Bambina sul Tonle Sap
di
Renato Ganeo

La Cambogia è un paese d’acqua, come lo è l’intera ex Indocina. Dire acqua e pensare Mekong è un tutt’uno, ma per la Cambogia non è proprio così. Il Mekong c’entra, ma solo indirettamente, in quanto alimenta, in modo strano, come dirò, il lago Tonle Sap. Il lago costituisce la più grande riserva di acqua dolce dell’intera Asia di sud-est e occupa il vasto bacino delimitato a nord dalla catena del Dangrek e a sud-est dai monti Cardamomo. Alimentato da numerosi immissari, scarica poi verso il Mekong attraverso un fiume lungo 110 km., lui pur chiamato Tonle Sap; si tratta in pratica di un sistema integrato lago-fiume.

La particolarità sta nel fatto che, durante la stagione secca (da ottobre a maggio) il lago scarica sul Mekong e la sua superficie è di circa 3.000 kmq. con una profondità di poco superiore al metro, mentre nella stagione delle piogge (da giugno a settembre) il Mekong è talmente carico d’acqua da rimandare indietro quella che gli arriva, più un’enorme quantità della propria. La corrente del fiume dunque, letteralmente inverte direzione. Così la superficie del lago aumenta a quasi 20.000 kmq. e la profondità tocca i 15 metri. Per un curioso confronto, il lago di Garda è vasto appena 370 kmq. (cinquanta volte di meno), ma con una profondità fino a 350 metri.

Il Tonle Sap funge in pratica da bacino regolatore del Mekong e gli enormi flussi d’acqua stagionali consentono un’abbondante coltivazione del riso, sui terreni resi fertili dai sedimenti delle inondazioni, nonché un’attività di pesca tale da assicurare il cibo a oltre 3 milioni di persone. Il Tonle Sap è noto al viaggiatore perché nelle sue vicinanze si trova la città di Siem Reap  (la seconda del paese, dopo la capitale Phnom Penh) dove è ubicato il sito archeologico di Angkor, culla della religione e della cultura khmer, l’unico “patrimonio dell’umanità”, riconosciuto dall’Unesco in Cambogia.

Non è facile descrivere Angkor, tanto è incredibile e affascinante. I giganteschi e meravigliosi templi sono letteralmente immersi nella giungla: il Bayon dai mille volti scolpiti, il Ta Prohm quasi soffocato dalle radici, il Preah Khan con la maledizione di attirare i fulmini e l’indescrivibile Angkor Wat. Vi si respira un’atmosfera di mistero e sacralità, si è attratti dai bassorilievi delle danzatrici Apsara, di Ganesh, il dio elefante, del serpente naga a sette teste, e su tutto aleggia lo spirito di re Jayavarman VII, “il grande”, che regnò 900 anni fa e morì a soli 38 anni.

Si può raggiungere Siem Reap in aereo (è il secondo aeroporto del Paese), oppure in autobus, da Phonm Penh, ma mi sento vivamente di sconsigliare una decina di ore sulle strade cambogiane, specie nella stagione del monsone. Il modo più naturale e coinvolgente è quello di arrivarci dall’acqua, cioè dal fiume.

Ogni mattina, o quasi (in Cambogia è meglio verificare, sempre), circa alle sette, un battello salpa dal porto di Phnom Penh e punta a nord. E’ un’imbarcazione grande un po’ meno di un vaporetto veneziano, ci stanno all’incirca una cinquantina di persone, più i bagagli, più qualche animale domestico (inclusi i maiali), più varia mercanzia. Se i posti non sono sufficienti, si sale sul tetto. Gli stranieri pagano venticinque dollari, i khmer solo dieci, che per loro è un prezzo carissimo.

Dopo quattro ore di fiume, con gli occhi che passano da una riva all’altra ad ammirare la vegetazione, le risaie, i bufali al lavoro, i villaggi su palafitte, i sampan alla pesca, il lago si spalanca davanti allo sguardo. Incredibilmente grande, le rive sono improvvisamente scomparse, non si vede altro che acqua, all’infinito. Ancora due o tre ore di navigazione, sicuramente più monotona, e si arriva al pontile di sbarco.

Mille mani si protendono, per portare il bagaglio, proporre un servizio, chiedere l’elemosina, poi ognuno cerca un mezzo per raggiungere la cittadina. Moto, furgoncini, tricicli, tok-tok (una specie di “Ape”), anche qualche auto; trattato il prezzo, si parte verso l’alloggio prescelto, dalla guesthouse a due euro per notte, al cinque stelle extralusso da tre-quattrocento, c’è di tutto.

Era la fine di febbraio e, dopo essermi perduto per due giorni nell’ammirazione dei templi di Angkor, decisi di tornare al lago. Sapevo che i villaggi dei pescatori si spostano a seconda della quantità d’acqua, sono infatti costruiti su grandi zattere, legate tra di loro; una zattera per ogni capanna, una per la scuola, un paio per il ristorante dei turisti, una per la chiesa (i pescatori sono in gran parte di origine vietnamita e religione cattolica), una per il posto di polizia. La barca che avevo affittato era rigorosamente a fondo piatto e il ragazzo che la conduceva doveva stare attento per evitare le numerose secche e i banchi di fango: il lago era infatti al proprio minimo e in qualche punto il livello dell’acqua era inferiore al metro.

Dopo avere gustato un delizioso pesce elefante ai ferri (il pesce elefante è tipico del Tonle Sap e ha sviluppato la capacità di vivere anche parecchie ore fuori dall’acqua, rintanato nel fango, un po’ come le anguille n.d.r.), stavo seduto sul bordo della zattera-ristorante, i piedi immersi nell’acqua, assaporando la grande pace che mi stava intorno.

Lei mi si parò di fronte all’improvviso, non me ne ero accorto: era una bambina bellissima, avrà avuto nove o dieci  anni, portava un cappellino sopra i nerissimi capelli e gli occhi erano incredibilmente dolci. Stava dentro ad una bacinella di plastica, che guidava servendosi di un bastoncino, una specie di mini canotto da poveri. Allungò la mano e mi porse un sassolino colorato, io ricambiai con una banconota da mille riel (circa 15 centesimi di euro; in Cambogia non esiste moneta metallica), era molto più di quanto potesse aspettarsi.

Congiunse le mani all’ altezza della fronte (il saluto rispettoso del sompiah), sorrise e, con una vocina strappacuore disse aw kohn (grazie), poi si allontano dentro alla sua bacinella dondolante, muovendo il bastoncino come un remo.

Estrassi rapidamente dal marsupio la macchina fotografica, la chiamai, si girò e scattai la foto. Tentai il secondo scatto, ma il rullino non avanzò, il contapose era sul numero 38.

Era stata l’ultima.