- Tradurre
o tradire?
- di
Erberto Lo Bue
-
Insieme con La civilisation tibétaine di Rolf Stein, A
Cultural History of Tibet costituisce un'indispensabile introduzione
alla storia culturale del Tibet e, in quanto tale, ha conosciuto
diverse ristampe e riedizioni nella lingua originale, fino all'ultima,
pubblicata nel 1995 da Shambhala (Boston e Londra). L'eccezionale
valore dell'opera dipende dalla straordinaria competenza ed esperienza
dei due autori, David Snellgrove e Hugh Richardson. Putroppo la prima
edizione italiana del volume, tradotto da Giuditta Sassi e pubblicato
da Luni Editrice nel 1998 sotto il titolo Tibet. Storia della
tradizione, della letteratura e dell'arte, non rende giustizia
all'opera, sin dall'arbitraria inversione nella sequenza dei nomi degli
autori - David Snellgrove e Hugh Richardson a ragion veduta in tutte le
edizioni inglesi e statunitensi del volume, compresa quella del 1995
tradotta dalla Sassi per i tipi di Luni - e dalla resa del titolo
originale: il sottotitolo italiano, troppo generico (quale
«tradizione»?) e al tempo stesso troppo specifico
(gli autori dedicano poco spazio alla letteratura e arte tibetane),
è fuorviante, poiché il libro affronta in
realtà i grandi temi della storia politica e religiosa del
Tibet. Per motivi che risulteranno chiari alla fine di questa stessa
recensione, volgerò la mia attenzione esclusivamente ai
problemi sollevati dalla traduzione italiana.
La traduzione del titolo del terzo capitolo della prima parte,
«Una scorsa letteraria del periodo seguente», non
rende affatto l'inglese «A Later Literary View»,
che significa invece «Un'interpretazione letteraria
più tarda» con riferimento agli avvenimenti del
periodo storico precedente. Alla traduttrice non sembra poi essere
chiara l'estensione semantica del vocabolo inglese
«literature», più ampia di quella del
sostantivo italiano «letteratura» riferito alla
produzione di opere letterarie. Risulta pertanto erronea l'affermazione
che una «grossa quantità di letteratura
tibetana» (p. 376) sia stata ristampata in India; si tratta
infatti non già di opere letterarie, ma di scritti
d'argomento quasi esclusivamente religioso, storico o medico. Del tutto
fuorviante è poi la traduzione del titolo del terzo capitolo
della seconda parte, «Religious Preoccupations»,
reso arbitrariamente con «Occupazioni tradizionali»
(p. 216): oltre a interpretare «preoccupazioni» nel
senso di «occupazioni» invece che in quello di
«interessi», la traduttrice cerca stranamente di
evitare l'uso dell'aggettivo «religioso» e rende
anche altrove «religious» e
«religion» con «tradizionale»
(si vedano per esempio le pp. 146, 236, 249, 335, 375, 381 e 382),
dimostrando un malcelato fastidio nei confronti della
religiosità tibetana e in generale.
Di sapore un po' folcloristico e quasi militaresco è la
traduzione del titolo della terza parte, «I berretti
gialli», con riferimento ai seguaci dell'ordine religioso
dGe-lugs-pa (letteralmente «Quelli del Modello di
Virtù»): chiunque conosca la foggia dei copricapi
indossati dai monaci di quell'ordine in alcuni rituali
converrà che l'uso del termine
«berretto» per rendere l'inglese
«hat» è in tale contesto alquanto
discutibile. L'ultimo capitolo, «Aftermath»
(«Il periodo immediatamente successivo»),
è diventato - chissà perché -
«Addendum». Equivoca e incompatibile con le
intenzioni degli autori è poi la traduzione del titolo del
capitoletto «Tibetan Origins» con «Le
origini della razza tibetana» (p. 30); se si aggiunge che
l'aggettivo «wild» riferito alla natura dei
tibetani viene reso dalla Sassi con «selvaggia» (p.
188), invece di essere inteso nel senso di
«ribelle» o «indomita»,
l'espressione sembra tradire un tono vagamente razzista.
L'abissale ignoranza degli argomenti trattati, in particolare delle
religioni e geografia asiatiche, ha impedito alla traduttrice di
riconoscere in Mani il nome del fondatore del manicheismo:
«Mani's eclectic religion» («l'eclettica
religione di Mani») è diventato «la
composita forma tradizionale dei Mani» (p. 382). La Sassi non
riconosce i nomi di città, confondendoli con quelli di
regioni e stati o viceversa: «a Burma» (p. 95,
invece di «alla Birmania»); «da
Ladakh» (p. 155, invece di «dal Ladakh»);
«nel Påtan» (p. 37, invece di
«a Påtan», città nepalese nota
anche come Lalitpur); «la Sa-skya» (p. 189, invece
di «a Sa-skya», per tradurre «at
Sa-skya»); «nella Sa-skya» (pp. 186 e
190, invece di «a Sa-skya»); «della
Sa-skya» (p. 208; invece di «di
Sa-skya»). La traduttrice confonde dottrine, ordini religiosi
e toponimi, rendendo così «The Sa-skya-pa
were» («I Sa-skya-pa erano», con
riferimento all'ordine religioso della città monastica di
Sa-skya, nel Tibet sud-occidentale) con «La Sa-skya
era» (p. 189), «Sa-skya-pa claims»
(«le pretese Sa-skya-pa») con «Le
affermazioni della Sa-skya» (p. 203), «grand lamas
of Sa-skya» («grandi lama di Sa-skya»)
con «i grandi Lama Sa-skya» (p. 204). Analogamente
oscure risultano le espressioni «il bKa'-gdams-pa»
(p. 178), «di bKa'-rgyud-pa», «il
bKa'-rgyud-pa» (p. 180), «nella Karma-pa»
(p. 187), ecc. Non convince poi la traduzione dell'inglese
«Bound by Command» («Vincolati dal
Comando [cioè dal Verbo del Buddha]», con
riferimento all'ordine religioso bKa'-gdams-pa), con «Legato
per Ordine [Superiore]» (p. 178).
