I TASADAYS
Una strana storia antropologica

Nelle nostre recensioni abbiamo segnalato  il numero di giugno 2006 della rivista Geo per  una serie di servizi (dossier), articoli e foto sulle ultime popolazioni tribali rimaste ad uno stadio primordiale di cultura, che ancora e per poco si conservano nella nostra era. La loro esistenza culturale è alla fine del loro ciclo ed il contatto con la nostra cultura le conduce rapidamente alla loro estinzione. Riporto qui un articolo che un po' di anni fa scrissi per un caso simile sulla rivista Astrolabe del luglio 1990,  che può essere in qualche modo legato al servizio di Geo

Mese agosto 1972. Il National Geographic Magazine pubblica un articolo intitolato “I Tasadays- Età della pietra uomini delle caverne di Mindanao”, che attira la mia attenzione, curioso come sempre di preistoria. L’autore Kenneth Mac Leish e John Launais fotografo, presentano con molti dettagli  e fotografie una loro spedizione nell’isola di Mindanao (Filippine), alla ricerca dei Tasadays, gruppo etnico rimasto fuori dalla evoluzione della civiltà da molti millenni e viventi probabilmente ancora come all’età della pietra. La spedizione ebbe luogo in collaborazione con Paramin (Philippine Presidential Arm for Minorities). In quell’epoca, il presidente Marcos beneficiava del sostegno degli Stati Uniti.
Articolo e foto ci mostravano La vita di questi uomini delle caverne che vivevano In montagne inaccessibili, coperte di foreste tropicali. Il segretario del Paramin, lui stesso , un tale Elizade, partecipò alla spedizione. “Dajal” un cacciatore di un altro gruppo etnico della regione e che aveva già avvicinato nel passato quella gente, ne era  la guida.
I Tasadays apparvero alla spedizione  come esseri pacifici, perfettamente integrati con la natura circostante ed, aggiungo io, essa stessa integrata con quella etnia in uno scambio  sufficiente al mantenimento di una stato di reciproco equilibrio.
Ignorando l’agricoltura, vivendo di raccolta essi non disponevano che di pochi utensili di legno e di pietra. L’interesse  di questa scoperta dal punto di vista etnologico e preistorico era veramente grande.
Potere così studiare dal vivo una cultura rimasta intatta per millenni, esaminare in posto i mezzi di sussistenza in un ambiente  originale, poter comunicare con un passato così lontano, alle radici della nostra civiltà…….  .
L’autore raccontava le difficoltà incontrate per raggiungere queste regioni, la necessità di costruire  una piattaforma sulle cime degli alberi più alti per permettere all’elicottero di atterrare, e poi la salita sulle rocce per raggiungere le caverne ove abitavano questi innocenti rappresentanti dell’alba del mondo.
Da allora sono passati vent’anni ed io non avevo più sentito parlare dei Tasadays fino al mese di aprile di questo anno quando nel corso di una trasmissione televisiva “Alla ricerca dell’arca” si parlò ancora di questi Tasadays..
In essa si sosteneva  che essi non esistevano. Sarebbero stati il frutto di un colpo giornalistico, forse organizzato dallo stesso Marcos con la complicità della Paramin, con finalità politiche. La seria rivista  “National Geographic  sarebbe rimasta intrappolata in questo “vero falso” etnografico.
Argomenti a carattere scientifico che sembrano al di fuori degli interessi politici o venali possono essere utilizzati a fini distorti, per occulte obbiettivi e questo con il sostegno dei media. Tutto questo è risaputo. Ma  ancor meglio è di vedere come la verità si nasconda e come tutto resti ambiguo in questa storia. Al punto che ancora ci si domanda se i Tasadays esistono o no…. Questione amletica in una situazione pirandelliana, che spinge un famoso giornalista Viviano Domenici ad  approfondire la questione con un articolo apparso sul “Corriere della sera” del 17 aprile 1990.
Nel 1986 un giornalista svizzero Oswald Ynten dichiara di avere ottenuto informazioni molto precise da un indigeno Tasadays presente alla spedizione del 1972. Il cui nome in verità tornava a più riprese nell’articolo di Mac Leish.
Dopo  il 1972 le cose erano cambiate. Il dittatore Marco era caduto. Il  flusso di denaro si era FERMATO. Elizalde era sparito portando con sé i fondi del Paramin stimati  55milioni di dollari. Gli indigeni come Daial o Bilangen erano rientrati nella loro solitudine.
Voglia di rivincita, tradimento, delusione possono aver indotto Bilangen a fare certe dichiarazioni, che il giornalista svizzero e qualcun altro hanno ripreso e riportato per conto loro. D’altra parte, sicuramente, l’entusiasmo iniziale può avere esagerato l’interesse di questa scoperta. E non si finirà più di interrogarsi sull’esistenza o la non esistenza dei Tasadays, se non ci fosse stata la smentita formale della presidente delle Filippine. In un telegramma  indirizzato a Giancarlo Ligabue, autore di studi antropologici sulle isole Filippine e Presidente del Centro di studi e ricerche di Venezia, ella affermava che  l’esistenza dei Tasadays quali autentici uomini delle caverne. E questa è anche la conclusione alla quale sono pervenuti gli antropologi americani di Washington e questo enigma antropolologico, questa storia significativa e emblematica, si trova  al fine chiarita.
Ristabilita la verità, tranquillizzata la nostra coscienza, verificate le ipotesi  sull’origine della cultura umana, calmato l’ardore della polemica e soddisfatte le curiosità, noi possiamo riguardare i Tasadays, popolo felice del Paradiso sulla Terra così come ce lo mostrano le belle foto di Launois. Riguardiamole, una volta ancora perché i Tasadays oggi non ci sono più. La loro età dell’oro è compiuta. I loro poveri utensili sono stati abbandonati, le loro nudità ricoperte da jeans e T-shirts delle cui funzioni essi stessi ancora non comprendono bene. I loro sguardi una volta così puri restano ora tristi e confusi, le loro credenze ormai inutili sono perdute per sempre, il loro modo di vita per sempre perduto ed il mondo esterno non sa che far loro inutili regali.
Non è stato sufficiente aver fermato l’accesso alla loro regione deciso dalle autorità filippine per sapere quello che resta di salvabile. Ormai il mondo dei Tasadays è finito anche se la verità ristabilita. Ecco l’ultima lezione che noi possiamo trarne.

ing. Mario Dalmazzo
Presidente CIGV-Italia