi per vedere prospettive totalmente diverse, e quasi ad ogni passo il paesaggio si modifica. Stasera il cielo è di nuovo terso; la notte le stelle sono smaglianti, vorrei dormire in disparte, lontano dal campo, in un punto da cui gli occhi spaziano a 360¡,ma la temperatura che scende rapidamente consiglia di ripararsi vicino al fuoco; la visuale è comunque ampia nonostante la massa scura della duna. E' l'ultima notte nel deserto. Forse è per questo che mi sveglio molto presto, a notte ancora fonda; o forse è per il freddo intenso, da cui nemmeno la coperta e una piccola Boule di acqua calda dataci dall'Oriana riesce a difendermi. Passo i minuti (o le ore?) a guardare le costellazioni. Orione e le Pleiadi sono ormai basse sull'orizzonte, mentre sulla mia testa, un po' verso nord, risplendono vivissime le due Orse con la stella Polare chiaramente distinguibile. Intanto da est sale lentamente un astro di una lucentezza mai vista, più grande e luminoso di qualunque altro. Non ho mai visto una stella così chiara e lucente. Sarà Giove? O Marte? Stelle cadenti attirano continuamente lo sguardo, che cerca di spaziare per le profondità buie per non perdersene nessuna, da quelle grandi e lucenti, alle più piccole con la velocità di un fulmine. Ne conto almeno cinque prima che la cupola buia del cielo cominci a impallidire. Di solito non formulo desideri, affascinato dal miracolo di questo cielo, ma questa notte, l'ultima qui, sento l'emozione gonfiarsi dentro, vivo con anticipo il dolore del distacco e prepotentemente si fa strada il desiderio di tornare, di venire qui anche da solo per morirvi, e questo chiedo ostinatamente alle stelle che filano in cielo. La temperatura scende ancora. Vedo impallidire l'oriente, abbandono la sedia e mi incammino incontro al sole che fra non molto sorgerà. Raggiungo il pianoro  aperto e cammino fra le dune che lentamente emergono dal buio e riprendono colore e plasticità, come animali accucciati, risvegliati e riscaldati dalla luce solare. Quando torno al campo solo Gabriella è desta in cerca di fotografie. Una rapida colazione e comincia il rientro. Una sosta immancabile al mercato di Djanet: le palme, il cielo azzurro dietro le rocce, le strade affollate di volti e mercanzie; ci salutiamo. Faccio fatica a non prestare ascolto alla tristezza, mentre stringo le mani che si tendono e guardo gli occhi cupi o ridenti, che anche senza parole dicono: "à la prochaine!" Poi i bagagli, il tragitto per l'aeroporto, le formalità d'imbarco. L'aereo decolla e sotto di me vedo scorrere a ovest le dune dell'erg Admer, a est il congiungimento del Tassili; individuo le "mammelle dell'asina" e forse la sagome del Tazat; gli occhi pieni di nostalgia attanagliano l'animo e mentre l'aereo mi porta lontano da questo paese, entra in uno spesso strato di nubi e, quando emerge, raccolgo l'ultimo saluto del sole africano, un globo incandescente, striato da una sottile cintura di nubi, che incendia e insanguina il cielo prima di immergersi lentamente. Lo fisso finchè non scompare; la sua luce mi riempie gli occhi, li acceca, e non vedo più null'altro.

Tarcisio Agliardi – CIGV Italia