Spesso la traduttrice compie vere e proprie distorsioni del testo:
rende «logical» con «locali»
(p. 141, invece che con «logiche»), «far
more attracted» con «meno attratti» (p.
178, invece che con «molto più
attirati»), «officials» con
«ufficiali» (pp. 205 e 311, invece che con
«funzionari»), inventando così la
categoria - inesistente in Tibet - degli «ufficiali
monaci» (p. 311). Rende poi «to one Karma-pa
school» («a una scuola Karma-pa») con
«alla scuola Karma-pa» (p. 249), e con
«improvvisatori tradizionali» (p. 146)
«religious improvisors», che significa in
realtà «religiosi improvvisati». Il
fondamentale termine politico tibetano yon-mchod, reso dagli autori con
«Patron and Priest» («Protettore e
Ministro di Culto» nel senso di «Donatore e
Precettore») viene tradotto con l'espressione
«Patrono e Sacerdote» (pp. 204, 207 e 208), priva
di significato nel contesto storico, politico e religioso del Paese
delle Nevi. Inoltre, laddove gli autori fanno riferimento all'antipatia
degli attuali padroni del Tibet «per la religione in
generale», la Sassi travisa l'inglese «to religion
generally», rendendolo in maniera oscura con «per
ogni forma tradizionale» (p. 375).
Talora il senso delle frasi risulta del tutto incomprensibile:
«Abbiamo rimaneggiato questa informazione in modo da fornire
un resoconto indipendente» (p. 41, nota) non traduce
l'affermazione degli autori «We have rearranged the
information given here, so as to provide a single account»,
con la quale essi alludono alla risistemazione di informazioni
contenute nel testo tibetano da essi utilizzato, allo scopo di
presentare al lettore un unico brano coerente. La traduttrice afferma
poi che i tibetani «composero per se stessi» il
canone buddhista (p. 96; mentre «put together»
significa semplicemente «misero insieme»: gli
autori dei testi raccolti nel canone tibetano non furono tibetani) e si
serve del brutto termine «arrangiamento» (p. 231)
riferendosi alla «sistemazione» della seconda parte
del canone ad opera di Bu-ston. La Sassi rende poi con «nel
primo tempo» (p. 360) l'espressione «for the first
time», con riferimento all'opera di Tucci, che invece
«per la prima volta» o «per
primo» pose i testi tibetani in relazione con la storia e
l'arte dei luoghi da lui visitati.
Una scarsa competenza linguistica - oltre alla mancanza di preparazione
sull'argomento - induce poi la traduttrice a servirsi di espressioni
oscure, quali: «Ucciso per Profanazione» (p. 35,
laddove l'inglese ha «Slain by Pollution» nel senso
di «Ucciso da Contaminazione», come si evince dal
racconto che segue); «partito turco» con
riferimento a eventi del VII-IX secolo (p. 62; l'area semantica
dell'inglese «section» in quel contesto storico non
corrisponde a quella dell'italiano «partito»); e
«sovrani stabiliti» (p. 146, per
«established rulers», invece di «sovrani
affermati»). L'espressione «the Jesuit, Father
Antonio d'Andrade» viene tradotta con «il frate
gesuita Antonio d'Andrade» (p. 277), quasi che i gesuiti
costituissero un ordine religioso mendicante - come i francescani o i
domenicani - anziché un ordine di chierici regolari, mentre
«religious world» diventa genericamente e senza
giustificazione apparente «mondo tradizionale» (p.
249), «Indian»
«indù» (p. 93), e
«pan-Indian» «pan-induista» o
«pan-induiste» (pp. 93 e 161).
L'elenco delle imperfezioni sarebbe poi lunghissimo e ne
citerò solo qualche esempio, a partire da quella
«convenient threefold division of Tibet» che
è diventata «pratica divisione del Tibet in tre
parti» (p. 29). La traduttrice parla di
«contemplazione per la ricerca della
contemplazione» (p. 115; invece che di
«contemplazione per amore della contemplazione» o
«contemplazione fine a se stessa»), rendendo
l'inglese «sake» con «ricerca»;
«scores» viene pedestremente tradotto con
«ventine» a proposito di maestri buddhisti (p.
179), altrove fregiati dell'improbabile titolo di
«onorevoli» (p. 188, per
«distinguished»); a p. 188 compare poi la brutta
espressione «ai tempi anteriori al Buddhismo»;
«understanding», con riferimento al rapporto di
vassallaggio esistente fra mongoli e tibetani, viene reso con
«arrangiamento» (p. 199) invece che con
«tacito accordo»; «villagers»
viene tradotto con «paesani» (p. 238) invece che
con l'espressione «abitanti dei villaggi»,
più adatta a esprimere la contrapposizione fra popolazione
sedentaria e nomadi cui si riferisce il testo; il termine
«paesano» ricompare a p. 243 per tradurre
«peasants». A p. 236 si legge «rimanendo
Bon-po di cuore fino a una certa misura», laddove
«remaining to some extent Bon-po at heart»
significa «rimanendo in qualche misura Bon-po in cuor
loro». L'espressione «was succeeded» con
riferimento alla successione di bSod-nams rGya-mtsho al trono abbaziale
di 'Bras-spungs viene prosaicamente resa con «venne
seguito» (p. 251). Infine l'abbreviazione inglese Mr viene
curiosamente mantenuta nella versione italiana («Mr Gene
Smith», p. 376).
Lo stile letterario e insieme scorrevole del testo originario ne
risulta abbassato a un mediocre registro colloquiale: si pensi a
espressioni quali «C'è molto che devono avere
appreso dalla Cina di natura tecnica e scientifica lungo i
secoli» (p. 220) o «Molti Lama si interessarono di
collaborare con fondi e lavoro accademico» (p. 231).
Né l'uso occasionale e talora incongruo di rari termini
letterari, come «dissensioni» (p. 281, per
«dissension») dove sarebbe bastato
«dissensi», e «ingenza» (p.
312, per «amount») dove sarebbe stato
più opportuno «entità»,
riesce a sollevare il livello della prosa della traduzione. Un passo in
particolare esemplifica insieme l'incompetenza linguistica della
traduttice, la sua ignoranza dell'argomento trattato e la sua
incapacità di elevare la prosa del testo alla
dignità letteraria della versione originale: «Come
sempre i tibetani sono spesso colpiti dai comportamenti più
oltraggiosi di chi ha una funzione tradizionale, specialmente se si
pensa che essi possiedano qualche genere di conoscenza sapienziale.
Invece i Bon-po si posero allo scarto…» (p. 236); il testo
originario legge: «As always, Tibetans are seldom perturbed
by the most outrageous behaviour of men of religion, especially if they
are thought to possess some kind of saving knowledge. On the other hand
the Bon-pos placed themselves beyond the pale…»; qui la Sassi
traduce «seldom» («raramente»)
con «spesso», «saving
knowledge» («conoscenza redentrice») con
«conoscenza sapienziale» e «men of
religion» («religiosi») con
«chi ha una funzione tradizionale».
A siffatti errori si aggiungono i refusi tipografici (p. 83,
«Tun-hung» invece di
«Tun-huang»), nDag-med-ma (p. 183, invece di
bDag-med-ma), Labs-khy (p. 189, invece di Labs-kyi), ecc., e quelle
imperfezioni sfuggite nella revisione dell'ultima edizione - a
cominciare dall'ingiustificata i lunga in At¥ßa
(passim; il sanscrito è Atißa). La
responsabilità dell'irreparabile scempio così
compiuto sull'importante lavoro di Snellgrove e Richardson -
inappropriatamente inserito in una collana dal titolo «Grandi
Pensatori d'Oriente e d'Occidente» - è soprattutto
della casa editrice Luni.
Traduzioni errate, dovute a ignoranza della materia oppure a una
presunzione che giunge al punto di violare il testo originario, non
sono eccezionali nel panorama editoriale italiano. Penso ad esempio
alla versione italiana della traduzione francese dell'agiografia di
Milarepa, pubblicata da Adelphi, dove alla fine del libro (p. 223 della
quinta edizione) Anna Devoto fa morire il protagonista nell'anno
«Lepre di Bosco», invece che nell'anno
«Lepre di Legno», riportando poi in nota l'erronea
data 1115 dell'originale francese, laddove l'anno lepre di legno
corrisponde al 1135; oppure ai testi tibetani tradotti in inglese da
Evans-Wentz e pubblicati in versione italiana da Ubaldini nel 1973 con
il titolo Lo yoga tibetano e le dottrine segrete, dove i
«quattro corpi» citati nei testi originali - sia la
traduzione inglese sia il testo tibetano riprodotto nell'illustrazione
corrispondente - diventano «cinque» (p. 341),
poiché Giorgio Mantici ha ritenuto, del tutto
arbitrariamente, di farli coincidere con le «cinque
saggezze» cui il testo fa riferimento subito dopo.
Nel caso di A Cultural History of Tibet, tuttavia, il danno subito dal
testo originario a causa degli stravolgimenti e distorsioni in parte
elencati sopra è tale da sconsigliare l'acquisto della
versione italiana: in una lettera del 2 giugno 1999, David Snellgrove
mi scriveva esasperato: «Per me questa edizione italiana non
esiste!».